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19/03/22

L'Indomabile: John Sinclair e gli MC5


"Per quanto mi riguarda gli Stati Uniti, possono anche andare al diavolo, penso che stiamo vivendo lo stesso processo d’implosione dell'Urss, è una decadenza lenta e inarrestabile." 



E' John Sinclair a parlare, lo stesso Sinclair che negli anni sessanta con i Trans Love Energies si esibiva in spettacolari installazioni artistiche scavando buche nei campus universitari per dare l'idea dei crateri prodotti dalle bombe americane sganciate in Vietnam. Ci occupiamo di Sinclair perché' lontanissimo dall'immaginario hippie mediatico dell'epoca, poeta, agitatore politico culturale e attivista per i diritti civili, contro la guerra, fondatore delle White Panthers, movimento radicale sulla scia delle più famose Black, ossessionato dalle autorità del suo paese e per questo bersaglio di primo piano della repressione. Creatore di quella zona franca di Detroit dove arte, musica e impegno politico si combinavano in una miscela esplosiva (regolata sulla frequenza di sex, drugs and r'n'r) Sinclair era anche esperto e cultore di musica, soprattutto blues e jazz, e fu il primo a rendersi conto del potere che il rock'n'roll poteva rappresentare per l'intera area della città dell'automobile, in quel periodo una gigantesca fabbrica a cielo aperto, e si mise a capo di un gruppo di giovani musicisti arrabbiati e in bolletta, facendo loro da manager e gettando le basi di quella che sarebbe stata la nuova scena musicale degli ultimi anni sessanta. La band era quella dei MC5, insieme agli Stooges di Iggy Pop senz'altro il primo gruppo proto punk. Rock eccitante, vibrante, coscientemente brutale: la musica dei Five rifuggiva la tecnica eccellente e si mostrava grezza, forte eseguita con intensità e fede profonda. Una valanga di rumore accompagnata da balli e gesti sfrenati, il pubblico li accoglieva col pugno chiuso decisi a scambiare le perline del flower power con le cartucce dell’aperta rivoluzione: fucili e chitarre. "Gli MC5 si affidano completamente alla rivoluzione e la rivoluzione si affida completamente a tutti coloro che escono dai gusci dell'individualismo: la separazione è rovina!" scriveva Sinclair presentando Kick out the jams. Era il sessantotto ma era una dichiarazione profetica, vista la situazione in cui ci troviamo. Memorabile la loro esibizione alla convention democratica di Chicago, tra le fiamme degli scontri e della guerriglia.


John Sinclair è stato anche uno dei pochissimi privilegiati a diventare protagonista/titolo di una canzone di Lennon, quando fu arrestato per possesso di marijuana e rischiando la vendetta del potere, una pena a vent'anni di reclusione, trasformandolo definitivamente in un’icona della controcultura dell'epoca. Oggi Sinclair tiene lezioni universitarie sulla cultura black, reading di poesie, programmi radiofonici (www.johnsinclairadio.com). Nauseato dalla situazione politica americana, vive dal 2004 in esilio volontario ad Amsterdam, dove ha stabilito il suo ufficio in un coffee shop.



Gli Stati Uniti e il Proibizionismo

"Negli anni ' 60 nessuno di noi pensava di abbandonare gli States, quella era la nostra terra e volevamo cambiarla, farne un posto migliore per tutti. Oggi ritengo non ci sia più nessuna speranza per il mio paese, l'America vuole restare così, ignorante ed egoista, vuole bombardare chi non è d'accordo con lei. E incontro sempre più gente, più americani che la pensano come me. Tantissimi miei compatrioti sono qui ad Amsterdam per sfuggire alla follia della guerra alla droga. Attenzione, questo non è un tema da sottovalutare e che non riguardi solo qualche sballato: l'80 dei due milioni e mezzo dei detenuti rinchiusi nelle galere americane è lì per reati legati alla droga."


New Orleans

"Le immagini trasmesse dai media dopo l'uragano che ha colpito New Orleans sono il miglior ritratto dell'America di oggi: si sono accorti di tutta quella gente solo quando l'hanno vista ammucchiata negli stadi: ormai al potere non importa nulla di come vivono i neri, ci sono generazioni di afroamericani che non sono mai usciti dai loro quartieri, non conoscono la città in cui vivono: hanno tolto prima le fabbriche e il lavoro e poi i luoghi d'incontro e alla fine anche i negozi. Continuano a non saper leggere e scrivere, non è qusta la follia?"

La galera e John Lennon

"Ero fuori dal mondo, due anni in una minuscola cella d'isolamento perché' avevano paura che istigassi gli altri detenuti alla rivoluzione. Rimasi totalmente scioccato quando seppi che un beatle si dava da fare per me, era fantastico. Poi..gliel'hanno fatta pagare, ma questa è un’altra storia."





La cultura Black

"Quando ero bambino amavo esplorare l'etere, smanettare la radio per cercare stazioni. Una notte mi sono collegato con una stazione del sud degli Usa, casualmente, che trasmetteva musica black e ne rimasi folgorato. Quei suoni, quei ritmi cosi belli, diversi e potenti. Dovevo assolutamente sapere chi faceva quella musica e il come e il perché. Mio padre, operaio alla catena di montaggio di Detroit mi assecondava e si sacrificava andando in giro con una lista di dischi che gli preparavo. Poi da grande sono andato a vedere come vivevano gli afroamericani e non era facile in quegli anni, cosi sono diventato una specie di esempio eretico per i miei contatti con la comunità nera. A un certo punto avevo quasi esclusivamente amici di colore, gente incredibile, allegra, disponibile nonostante che dai bianchi non avessero avuto che guai. Con loro scopri il jazz e i beatnik, la poesia e Coltrane, l'erba e tutto il resto.."

La Musica

"Perché, esiste della musica oggi? La musica aveva e deve avere altri scopi oltre l'intrattenimento. Con gli MC5 volevamo sovvertire il governo Usa, non certo ottenere un contratto discografico o scalare le hit parade.."






14/03/16

Angela Davis: Il mondo? Renderlo un posto migliore. Per tutti.

Abbiamo letto e volentieri ri - pubblichiamo questa bella intervista di Antonio Gnoli, giornalista di la Repubblica, ad ANGELA DAVIS, una delle nostre donne-mito: donna, nera e comunista, così è stata presentata alla conferenza Donna e carcere dal giornale basco Gara, conferenza che si è tenuta lo scorso venerdì a Bilbao, in Spagna.

Nata il 26 gennaio del 1944 a Birmingham in Alabama, è stata una delle leggende politiche degli anni Sessanta e Settanta. Una figura di spicco del movimento americano per la difesa dei diritti civili, in particolare dei neri e della donne. Angela Davis è oggi a Roma invitata dall'Università degli studi di Roma Tre. Terrà stamane una lezione cui seguirà una discussione sui temi legati al femminismo nero nell'ambito della "Women's Liberation". La sua maestosa e inconfondibile capigliatura è diventata brizzolata. È la sola cosa che è cambiata in una donna che continua a conservare la passione e la sicurezza dei suoi giudizi morali. La sua vita è costellata da episodi durissimi e a volte drammatici. Un'infanzia trascorsa nella segregazione di uno stato del Sud, l'Alabama. I pregiudizi e le ingiustizie subite a opera dei bianchi. Gli anni del carcere, con l'accusa di terrorismo. L'isolamento, ma anche i movimenti di opinione sorti in suo favore nel mondo. L'impegno politico e culturale. L'incontro con un maestro come Herbert Marcuse. Gli anni passati in Europa, tra la Francia e la Germania. L'insegnamento all'università.

