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16/11/15

Parigi: no agli sciacalli. Il vero protagonista del conflitto è il mondo islamico.

Map by Laura Canali (click per ingrand.)

Urla, schiamazzi, strepiti, amenità e stupidità di sciacalli, e spacciatori di ignoranza e fanatismo. Ma lasciamo stare e cerchiamo di capire.. Senza dubbio trovo quest'articolo degno: alcune cose che penso sono quì ben scritte ed esplicate, ma la discussione è più che aperta.. 

di Mario Giro - Limes
 Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. 
Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei. Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare. È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione. Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio. Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento. Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti. L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”. L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contendibile. A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia. La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra. Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh. Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo. Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera. In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia… Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo. È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque. Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita. Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte. Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario. Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo. Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia. L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani. L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni. Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice. Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori. Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione. 

di Mario Giro - Limes


16/08/15

Dagli Smiths all' AK47: la strana storia di Mike Enright

Dopo Karim Franceschi, il giovane di Senigallia che ha combattuto a Kobane e Alessandro De Ponti, il ragazzo di Bergamo che è rimasto ferito e che è rientrato da qualche settimana, c'è quindi un terzo combattente italiano nel Rojava, il cantone siriano quasi completamente in mano ai curdi. A confermarlo sarebbe Mike Enright, "foreign fighter" inglese, uno dei tanti combattenti volontari occidentali che si sono uniti ai curdi per combattere il delirio Isis. Mike ha 51 anni, è nato a Manchester, e da giovane è stato nell'entourage degli Smiths, la rock band di Morrissey e del chitarrista Johnny Marr. Si è fatto tutti gli anni Ottanta nella new wave britannica, scoprendosi poi attore: fa qualche apparizione in piccoli film, prima di trasferirsi negli Usa. Quì partecipa a Pirati nei Caraibi con Johnny Depp, e Knight And Day (Innocenti bugie) la commediola con Tom Cruise e Cameron Diaz e Old Dogs (Daddy Sitter) con Travolta e R. Williams. Mike volta le spalle a Hollywood, dopo aver visto l'assassinio prima di J. Foley, ostaggio americano decapitato da Jihadi John e poi quello del pilota giordano, bruciato vivo in una gabbia di ferro. Raggiunge la Siria per partecipare alla lotta contro ISIS. Dopo 2 mesi di formazione è a Rojava con le forze curde dell'YPG.
Dorme accanto al suo AK-47 che chiama Olga, perchè afferma, è made in Romania.
Girano però strane voci sulla rete che accusano Mike Enright di presenzialismo: sarebbe mentalmente ..instabile e in cerca di pubblicità.

Grande è la confusione sotto il sole della Siria..


Mike


06/08/15

Siria, immagini dal conflitto

 Yasin Akgul
Syria -  AFP Getty Images
Per più di quattro anni, i Siriani hanno subito la perdita e il disagio causato da una lunga guerra civile. Quasi quattro milioni di siriani sono fuggiti dal Paese, per raggiungere mete in Europa e oltreoceano, molti ce la fanno,  a migliaia vanno a riempire campi profughi nei paesi vicini, centinaia sono quelli che muoiono in mare, donne, vecchi, bambini che disperatamente cercano di fuggire a bordo di barconi fatiscenti, gommoni, vere e proprie zattere. Aspri combattimenti intanto continuano senza sosta, la Siria ormai smembrata in  zone controllate dalle diverse milizie, tra cui ISIS, che si fronteggiano con le forze governative di Assad, ma con scontri anche tra loro.
Le aree intorno a Damasco sono abbastanza stabili, con i civili che riescono a portare avanti una vita normale, mentre molte delle aree nei lontani villaggi rurali sono ormai ridotte in macerie. Raid aerei, attacchi di terra,  bombardamenti, e  battaglie strada per strada si svolgono tutti i giorni, nonostante i tentativi diplomatici per fermare le ostilità. Ma la fine della guerra è lontana, e quelli intrappolati nel fuoco incrociato continuano a soffrire. Qui alcune immagini recenti del conflitto.. 