Ha scelto con il tempo di concentrare il suo estro rivoluzionario alla elaborazione di una critica femminista del sistema carcerario, mettendo il suo lavoro e carisma intellettuale al servizio di diverse campagne internazionali per la liberazione dei prigionieri politici.
In opposizione all’attuale modello carcerario che si basa su disuguaglianze naturalizzate, vendetta e rappresaglia, Angela Davis condivide con Interzone, (insieme a tantissime altre cose) la battaglia per l'abolizione del carcere: "<«Pensare e proporre di abolire il sistema carcerario ci impone di prendere molto seriamente l’anticapitalismo, l’antirazzismo e l’antisessismo». Angela ci dice che..<<che pur rappresentando solamente il 5% della popolazione mondiale, negli Stati uniti vi è il 25% della popolazione mondiale incarcerata. Ad oggi sono duecento mila le donne rinchiuse nel regime carcerario nordamericano, cifra che quaranta anni fa rappresentava il totale della popolazione detenuta, e che oggi rappresenta un terzo delle donne in stato di detenzione a livello globale. Il prodotto di una connessione perversa e crudele tra il castigo politico e civile e il circuito globale dell’economia capitalista. La multinazionale G4S che produce, applica ed esporta “sicurezza” è la seconda corporation più grande al mondo: l’impero che crea più occupazione in Africa>>.


Murales di Ananda Nahu
Angela Davis ha attinto alle contraddizioni della storia americana sposando sempre la causa dei deboli. Oggi che l'America è impegnata in un'aspra campagna per le presidenziali le chiedo per prima cosa un giudizio su quanto sta accadendo nelle primarie. È indignata per i toni. "È sicuramente la campagna per le primarie più sconcertante che abbia mai visto. Non è concepibile che un candidato alla presidenza possa associarsi a delle parole pronunciate da Mussolini e giustificarsi poi, commentando che era una buona citazione. Donald Trump fa leva sui settori più razzisti e politicamente più arretrati della popolazione. È un pericolo contro cui bisognerà lavorare per assicurarci che in futuro non nuoccia più al paese".

Ritiene sia diversa l'attuale situazione dagli anni '70, quando scrisse "Autobiografia di una rivoluzionaria"?
"È cambiato il quadro internazionale, con l'affacciarsi di nuove potenze e conflitti. Ma il razzismo non è stato sconfitto".

Perché decise di scrivere un'autobiografia? Era giovane, con delle esperienze tutt'altro che compiute.
"È un problema che allora mi posi. Per un po' fui incerta se parlare della mia vita. Fu Toni Morrison, nel suo ruolo di editor alla Random House, a convincermi che sarebbe stato possibile scrivere un libro al cui centro ci fosse una storia collettiva di movimenti e di lotte, più che il racconto privato di una donna, allora trentenne".

Per quasi due anni lei è stata rinchiusa in una prigione, con l'accusa di terrorismo. Seguì il processo e la piena assoluzione. Con che sentimenti ha vissuto quel periodo: paura, noia, disperazione?
"Le emozioni che lei elenca le ho provate durante tutta la prigionia. Ma nello stesso tempo sentivo crescere la speranza. Molta gente si mobilitò, ritenendo un'ingiustizia la mia detenzione. La cosa più dura che mi toccò allora subire fu l'isolamento nel quale venni tenuta per la gran parte del tempo".

Oggi come ripensa a quell'esperienza?
"Oggi ritengo sia stato importante conoscere la realtà carceraria. Tanto più perché mi ha consentito di lavorare contro l'istituzione delle carceri. È stata un'esperienza che tra l'altro mi ha messo in contatto con le donne detenute e doppiamente discriminate: sia nella vita che nelle prigioni".

L'ha sorpresa che anche fuori dai confini americani ci fosse un movimento per la liberazione di Angela Davis?
"In un certo senso direi di sì. Seguivo con molto coinvolgimento le manifestazioni a mio favore. Ho visto foto di manifestanti in Europa, particolarmente Francia, Italia, Germania e Regno Unito; ma anche in Asia, in Africa, in America latina e in Australia".

È stata, in fondo, la prima globalizzazione in difesa dei diritti di una persona.
"E la cosa mi fa pensare che c'è molta più gente contro il razzismo che a favore".

Lei ha vissuto in Europa?
"Sì, arrivai la prima volta in Francia nel 1962. Ricordo che stava finendo la guerra contro l'Algeria. Ero cosciente che un razzismo, diverso da quello americano, veniva praticato sotto la forma del colonialismo. Il memoriale La question di Henri Alleg, che denunciava le torture contro i resistenti algerini, mi aprì gli occhi. Fu allora che conobbi anche lo straordinario lavoro di Frantz Fanon I dannati della terra ".

Ha conosciuto Sartre e Camus?
"Purtroppo no. Camus morì nel 1960. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo. Ricordo che nell'estate del 1961 lessi il suo libro L'homme révolté . Il mio viaggio a Parigi era funzionale alla decisione di laurearmi in letteratura francese. Mentre leggevo i classici Corneille, Moliére, Racine, scoprii la forza di seduzione di Sartre e Merleau-Ponty. Anche se non ho mai incontrato Sartre, sono orgogliosa per la sua adesione alla campagna in mia difesa. I suoi libri mi hanno aiutato a spostare i miei interessi dalla letteratura alla filosofia. Ma la persona che in questo campo è stata decisiva fu Herbert Marcuse".

Come lo ha conosciuto?
"Durante una lezione alla Sorbona e poi in America, dove ha insegnato a lungo. Marcuse mi ha convinto a prendere molto sul serio la filosofia continentale. Trovavo affascinante il modo in cui parlava del primo Marx. La sua tesi era che non si poteva capire l'economia politica senza aver affrontato la parte filosofica di Marx. Ho avuto il privilegio, nel corso del mio ultimo anno di studi universitari, di lavorare fianco a fianco con lui. Fu Marcuse a consigliarmi di continuare a studiare a Francoforte con Adorno, Horkheimer, Habermas e Negt".

E il consiglio lo ha seguito?
"Sono stata per due anni a Francoforte. Durante quel periodo partecipavo allo SDS, un movimento studentesco di estrazione socialista, che lottava contro la guerra in Vietnam, contro lo Scià in Iran e contro i rigurgiti neonazisti tedeschi".

Adorno non era molto contento della contestazione.
"Adorno non amava la figura dell'intellettuale impegnato ed era molto critico verso ogni forma di attivismo politico. D'altro canto Marcuse era la personificazione di tutto ciò che Adorno detestava. Il suo impegno intellettuale era per tutti noi il modello culturale in cui credevamo".

In cosa credeva?
"Che il nostro compito, in quanto studiosi, fosse di cambiare il mondo sociale nel quale vivevamo".

Ammetterà che le cose più interessanti sul piano dell'interpretazione arrivarono proprio da Adorno.
"La sua acutezza come pensatore è indiscutibile. Continuo a leggere e a insegnare ai miei studenti la sua opera. In particolare La dialettica negativa e la Teoria estetica . Come studentessa, seguii le sue lezioni, partecipai ai suoi seminari e parlai con lui per discutere il lavoro della tesi. Fu in quel momento che mi resi conto che avrei dovuto operare una scelta".

Quale?
"Tra il desiderio di usare la mia formazione filosofica per cambiare il mondo e quella solo di interpretarlo. Decisi allora di interrompere la collaborazione con lui e di tornare in America".

Ritiene che la sua Teoria critica abbia ancora validità?
"Assolutamente sì! Nella versione che ne diede Marcuse si capisce che gli approfondimenti della filosofia riguardo alla libertà, l'uguaglianza e la giustizia, spesso ci obbligano a lasciare l'arena filosofica. L'eredità della "teoria critica" è di averci fatto abbracciare uno sguardo interdisciplinare".

Che cosa pensa del postmoderno?
"È un concetto ormai talmente largo che è difficile sappia fornire risposte convincenti su ciò che accade. Detto questo, credo che le teorie di Derrida e Foucault, sebbene i due abbiano poco in comune, siano di estremo interesse. Ma sono davvero dei postmoderni?".

Preferisce ancora Marx?
"Come si fa a buttarlo a mare? È ancora di grande aiuto consultarne i libri per capire i limiti dell'attuale neoliberismo. A questo proposito anche l'opera di Antonio Gramsci riveste un'importanza particolare in questo momento".

Gli anni della protesta contro il razzismo sono stati accompagnati da un clima culturale straordinario. Intellettuali come James Baldwin, scrittori della Beat generation, artisti come Bob Dylan hanno secondo lei interpretato lo spirito di quel tempo?
"I movimenti di massa che reclamano un cambiamento influenzano sempre il mondo culturale. Baldwin seppe dare una direzione al movimento e continua a essere per i giovani una spinta verso l'impegno. Quanto alla musica di Dylan, era il barometro che segnò il cambio di temperatura nel movimento culturale. Ha saputo indirizzare la coscienza popolare nella direzione progressista".

A proposito di musica, John Lennon e Yoko Ono le dedicarono una canzone. Che cosa ha provato?
"Ho un grande rispetto per Lennon e per la sua opera. E un rispetto ancora più vivo per Yoko Ono. Sono grata per avermi dedicato una canzone e per il fatto che hanno scelto di onorare la memoria di George Jackson".

Jackson fu un importante esponente delle Pantere nere. Venne ucciso nel carcere di Saint Quentin.
"Era il 1971. Fu ucciso per le idee in cui credeva e per le quali lottava".

Che ricordo ha di Angela Davis bambina?
"Non credo che la mia infanzia sia stata molto diversa da quella di altri bambini neri cresciuti nel sud segregazionista. Ma sono grata ai miei genitori per avermi aiutato ad avere una visione del mondo infinitamente più vasta del chiuso universo del Sud di "Jim Crow". Ancora oggi ho molti contatti con gli amici della mia infanzia e ritorno spesso a Birmingham, in Alabama, dove molti di loro vivono tuttora".

Chi è oggi Angela Davis?
"Una persona che crede che il mondo nel quale viviamo possa diventare un posto migliore per tutti. L'ho sempre pensato e ho sempre lottato per questo".

intervista tratta da la Repubblica del 14/03/016
Antonio Gnoli 

 

06/10/15

E non sapevano nulla della rivoluzione compiuta da Little Richard e Bob Dylan: Valerio Morucci - A guerra Finita


Non è che gli italiani non ne vogliano sapere di mettersi alle spalle gli anni di piombo, infatti non amano parlarne, e quando lo fanno, come nel caso Battisti, lo fanno a vanvera: ad esempio, "inaccettabili e fuori luogo" le proposte di boicottare i prodotti brasiliani, il turismo e di non mandare gli atleti a concorrere ai mondiali militari, che si sono fatte strada all'interno della politica italiana (e non solo) nei momenti più caldi della polemica. Ci sono cose che la cultura e la politica italiana non hanno saputo far capire all'interno del nostro Paese, e forse neanche siamo riusciti a far comprendere anche a Paesi amici vicini e lontani che cosa hanno significato quegli anni. Soprattutto, non sanno o non vogliono chiedersi, al riguardo, il perché un numero non trascurabile di giovani decise, all’epoca, di tentare la strada della lotta armata. La nostra opinione è legata alle strategie di tensione e di provocazione che settori dello Stato misero in campo a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Strage che le ricostruzioni storiche più attendibili attribuiscono a settori dei servizi segreti, con complicità o addirittura direttive internazionali e manovalanza fascista. Su queste trame non è stata mai fatta la necessaria giustizia, punendo esecutori, mandanti e strateghi ad alto livello. Ci furono poi le stragi successive, come quella di Brescia, di Bologna, l’attentato alla questura di Milano, e tanti altri episodi ancora. Condanniamo senza indugi la scelta della reazione armata, ma bisogna prendere atto del fatto che tutti coloro che furono responsabili di questa scelta hanno da molto tempo riconosciuto che si tratta ormai di un’esperienza finita, rispetto alla quale molti di essi si rapportano in modo autocritico. Quasi tutti hanno pagato il loro debito con la giustizia e quindi, ci sono tutte le premesse, per chiudere definitivamente una pagina triste della storia nazionale...


... e poi.. Master of War, It's a hard rain's gonna fall..
Si conoscevano da sempre, da quando tutto ebbe inizio: l'assalto al cielo del febbraio '68, poi a marzo, lo shock e insieme all’acre sapore del primo scontro: Valle Giulia..
Stesse esperienze, stessa formazione. Carlo era finito poi in Prima Linea, mentre Enrico, forse perché' aveva anticipato un po' le proprie scelte, era entrato nelle Br (...)


"Enrico carissimo, anch’io in questi anni mi sono posta molti interrogativi su di te, e sulla storia di molti altri e non sempre ho trovato le risposte. Conosco parte del tuo ragionare da quello che ho letto in questi anni, ma mi manca il lato più personale delle tue scelte. Spesso abbiamo discusso con rabbia. Da una parte emergeva l’estraneità verso gesti folli, dall'altra le distinzioni, l'affetto, l'amicizia, i ricordi personali e umani per ogni singolo volto da tempo scomparso.."

Dopo anni, e con qualche reticenza, si levavano da più parti altre voci critiche sulla lotta armata. Molti che ne erano stati protagonisti cercavano ormai spiegazioni, analisi convincenti. "Cara Francesca, le cose sono in continua evoluzione ed io credo che lo sforzo maggiore vada compiuto per rispondere anche alle domande, intime e imbarazzanti, che tu poni. Le domande di chi ha condiviso con noi le nostre stesse speranze ma non le stesse scelte. E oggi chiedi 'perché'?. Non il perché' ufficiale, da consegnare ai documenti, all'arida carta, ma il perché' umano, personale. Oggi ne parlavo con Carlo durante l'ora d'aria e, come al solito da un po' di tempo a questa parte, siamo finiti ai ricordi non certo 'politici'.."

"Una volta si diceva che si lottava per la Dittatura del Proletariato", lo interruppe Enrico, "per la rivoluzione, per lo stato borghese; oggi anche i più incalliti militaristi dicono che in realtà lottavano per la 'trasformazione' della società...