Damasco, Diaa Al-Din
Amer Almohibany
A. Doumany
Ammar Abdallah
M. Hebbo
Yasin Akgul



27/03/15

Lo Stato islamico: territorio - The Modern Mercenary


Il controllo del territorio è una condizione indispensabile per l'autorità dello Stato islamico agli occhi dei suoi sostenitori. Questa mappa, redatta dall'Istituto per lo Studio della guerra, mostra il territorio sotto il controllo del califfato dal 15 gennaio, insieme con le aree che ha attaccato. Dove detiene il potere, lo Stato riscuote le tasse, regola i prezzi, gestisce campi, e gestisce servizi che vanno dalla sanità all'istruzione, e le telecomunicazioni, considerate dai vertici il principale veicolo per gestire il potere.



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L'uso di mercenari nelle guerre ha una storia molto, molto lunga. Prima della Pace di Westfalia del 1648 che mise fine alla guerra dei Trent'anni in Europa, segnando la nascita del sistema dello stato moderno, i potenti medievali, dai re ai papi, regolarmente assumevano combattenti privati ​​per dare battaglia per le loro cause. Dal 17 ° secolo, i governi statali hanno imposto il monopolio dell'uso della forza nel loro territorio tramite eserciti nazionali, mettendo fuorilegge i mercenari per non avere competizione militare, tuttavia, forze militari private non sono mai veramente state debellate, e secondo Sean McFate, senior fellow presso il Consiglio Atlantico e professore associato presso l'Università Nazionale di Difesa USA, hanno avuto una forte crescita proprio negli ultimi 25 anni. Li abbiamo visti in azione negli anni '50 e '60 durante le guerre africane di decolonizzazione, ma in modo molto discreto. Solo dopo la guerra fredda si hanno avuto più notizie, grazie anche al famoso Executive Outcomes in Sud Africa. Ed ora stiamo vedendo mercenari che appaiono in tutto il mondo in varie zone di conflitto. Le industrie estrattive assumono, ONG li stanno assumendo, un giorno l'ONU potrebbe assumerli. McFate stesso era un imprenditore della DynCorp International, una delle società militari private la cui origine è il soggetto del suo ultimo libro, The Modern Mercenary. Aziende come la DynCorp e, la più infame Blackwater, sono state le principali protagoniste delle campagne militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan, fornendo la logistica e altri servizi, così come personale armato e formatori per gli eserciti locali. McFate opera una distinzione tra questi tipi di supporto: imprenditori e impiegati per la difesa e la formazione, e mercenari, che entrano in scena in operazioni offensive per conto di un cliente. La Nigeria ha riferito che ha schierato mercenari provenienti dal Sud Africa e altri paesi nella lotta contro il gruppo militante islamico Boko Haram. In pratica, tale differenza non è chiara. Se si può fare uno, si può fare l'altro.
La dipendenza dell'America dalle aziende militari private in Iraq e in Afghanistan negli ultimi dieci anni non ha solo ampliato l'industria; ha anche contribuito al cambiamento della gestione delle relazioni internazionali. In teoria, le forze armate a noleggio danno ai soggetti privati ​​la possibilità di condurre le guerre in cui i governi legittimi non possono, o non vogliono entrare . Nel 2008, per esempio, l'attrice e attivista Mia Farrow ha condotto un indagine per conoscere i metodi di assunzione della Blackwater per l'intervento in Darfur: <<Al momento, Blackwater ha un'idea molto più chiara di ciò che una missione di pace efficace può fare rispetto a quella dei governi occidentali.>> Le compagnie private militari consentono inoltre ai governi di non riconoscere il loro coinvolgimento in attività politiche controverse. Putin sta usando mercenari ceceni in Ucraina, presumibilmente l'Ucraina fa la stessa cosa.. Chi va a dirgli che non si può fare dopo 10 anni di guerra in Iraq e in Afghanistan, e ora in Libia e Siria?"