"...Quello che può dar fastidio, Francesca, è che in politica ogni ciclo ha la sua parola chiave. Si è scoperto nel fallimento della lotta armata che la 'rivoluzione' era una parola troppo netta, aggressiva (oltreché' inadatta a esprimere progetti di modificazione di una società complessa) e si è passati alla meno contundente 'trasformazione, fingendo che sempre di questo si fosse parlato.."

"Rimane una superficie liscia" disse Enrico "non si riesce a rendere ragione di ciò che veramente ci sentivamo dentro quando compivamo certe scelte, del perché' vero, non quello cosciente, razionalizzato, autogiustificatorio. Certo, la politica può spiegare convincentemente la parte emersa del continente lotta armata: la parte tutta ideologica che poco c'entrava con la società reale. Una lotta armata e un terrorismo piovuti dal passato; una roba da marziani, egregiamente rappresentata dalle Br. Quelle mettevano giù piatte il manuale marxista-leninista dell'avanguardia di massa che preparava pezzo su pezzo l'insurrezione operaia. Conoscevano a menadito qualche capitolo di Stato e Rivoluzione e del Che fare?.."

"..e non sapevano nulla" aggiunse Carlo ironico "della rivoluzione, fondamentale per la nostra generazione, compiuta da Little Richard e Bob Dylan".
"Già'. E non sapevano neanche nulla della violenza di cui tanto parlavano" riprese Enrico "Delle sue leggi, le sue regole. Dilettanti in confronto ai veri professionisti. Quelli sapevano, con Machiavelli, che la violenza va usata tutta e repentinamente. Poi la pace del nuovo ordine. Santo Domingo, Persia, Indonesia, Italia, Grecia, Cile, Argentina.. Ne avevano di esperienza! Un solo piano tirato al ciclostile e poi adattato dagli agenti in loco. I palazzi da occupare, chi ammazzare, chi far sparire, chi internare. Noi invece a centellinarla pezzo a pezzo. Altro che terroristi, pedagoghi. Se avessimo seguito la strada di Guy Fawkes anziché' quella di Osvaldo Peci.."

"... I confini, Francesca, non erano più netti come una volta, gli operai apparivano sempre più simili ai giovani che nel '77 avevano invaso le piazze, portandovi il disagio, la rabbia e la voglia, matura e azzardata a un tempo, di vivere una vita più ricca, anche fuori dalla sfera della produzione, del lavoro. Quelli invece stavano ancora fermi alla 'fabbrica come luogo di disciplina rivoluzionaria', alla lotta armata come scelta obbligata imposta dai 'padroni'. Roba da museo, anticaglie sopravvissute solo per l'arretratezza generale del sapere politico in questo paese.."
"Sarebbe ora" insistette Enrico "che ci guardassimo in faccia e ci dicessimo le cose come stanno, senza fare i furbi. Sarà impolitico..ma chi se ne frega. Dobbiamo darci una ragione credibile per quello che abbiamo fatto e per quello che stiamo pagando. Io non ci sto a farmi trent'anni di galera nella camicia stretta del 'rivoluzionario' e neanche, come oggi è più di moda dire, perché' volevo 'trasformare la società. Chiacchiere che se provi a dirtele davanti ad uno specchio ti viene da ridere, prima, e da piangere poi. La mia ragione di fondo, anzi, la mia passione, è stata da sempre trasgredire, rompere l'ordine, le maglie che mi tenevano stretto.."

"..Le magli che tenevano stretto non so neanche io cosa, Francesca. Dentro c'era insofferenza, rabbia, certo; lo sai. Poi tutto questo è entrato nell'impegno politico, nelle lotte del movimento; e lì tutto è diventato più indecifrabile.

"...E' grossa, forse, ma potrei dirti allora che la lotta armata può essere stata il surrogato di una mancata esperienza culturale. Se così è stato, essa ha espresso allora la parte più radicale delle tensioni, dell'insofferenza, della rabbia che era andata crescendo in tutti i nostri anni '60: i Kennedy, Luther King, Lumumba, Steinbeck e Whitman, Osborne e gli Hungry Young Men, e poi.. Master of War, It's a hard rain's gonna fall, la strage del Vajont, il sangue di Ignacio, il Canto general e l'anima lacerata di Majakovskij, La solitudine del maratoneta, King and Country (che dolore il volto martoriato di Courtney, così ingenuamente tenace e per questo così irrimediabilmente sconfitto..).
E l'intrattenibile gioia della trasgressione. Forse già venata da un inconsapevole annuncio di sconfitta. La spinta folle (ma era poi folle?) di Rhet Butler: abbracciare una causa solo proprio perché' è persa..."

Il flusso di parole in sintonia correva rapido tra i due. In galera succede così. Si può andare avanti e indietro per ore, coprire cento e più 'vasche', smozzicando avari pezzi di conversazione oppure, al contrario, arrancare nel tener dietro al fluire concitato delle parole. Foss'anche il rimandarsi, in una gara senza fine, di tutte le battute e le facce dei cento film americani ripassati dalle tv locali (...)
O come la storia del cucciolo di labrador entrato di contrabbando in un carcere speciale dei più duri. Cresciuto poi clandestinamente fino a che, ormai troppo grosso e cattivo, nessuno, tranne il padrone e i suoi amici, aveva più il coraggio di avvicinarlo. Cane che aveva condiviso la più rigida clausura e aveva respirato aria e tensione, sviluppando un odio feroce per ogni divisa e che, quando qualche incauta guardia cercava di sorprenderlo nel sonno (figurarsi! lui che, come il padrone, aveva imparato a dormire con un occhio solo e le scarpe da tennis ai piedi) la preferiva alla sua dieta abituale, risputandone fuori, con soddisfazione, solo le suole e le mostrine..

Valerio Morucci - A guerra Finita


 

29/09/15

La musica come agente del cambiamento: Pop Grenade

Lo scrittore Matthew Collin presenta una selezione di link, basata soprattutto il suo nuovo libro Pop Grenade: from Public Enemy to Pussy Riot: Dispatches from Music Frontlines. E' una serie di dispacci personali da periodi storici e critici in cui la musica è stata usata come agente del cambiamento, o come Fela Kuti ebbe a dire, come un arma - storie di tempi turbolenti che hanno visto personaggi bizzarri, come predicatori hip-hop , attivisti techno, punk provocatori e visionari del rock'n'roll.

Rebel Without a Pause
Periodi fugaci nella storia recente in cui la musica è stata una colonna sonora per trasformazioni sociali, accelerando e alimentando l'anima dei movimenti culturali e delle comunità alternative che hanno cercato di confrontarsi con l'ingiustizia, alterare le coscienze di una generazione, o almeno creare spazi sicuri dove potersi esprimere liberamente prima che la polizia e le autorità arrivassero come sempre e con celerità a bloccare e mettere la parola fine a tutto. I Public Enemy furono i primi nel 1987 ad far esplodere una bomba sonora con il loro primo tour britannico . Erano le Black Panthers del rap , i nuovi militanti dell'epoca hiphop, con un nuovo incandescente zelo rivoluzionario. Ma erano anche ferventi afro-futuristi, tanto musicalmente radicali, quanto lo erano i loro testi. Chuck D sostiene che volevano essere una chiamata di allarme per un'intera generazione:
"Volevamo far riflettere le persone, 'Che cazzo è questa roba?'"



L'influenza dei Public Enemy si estese anche al mondo notturno della scena dance elettronica del tempo. Negli Stati Uniti, le crew techno di Detroit Underground Resistance adottò la loro iconografia black power e la usarono come combustibile ideologico per un assalto sonoro ancora più duro, incanalando la loro furia per il declino della città dei motori in una machine-music, che letteralmente.. <<si liberò dall'oppressione terrena per decollare verso l'universo..>>

Underground Resistance.
Ci fu anche la creatività anarchica della scena techno di Berlino, subito dopo la caduta del muro, che con i suoi nuovi suoni psicotropi si spinse ai limiti estremi dell'edonismo alla fine degli anni 1990. Questo è stato il momento, dopo che il Criminal Justice Act del 1994 metteva fuorilegge i guerriglia rave in Gran Bretagna, che la cultura dei club house divenne sempre più commercializzata, mentre la frangia radicale del movimento diventava sempre più politica: con il suo equipaggiamento sound system forniva la colonna sonora per le manifestazioni nelle strade, come quelle contro Desert Storm.

Crew inglesi come Spiral Tribe lasciarono la Gran Bretagna in cerca di spazi liberi, sulla scia del Criminal Justice Act, creando il circuito fuorilegge dei festival / rave Teknival in Europa continentale. Nella metà degli anni '90, dopo il conflitto nei Balcani, alcuni dei nuovi giovani politici contribuirono a ispirare la scena techno di Sarajevo, traumatizzata dalla guerra, che esiste ancora oggi.

Storming Sarajevo
I musicisti sono stati anche in prima linea a Istanbul nel 2013, quando è scoppiata la resistenza di massa contro il piano del primo ministro Erdoğan, piano che prevedeva la demolizione di un parco caro alla popolazione nel centro della città. Uno dei primi manifestanti arrestati dalla polizia antisommossa in Piazza Taksim è stato Serhat Köksal, alias 2 / 5BZ, pioniere della musica elettronica turca e politicamente impegnato, oltre ad essere un favorito del defunto John Peel.



2 / 5BZ "Gezilla
Le band contemporanee di Istanbul e i DJs coinvolti nelle proteste di piazza Taksim sono nate dalle vecchie band della psichedelia radicale turche e politicamente impegnate degli anni '60 e '70. Musicisti come Cem Karaca, Mogollar e Selda Bağcan. Questo movimento fu distrutto dal colpo di stato militare del 1980 e alcuni dei musicisti furono perseguitati dal regime per anni. Ma questa canzone da Selda Bağcan - una chiamata rivoluzionario per cogliere l'attimo - mostra come brillantemente hanno bruciato prima che il buio è caduto.



C'era anche una recrudescenza di dissenso a Mosca all'inizio di questo decennio, drammatizzato in modo spettacolare dai passamontagna del gruppo punk femminista delle Pussy Riot. Le loro performance audaci di guerriglia erano una controparte emozionante per le proteste di massa nelle strade della città, ma quando hanno cantato la loro sediziosa "Punk Prayer" in una cattedrale di Mosca, sono state arrestate e inviate in colonie penali dopo un processo farsa che ha dimostrato come il regime vuole mettere a tacere artisti avant garde tanto quanto gli attivisti politici tradizionali. Le Pussy non hanno avuto problemi a dichiarare che gruppi britannici come The Angelic Upstarts, Cockney Rejects and Sham 69 sono stati d'ispirazione.

Nel libro, il veterano critico musicale russo Art Troitsky dice che la maggior parte dei rockers russi non volevano avere niente a che fare con la politica - troppo sporca, troppo pericolosa - ma pochi hanno avuto il coraggio di parlare durante l'era Putin. Il rapper Noize MC, la cui canzone "Mercedes S666" si scaglia contro un dirigente della compagnia petrolifera russa accusato dell'uccisione di due donne in un incidente d'auto, e il veterano rocker DDT, il cui cantante Yuri Shevchuk ha affrontato personalmente Putin, in un incontro televisivo nel 2010, accusando la politica di corruzione e denunciando la brutalità della polizia.

L'UNDERGROUND AI TEMPI DELL'URSS, quì




18/05/15

Ribelli: Il dandy refrattario

Per niente facili..uomini sempre poco allineati (I. Fossati)
 

Ribelle, dal latino rebellare, (ricominciare la guerra), e chi si mobilita contro l’omologazione; chi forza le strutture asfissianti della collettività per fuoruscirne o farsi debitamente proscrivere: vieppiù affermando la propria libertà “Der “Waldang”, il passaggio al bosco, il trasmigrare altrove e, per Ernst Junger (1895-1998), autore del Trattato del ribelle (1951), il destino di chi s’oppone: del Waldanger, colui che ‘passa al bosco’, il ribelle. Per costui, poeta che, come tale, parla una lingua del tutto sua, ostracismo ed emarginazione sono i compagni d’un compito alto e difficile; di una fuga in avanti, trasgressiva del fatalismo paralizzante che ha prosciugato l’ultimo humus di libertà individuale e la stessa storia del coraggio umano. Diversamente dall’ unico stirneriano e dall' Oltreuomo di Nietzsche, il ribelle non si alimenta del rovesciamento dei valori ma di una solitudine selvaggia che lo trasforma, prima, nel diseredato in guerra col mondo, poi nel dostoevskijano “uomo del sottosuolo” e, infine, in refrattario. Il nulla che assedia le masse lo ha spinto nella selva, in un paesaggio di possibilità e di libero volere nemico del Leviatano. E’ convinto, il ribelle, che l’essere sia più vitale del nulla; che acquiescenza, consenso e complicità si trasformeranno in rigetto e, subito dopo, in ribellione: in “liberta di dire di no”. Nelle “retrovie del nemico”, egli s’apre un varco per far passare la sua arte avversaria dell’inferno macchinistico e automatizzato. E un’arte apodittica che non pone domande ma da risposte, sarcastica verso le gagliarde larve al servizio dell’economia, della polis, del potere, degli amministratori del mercato e dei loro schiavi.

Ma nella foresta, ai margini della società, il ribelle perde la sua battaglia e diviene un refrattario. L’unità e la continuità del suo Io sono state interrotte ed egli non sa più designate la propria referenzialità. Non ha più un autoriferimento e le sue azioni perdono contatto con le sue percezioni. L’autocoscienza viene dapprima scorporata e poi contaminata dalla peste dell’alienazione. Poteva essere un dandy, il refrattario; un elegante guerriero: ma è stato fermato dal proprio fallimento. Si pensi al destino di Baudelaire, che, in un articolo sul giornale “La Situation” (5 settembre 1867), Jules Valles (1832-1885) descrive sul letto di morte mentre, col folle sorriso del perdente, gorgoglia: “Orco dio! Orco dio!”. .
Valles, un outsider e irregolare poco stimato dai critici e dagli storici della letteratura francese, combattente sulle barricate e membro della Comune di Parigi, configura nel dandy Baudelaire un esempio del clochard cui dedica il libro I Refrattari (1865).
E’, il refrattario, una specie di Brummel straccione, degradato e quasi demente, colto al termine della propria esistenza fallimentare. Lui che aveva giurato a se stesso di essere libero, ha vissuto “una vita a parte”, con “l’orgoglio davanti a lui come una fiaccola”. Adesso, dopo avere trascinato la sua residua esistenza tra i Caffè, muore “d’una morte lenta” preceduta da un’agonia lunga e “piena di pene meschine, di dolori comici, di supplizi senza gloria!”.