Ora c'è questa crescente industria di privati che hanno anche accesso alle nuove tecnologie, pensiamo ai droni: stiamo parlando di forze aeree private, in una certa misura, usati per il momento come mezzi di ricognizione. Ma il passo sarebbe breve per arrivare a droni kamikaze. ..Il settore militare privato permette di combattere le guerre, senza che il proprio sangue sia sparso sul tavolo da gioco. Possono forse fare cose che gli eserciti nazionali non possono fare. Così offrono le negazione plausibili per le responsabilità dei politici: chi può garantire il rispetto dei diritti umani, e punire le violazioni?



 

07/03/15

Allah Akbar

"CHI FA DI SE STESSO UNA BESTIA SI SBARAZZA DELLA PENA DI ESSERE UN UOMO"
Dr. Johnson





18/02/15

Ilan Pappé: l'Isis è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele

Quest'interessante intervista è tratta dal Manifesto. Ilan Pappè, storico israeliano, intellettuale e studioso anti-sionista, si è già distinto per la sua opposizione, con critiche pesanti al governo e alla politica di Tel Aviv sulla Palestina. Ricordiamo che  insegna all’Università di Exeter, in Inghilterra. Prima insegnava ad Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto perché non è disposto ad insegnare le falsità sempre più assurde sulla Storia d’Israele. Pappè era stato invitato nella capitale dall'’ateneo di Roma Tre, che però ha revocato poco dopo il convegnoEuropa e Medio Oriente: una strada contro gli identitarismi” con alcune motivazioni a  cui nessuno ha dato credito. Sembra invece chiaro il veto e la pressione dell’Ambasciatore Israeliano e dei capi della comunità ebraica di Roma” affinchè l'incontro sia sospeso:
Sembra che offendere il profeta Maometto nelle vignette francesi sia libertà di parola mentre avere un dialogo accademico sulle sofferenze dei Palestinesi sia incitamento all’odio .

Israele / Palestina. Ilan Pappé: «L'Isis pesca adepti tra i marginalizzati dell'Occidente. Non è una questione religiosa, ma socio-economica. E Tel Aviv lo sfrutta per avere supporto dall'Europa»

Alla fine Ilan Pappé ha par­lato. Sca­val­cando la can­cel­la­zione della con­fe­renza «Europa e Medio Oriente oltre gli iden­ti­ta­ri­smi», che avrebbe dovuto essere ospi­tata dall’Università di Roma Tre, il pro­fes­sore dell’Università di Exter, uno dei più noti sto­rici israe­liani, ha incon­trato il pub­blico romano lunedì al Cen­tro Con­gressi Fren­tani su ini­zia­tiva di AssoPace.
Lo abbiamo incon­trato e discusso con lui del con­cetto di iden­tità e del suo uti­lizzo da parte occi­den­tale e israeliana.