12/10/14

Arin Mirkan: Vita e destino


"Un gruppo di combattenti sono posizionati tra le macerie degli edifici, provocati dai bombardamenti ... Avrebbero dovuto dare il loro addio all'inizio di ogni attacco ... Erano gli ultimi momenti della loro vita, bevevano l'ultimo sorso d'acqua marcia che avevano con loro. Non hanno mai avuto le armi per combattere o fermare il progresso dei tanks.
Ma erano i combattenti della libertà, per la terra e l'umanità.
I tanks arrivavano davanti a loro dopo un pesante bombardamento. La loro posizione era appiattita e i carri armati rotolarono dritto sui loro corpi.
Tuttavia, l'esercito che aveva i carri armati fu ancora sconfitto. Intorno era pieno di combattenti che a pochi metri dietro di loro erano in attesa per un agguato. Si posizionarono davanti ai carri e fermarono il progresso dei nazisti succhiasangue ".

Ecco come Vasilij Grossman descrisse gli ultimi momenti di un gruppo di partigiani che hanno combattuto una resistenza senza precedenti contro il nazifascismo e alterato il corso della seconda guerra mondiale nel suo libro intitolato 'Vita e destino'.

08/05/14

La strage nazista di Odessa

Quello che è veramente successo ad Odessa
Così come l’imperialismo Usa, anche quello europeo non esita a sostenere i nazisti pur di avere a disposizione uno strumento da usare contro chi si oppone all’assorbimento del paese nell’UE e nella Nato.
La caccia al ‘russo’ e al ‘comunista’ delle bande neonaziste sostenute da Washington e Bruxelles si è trasformata ad Odessa in una vera e propria strage, con l’uccisione di decine di militanti antifascisti arsi vivi nel rogo della Casa dei Sindacati. Rabbia, sgomento e solidarietà alle vittime della barbarie nazista cadute a Odessa e in tutta l’Ucraina. In un’Europa attraversata da movimenti di chiara natura reazionaria e fascista credo sia doveroso schierarsi con le donne e gli uomini che a Odessa, Slavyansk, Donetsk e nelle altri città ribelli dell’Ucraina resistono alle bande naziste.

06/05/14

Le signore della notte

AMORI, GELOSIE E TESTIMONIANZE DEL RETROPALCO
Esistono ancora le GROUPIE?

Torniamo a parlare di Groupie.
Il termine stesso ha molte definizioni. Applicato ampiamente esso racchiude tutti coloro il cui culto per gli idoli confina con l’ossessione. I giocatori di baseball, le ballerine, gli autori, i tennisti, gli attleti, tutti avevano groupies di un tipo o dell’altro. Ma in termini di Rock’n’Roll groupie non é soltanto sinonimo di fan.
Una cosa é aspettare davanti ai cancelli sperando di poter aver un autografo da un calciatore famoso, un’altra é fare un bocchino sul portone d’ingresso al ragazzo che lavora nel teatro dove si esibiscono le rock-stars..

Quasi tutti i gruppi famosi hanno cantato le groupies, e l’infatuazione di oggi per gli anni Sessanta, e settanta  può far sembrare quelle donne più attraenti di quanto lo fossero realmente. Ma anche il punk con il cervello più indurito avrebbe avuto dei problemi a raggiungere le Plaster Casters, tre ragazze paffute di Chicago che negli anni 60 collezionavano centinaia di formette di ceramica con lo stampo dei falli delle rock stars. Le ex groupies, molte delle quali hanno poi lavorato  come pubblicitarie discografiche, come critici musicali, come voci d’accompagnamento o sono sposate con musicisti, affermano che il termine voglia dire qualcosa di differente. L`atmosfera era differente, c’era stata una rapida crescita spontanea, una rivoluzione culturale che si è manifestata nei costumi dell’amore libero, delle comuni, degli allucinogeni e nel fortissimo sentimento contro la guerra. In certo qual modo, tutto il feeling era contenuto nei suoni delle “armi” elettriche maneggiate dai musicisti rock & roll. Essere una groupie allora significava far parte di una scena che avrebbe potuto cambiare il mondo. Per mantenere la loro posizione, dovevano essere sfacciate, brillanti ed eccitanti. Ma l’innocente ribellione degli anni Sessanta aveva fatto strada alla generazione degli anni Settanta, al movimento del <<if it feels good, do it>>. Gli executives si facevano crescere i capelli, fumavano la marijuana e ascoltavano il rock & roll. La guerra fini e arrivò una specie di soddisfazione saporosa. I critici rock disprezzavano tutto quello che somigliava alla creatività degli anni Sessanta.

14/11/13

Napoli 1647: Il popolo è una bestia che di teste ne ha tante..

Il 17 luglio 1647 un pescivendolo napoletano chiamato Masaniello guidò una protesta di donne del mercato, carrettieri, facchini, marinai, pescatori, tessitori, setaioli e tutti gli altri poveri, o lazzaroni, della seconda o terza città europea per numero di abitanti. La ribellione ebbe inizio nel mercato di Napoli, dove contadini e artigiani scoprirono che il viceré spagnolo aveva imposto una nuova gabella sulla leggendaria frutta della città (Goethe riteneva che fossero stati i napoletani a inventare la limonata). I rivoltosi misero il mondo a soqquadro: i rematori di galee divennero capitani, gli studenti ricevettero i libri, le prigioni si aprirono, i registri delle imposte vennero bruciati. Fu proibito ai nobili di portare abiti sfarzosi, mentre i loro palazzi furono devastati e gli arredi dati alle fiamme nelle strade. “Questi beni sono usciti dal sangue del nostro cuore; e mentre bruciano, nel fuoco dell’inferno dovrebbero bruciare anche le anime e i corpi di quelle sanguisughe che li possiedono," gridava uno degli insorti.” I ribelli decretarono che chi fosse stato sorpreso a saccheggiare poteva essere giustiziato perché “tutto il mondo sappia che non abbiamo intrapreso questa faccenda per arricchirci ma per rivendicare la liberta comune". Il prezzo del pane scese a livelli consoni a un'economia morale. Questa era l'essenza della rivolta, che Masaniello espresse nella sua “eloquenza primitiva”. La figura retorica più presente nei suoi discorsi, però, non si sarebbe trovata nei manuali rinascimentali, perché era la lista dei prezzi: “Guardate qua, ragazzi, come siamo ridotti, gabella su gabella, 36 once una forma di pane, 22 la libbra di formaggio”, eccetera. “Dobbiamo sopportare queste cose? No, ragazzi miei; imparate a memoria le mie parole e fatele risuonare in ogni Strada della citta".

17/09/13

Loro ci odiano

"La lotta di classe esiste. E noi la stiamo vincendo.."
Arthur Betz Laffer, economista statunitense, sostenitore della teoria dell'offerta, che divenne molto influente negli anni dell'amministrazione Reagan, tanto da esserne uno dei massimi consiglieri economici negli anni della sua presidenza. (Wiki)

"Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma “tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro”. A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione.