L’avanzata dello Stato Isla­mico viene stru­men­ta­liz­zata in Occi­dente per dare fon­da­mento al cosid­detto scon­tro di civiltà, in chiave neo-colonialista. Israele, Stato nato come bastione occi­den­tale in Medio Oriente, otterrà mag­giore sup­porto a sca­pito delle aspi­ra­zioni palestinesi?
Asso­lu­ta­mente sì. Lo Stato Isla­mico è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele. Con il calif­fato si risol­leva la voce di coloro per i quali esi­ste un solo Stato illu­mi­nato in Medio Oriente, Israele, baluardo con­tro l’avanzata dell’estremismo isla­mico. Spero che in Occi­dente la gente non cada in un trucco tanto meschino: non si tratta affatto di uno scon­tro di civiltà, ma di giu­sti­zia sociale e modelli demo­cra­tici di inte­gra­zione. Basta guar­dare a come l’Isis attira gio­vani musul­mani euro­pei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e mar­gi­na­liz­zati. Non stiamo par­lando di una que­stione cul­tu­rale e reli­giosa, ma sociale ed eco­no­mica: se in Europa si assi­stesse ad una tra­sfor­ma­zione demo­cra­tica, se si impe­disse a ideo­lo­gie raz­zi­ste e pra­ti­che capi­ta­li­ste di deter­mi­nare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non tro­ve­reb­bero spa­zio. L’Isis non ha ter­reno fer­tile dove la gente si sente inte­grata, dove è uguale a livello sociale e economico.
Per que­sto è neces­sa­ria un’analisi appro­fon­dita dell’imperialismo occi­den­tale e del movi­mento sio­ni­sta per com­bat­tere le sim­pa­tie che musul­mani euro­pei accor­dano a gruppi radi­cali. Se sei un mar­gi­na­liz­zato o un escluso trovi nell’identità musul­mana lo stru­mento per miglio­rare la tua esi­stenza. La stra­grande mag­gio­ranza degli oppressi non rea­gi­sce così, ma alcuni indi­vi­dui optano per la vio­lenza, in ogni caso minima rispetto a quella dell’oppressore. Così si allarga lo Stato Isla­mico, que­sto mostro che l’Occidente ha fab­bri­cato, novello Frank­en­stein che si ribella al suo creatore.

12/10/14

Arin Mirkan: Vita e destino


"Un gruppo di combattenti sono posizionati tra le macerie degli edifici, provocati dai bombardamenti ... Avrebbero dovuto dare il loro addio all'inizio di ogni attacco ... Erano gli ultimi momenti della loro vita, bevevano l'ultimo sorso d'acqua marcia che avevano con loro. Non hanno mai avuto le armi per combattere o fermare il progresso dei tanks.
Ma erano i combattenti della libertà, per la terra e l'umanità.
I tanks arrivavano davanti a loro dopo un pesante bombardamento. La loro posizione era appiattita e i carri armati rotolarono dritto sui loro corpi.
Tuttavia, l'esercito che aveva i carri armati fu ancora sconfitto. Intorno era pieno di combattenti che a pochi metri dietro di loro erano in attesa per un agguato. Si posizionarono davanti ai carri e fermarono il progresso dei nazisti succhiasangue ".

Ecco come Vasilij Grossman descrisse gli ultimi momenti di un gruppo di partigiani che hanno combattuto una resistenza senza precedenti contro il nazifascismo e alterato il corso della seconda guerra mondiale nel suo libro intitolato 'Vita e destino'.

07/10/14

L'ISIS e la retorica della sorveglianza totale contro il terrorismo

Anche l'ISIS è un pretesto per continuare con lo stato di sorveglianza
J. Koebler - (Vice.com)

All'indomani dell'11 settembre l'amministrazione Bush, con l'aiuto del Congresso, ha usato la minaccia di al-Qaeda per giustificare e legalizzare un sistematico stato di sorveglianza. Ora, 13 anni dopo, alcuni legislatori stanno usando la stessa tattica, questa volta utilizzando la minaccia che costituisce lo Stato Islamico—e le paure che il gruppo suscita  — per sostenere che lo stato di sorveglianza vada perpetrato e preservato.

I documenti portati alla luce da Snowden hanno rivelato quanto la sorveglianza sia ormai istituzionalizzata e pervasiva, e sembra che l'opinione pubblica americana e alcuni legislatori si siano finalmente resi conto che si è passato il segno. Al-Qaeda non c'entra questa volta, non ci sono stati attacchi terroristici sul suolo americano dall'11 settembre, le persone sono semplicemente stufe di sapere che le spie governative tengono sotto controllo le comunicazioni private.