E’ il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. E’ un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza. Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto? Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale. E importante riaffermare l’esistenza del proletariato. Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Poi c’è il sottoproletariato, che ha problemi di sopravvivenza e al quale la destra propone con successo un libro dei sogni."
Edoardo Sanguineti



05/06/13

Terra e Libertà

Terra e libertà, furono questi, fino all’ultimo, i due obiettivi di Emiliano Zapata, artefice della rivoluzione messicana e ideale archetipo di tutti i grandi ribelli del Continente latinoamericano; partendo dalla difesa dei braccianti contro la schiavitù del latifondo e dal sostegno dei diritti degli indios, Zapata diede vita a un piano di riforma agraria che costituì l’unico vero programma contro la corruzione e la vuota magniloquenza del regime di Porfirio Diaz. Un esistenza e una morte intense, piene di significato in ogni attimo, delineando “l'immagine di un uomo straordinario, prototipo di un popolo straordinario, preso nel vortice di tempi straordinari"` ll carisma di Zapata e il coraggio della sua gente, ma soprattutto il loro sogno di un futuro di giustizia, possono spiegare come un esercito di diseredati, costretto a rubare le armi ai nemici, vedesse aumentare le sue schiere a ogni tentativo di repressione. Attraverso gli anni e i decenni, la figura di Zapata ha continuato a ispirare la rivolta (non e un caso se l’attuale movimento di liberazione del Chiapas si richiama al suo nome) ed è assurto alle dimensioni di un simbolo, ben oltre i confini del Messico. Dietro a un mito. c’è sempre una realtà..

Quattrocento volte la terra ruota nella sua magica corsa attorno al sole. Quattrocento volte la cappa di ermellino cala sui fianchi del vecchio Popo e si avvolge di nuovo attorno al suo collo, e rivoli di cristallo scintillante infuriano lungo i fianchi della paurosa Sierra Ajusco, a riempire i torrenti del Morelos, per scorrere poi tranquilli e poveri d’acqua. Quattrocento volte nei solchi delle piccole milpa degli indios, nelle vaste hacìendas, il sacro grano compie il suo rito di resurrezione, dal seme sepolto al lungo stelo e alla pannocchia fasciata di foglie, mormorante drappeggio color oliva, per trasformarsi poi dolcemente in reste brune e polvere; mentre la leggera fontana verde-grigia della canna da Zucchero zampilla e scherza con grazia carezzevole, balza in alto e ricade, per deporre il suo oro frantumato su soffici grasse palme in casco e palacîo. Quattrocento volte le colline splendono verdi di giada e lentamente bruciano in un color di rame. Quattrocento volte gli indios pazienti marciano in cerchio, uno dietro l’altro, aspettando il miracolo, pregando Maria: uomini schiavi in una notte cieca.

25/04/13

25 Aprile: Uomini ex

Aggiungi uno straccio al manganello e molti diranno che è una bandiera..
Non ogni notte termina con l'alba..Bisogna continuamente ricominciare dalla fine..

Non avevo ancora cinquant'anni e già mi sentivo candela consumata, senza ruolo e prospettiva. Oggi in Italia non c'era più.. Occupazioni alternative, niente. Passavo le giornate a casa nell'avvilimento, inoperoso per la prima volta da quando ero ragazzo. Il compagno Verdi mi rassicurava: presto sarai rimpatriato. Finalmente. Ma quando? Con un lavoro? Quale? Dove? In commissione non ne sapevano molto: da Botteghe Oscure solo vaghezze, accenni all'eventualità di un mio impiego all'Unipol, compagnia di assicurazioni controllata dal partito (...)
In aprile, due giorni dopo l'innalzamento del prosovietico Husàk al posto di Dubçek, rondine con le ali mozzate, il via alla partenza , prima destinazione Botteghe Oscure. Anche per Martha l'uscita dall'incubo. Preparammo il trasloco alla svelta. Il tempo restante l'avremmo dedicato a visite di congedo, passammo l'ultima domenica a Hvèzdonice, da Aristide, sempre in forza a <Ceskoslovènsky' Zivot> ma retrocesso a traduttore (e sotto una censura occhiuta) : il suo vecchio direttore Solar, ebreo sopravvissuto a Terezìn, se n'era fuggito in Svizzera. Ci venne incontro alla fermata del trenino, la nostra visita gli dava sollievo. Breve la sosta al casale, avremmo pranzato in montagna, partimmo subito. - Ti andrebbe - propose dopo un poco a Pietrovlada, - di arrivare a un passagio di caprioli e cervi? - Il bambino si illuminò. Salivamo con bastoni d'appoggio, ci entrava in petto un penetrante profumo di resina. Vicino alla cima Aristide si fermò affaticato, un calcagno gli doleva per un becco d'artrosi. Io ansimavo, e ora, diagnosi recente, sapevo bene perchè: enfisema. - Incontrarsi alla nostra età - scherzai - più che un incontro di uomini, è quasi sempre un incontro di cartelle cliniche - . Sorrise, ma era una smorfia. Prese per mano il bambino e gli parlò, l'intratteneva facendogli discorsi da grande: - Devi fare attenzione, Pietrovlada, a come si combinano i rami dei pini, le punte degli abeti, le quercie ingiallite. C'è una fantasia architettonica, nella composizione di un bosco. Un'architettura mutevole secondo i luoghi e le stagioni. E pensa tu, - caustico, scarmigliandolo con gesto di carezza, - abeti, pini, meli nascono, crescono, fioriscono, fruttificano senza aspettare , sciagurati, le direttive del Comitato Centrale cecoslovacco. L'avresti mai detto? - A pochi passi, due caprioli, non curanti di noi. Pietrovlada li rincorse felice. Dopo mangiato, ci rimettemmo in cammino, sulla via del ritorno. Era un pomeriggio chiaro, quasi l'annunzio dell'aprile italiano. Per un tratto tacemmo, ognuno dentro un suo giro di pensieri. Chissà, nell'ora del comitato anche Aristide era spinto, com'ero spinto io, a rovistare il passato, vent'anni di percorso comune, le certezze dell'inizio, i momenti esaltanti, idilli, battaglie, occasioni di felicità nel privato, traversie, ferite immedicabili. Rallentò, si stancava facilmente, vecchio più dei suoi anni. Prese Martha sottobraccio, le sorrideva, ma nell'occhio gli durava un' ombra, c'era nelle sue parole, come da tempo gli succedeva, una contaminazione di dramma e d'ironia svejkiana: - Ricordi, Martha? Franco e io sognavamo che il socialismo avrebbe addirittura creato l'uomo nuovo, e guarda un pò me. Mi ritrovo soltanto ad essere  l'uomo ex. Ex tutto. Cacciato dal Partito comunista ceco quale <revisionista e opportunista di destra>. Dunque ex tesserato comunista. Cacciato dall'Associazione dei giornalisti. Ex giornalista. Anche l'Associazione dei cacciatori mi ha messo alla porta (del resto un mio amico del ministero degli esteri è stato espulso per opportunismo di destra dall'Associazione filatelici). Insomma, quanto a fortuna, potrei vestire i panni dell'Amleto di Petrolini:< Se qualche volta in festa io ballo| la mia compagna mi pesta un callo.| Monto in vettura| muore il cavallo| Se vado a Messina| ci viene il terremoto>. Sono persino un ex marito. E sento prossimo il giorno che anche il cuore affaticato mi dirà:< Ma vaffanculo, Aristide. Hai abusato di me. Sciopero generale. Arterie, ventricoli, coronarie, alt, basta!>. Ex Aristide. Ex in eterno. Sino a quando verrà un nuovo Einstein a svelarci che financo l'eternità è molto relativa.. The end. Giù il sipario, compagno. Ex totale. Ci salutammo tenendoci abbracciati a lungo. Il giorno finiva con nubi tinte di rosso calante..