SE LE PERSONE NON CAPISCONO I PERICOLI A CUI andiamo incontro, è COLPA DEL GOVERNO
Ma poi lo Stato Islamico ha iniziato a far parlare di sé.
James Foley, un giornalista americano, è stato brutalmente decapitato dai terroristi dell'IS. È poi stato ucciso un altro giornalista e un cooperante scozzese. Questi irrazionali omicidi hanno fatto nascere un giustificabile sdegno e un'ancor più giustificabile paura. E molti politici americani hanno iniziato a parlare con toni simili a quelli usati poco dopo l'11 settembre, un periodo in cui agenzie antiterroristiche come l'NSA avevano completa libertà di azione, senza alcuna condizione.
“L'approvazione dell'USA PATRIOT Act è stata veloce, frettolosa e, apparentemente, non c'è stato alcun dibattito in formato a livello nazionale, verosimilmente a causa dell'idea per cui in presenza di una crisi è richiesta una soluzione pragmatica e veloce,” 
ha affermato Winston Nagan, professore di legge alla University of Florida. C'è molto fermento in questo periodo dal punto di vista legislativo: il Congresso potrebbe considerare l'USA FREEDOM Act, che porterebbe all'eliminazione completa della sorveglianza di massa permessa dal Patriot Act. Oppure questo provvedimento potrebbe essere ignorato, e lo stato di sorveglianza sopravviverebbe: è questa la prospettiva del senatore Lindsay Graham, che settimana scorsa ha detto al National Journal che sarebbe una follia far passare il FreedomAct in un momento del genere.
“Se le persone non capiscono quali siano i pericoli a cui la nostra patria è ora esposta è colpa del Congresso,” ha detto Graham. “Se stiamo controllando un terrorista io voglio sapere a chi sta telefonando. Voglio una totale sorveglianza, e il controllo giurisdizionale. Non è proprio questo il momento di sminuire le nostre capacità di prevenire un attacco terroristico prima che accada."

Graham vive in una favola se pensa che la “sorveglianza” e il “controllo giurisdizionale” siano le cose di cui l'NSA si è occupata in questi 13 anni. Ed è questo tipo di retorica che ci ha portato allo stato di cose presente; ed è il tipo di retorica che farà sì che lo stato di sorveglianza sopravviva.

“Il programma di sorveglianza di massa dell'NSA invade la privacy di milioni di persone e il governo ha fatto di tutto per provare che questi piani sono in realtà d'aiuto per prevenire attacchi terroristici,” mi ha detto RaineyReitman, direttore della Electronic Frontier Foundation. “Non dovremmo permettere a nessuno di usare la minaccia dell'ISIS come una scusa per fortificare la sorveglianza di centinaia di milioni di persone normali, cittadini americani e non.”
Ha ragione: gli attacchi dell'11 settembre hanno dimostrato il fallimento delle strategie dell'intelligence americana, tanto che al momento la cosa più semplice da fare sembrava far approvare qualsiasi parvenza di soluzione e solo poi analizzarne i contenuti e promuovere un dibattito sulla questione. L'anno scorso anche la Casa Bianca ha ammesso che la tattica non è stata efficace e non è stato sventato alcun attacco terroristico.
Ecco perché queste prossime settimane saranno cruciali. Il Congresso si renderà conto del fallimento dello stato di sorveglianza? Oppure lo manterrà, motivato dalle nuove paure che lo Stato Islamico provoca nell'Occidente?

“In precedenza la sorveglianza totale sembrava essere la soluzione ai problemi che ci affliggevano,” mi ha detto Amie Stepanovich, esperta di libertà civili. “Credo questa sia un'opportunità per applicare gli insegnamenti degli ultimi 13 anni e cercare di elaborare soluzioni adatte a fronteggiare i pericoli che ci minacciano ora e che ci minacceranno in futuro.”
Per lo meno questa volta ci sono legislatori come Ron Wyden che vogliono imporsi come voce della ragione, e sostengono che gli eccessi non sempre sono positivi ma anzi, spesso sono la soluzione peggiore.
“Il senatore Wyden sostiene che sia assolutamente possibile garantire la sicurezza degli americani e colpire duramente le forze terroristiche come l'ISIS senza sorvegliare milioni di cittadini rispettosi della leggi,” mi ha detto un portavoce del senatore.
“Si è reso conto di come l'invadenza di questi programmi di sorveglianza non abbia niente a che fare con la sicurezza nazionale.”