Sul finire degli anni Quaranta, 466 partigiani comunisti italiani, di cui la maggior parte del triangolo rosso emiliano, per sfuggire al carcere cui sono condannati dalla giustizia italiana, espatriano in Cecoslovacchia, a Praga. Si lasciano alle spalle anni di lotta ed episodi mai chiariti di cui ancor oggi si discute con fatica e dolore..


Uomini ex, Giuseppe Fiori


17/04/13

Donne mito: Monika Ertl ( La donna che vendicò il Che )

La storia eccezionale di Monika Ertl, la donna guerrigliera che raggiunse e uccise - a Berlino - Roberto Quintanilla, tra i killer di Ernesto Guevara. Alla fine degli anni Sessanta tutto cambiò con la morte del Che Guevara, tagliò le sue radici per entrare completamente nella militanza, impugnando le armi con la Guerriglia di Ñancahuazú. Per la vendetta, nessun cammino è lungo…

Ad Amburgo, Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1 aprile 1971; una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia ed attende, pazientemente, di essere ricevuta. Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio; Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito scuro di lana, entra nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di questa donna che dice di essere australiana e, qualche giorno prima, gli aveva chiesto un incontro. Per un istante fugace, i due si trovano faccia a faccia; la vendetta appare incarnata in un volto femminile molto attraente. La donna, dalla bellezza esuberante, lo guarda fisso negli occhi, senza dire una parola estrae un revolver e spara tre volte; nessuna resistenza, nessun combattimento, nessuna lotta, i colpi vanno a segno. Nella fuga, la donna lascia alle sue spalle una parrucca, la sua borsa, la sua Colt Cobra 38 Special ed un foglio sul quale si legge “Victoria o muerte. ELN”.

Chi era questa donna audace e perché ha assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare “Imilla” che, in lingua quechua e aymara significa Bambina o giovane indigena (oggi, in Bolivia, è considerato un insulto); il suo nome vero era Monika Ertl, tedesca di nascita, aveva compiuto un viaggio di undicimila chilometri dalla sperduta Bolivia con l’unico proposito di assassinare un uomo, il personaggio più odiato dalla Sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira. A partire da quel momento, ella divenne la donna più ricercata del mondo, conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutta l’America; quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Torniamo al 3 marzo 1950, data nella quale Monika era giunta in Bolivia con Hans Ertl, suo padre, attraverso quella che sarebbe divenuta nota come “la ruta de las ratas” (la via dei ratti, N.d.T.) , il “sentiero” che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sudamerica al termine del conflitto armato più grande e sanguinoso della Storia universale: la Seconda Guerra Mondiale.
La storia di Monica ha potuto essere ampiamente raccontata grazie alle ricerche di Jürgen Schreiber, ciò che vi presento io è solo una pennellata di questa appassionante storia che coinvolge molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e realizzatore di sogni, agricoltore, convertito ideologico, cineasta, antropologo ed appassionato etnografo, raggiunse molto presto la notorietà ritraendo i dirigenti del Partito Nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e la destrezza atletica dei partecipanti ai Giochi Olimpici di Berlino (1936), sotto la direzione della Leni Riefenstahl , che glorificò i nazisti. Tuttavia ebbe l’inconveniente di essere conosciuto per la Storia (e per sua successiva disgrazia), come “il fotografo di Adolf Hitler”, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman, delle SS; alcune fonti affermano che Hans sia stato incaricato di documentare le zone d’azione del reggimento del famoso Feldmaresciallo Erwin Rommel, detto la Volpe del Deserto, durante la sua traversata verso Tobruck, in Africa. Per citare un dato curioso, Hans non aderì al Partito Nazionalsocialista ma, nonostante aborrisse la guerra, esibiva con orgoglio la giubba disegnata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta di allora e della sua eleganza ariana; detestava essere definito “nazista”, non aveva nulla contro i nazisti ma neppure contro gli Ebrei. Per ironico che sembri, fu anch’egli vittima delle Schutzstaffel.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quando i Terzo Reich crollò, gerarchi, collaboratori e persone legate al regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, fra i quali quelli del continente sudamericano, con il beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che Hans fosse una persona molto pacifica e che non avesse nemici, così scelse di restare in Germania per un periodo, lavorando con mansioni inferiori a quelle adatte alla sua condizione, fino a quando emigrò con tutta la sua famiglia; andarono prima in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernández, “affascinante paradiso perduto”, dove realizzò il documentario (1950) e portò avanti altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl, nel 1951, giunse a Chiquitania, a 100 chilometri dalla città di Santa Cruz; vi arrivò per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistador del XV° Secolo, fra la fitta ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana, in una proprietà di tremila ettari dove costruì, con le sue mani e con materiali locali, quella che sarebbe stata la sua dimora fino ai suoi ultimi giorni:“La Dolorida”. Il vagabondo della montagna, come lo chiamavano esploratori e scienziati, se ne andava in giro con il suo passato sulle spalle, attraverso l’immensa natura, con lo sguardo avido di sviscerare e catturare con l’obbiettivo tutto ciò che percepiva del suo ambiente magico in Bolivia, mentre iniziava una nuova vita accompagnato da sua moglie e dalle sue figlie; la maggiore si chiamava Monika, aveva quindici anni quando iniziò il loro esilio e, qui, inizia la sua storia…

Monika aveva vissuto la sua infanzia nell’effervescenza del nazismo della Germania e, quando emigrarono in Bolivia, apprese l’arte di suo padre, che le fu in seguito utile per lavorare con il documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò, in Bolivia, diversi film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monika la passione per la fotografia; di certo, possiamo indicarla come donna pioniera delle realizzatrici di documentari nella storia della settima arte. Monika crebbe in una cerchia tanto chiusa quanto razzista, nella quale spiccavano sia suo padre, sia un altro sinistro personaggio, che lei si abituò a chiamare, con affetto, “lo Zio Klaus”, un imprenditore tedesco (Klaus Barbie 1913 – 1991), ex capo della Gestapo a Lione (Francia), meglio noto come “Il macellaio di Lione”.
Klaus Barbie aveva cambiato il suo cognome in “Altmann” prima di legarsi alla famiglia Ertl; fu lo stesso padre di Monika ad introdurlo nel ristretto circolo di personalità, a La Paz, dove si guadagnò abbastanza fiducia e, sempre Hans, gli procurò il primo impiego in Bolivia, come cittadino ebreo tedesco, del quale si dice che abbia fornito consulenze ad alcune dittature sudamericane. La celebre protagonista di questa storia si sposò con un altro Tedesco, a La Paz e visse presso le miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì e lei divenne un’attivista politica, appoggiando cause nobili; fra l’altro, contribuì a fondare un ospizio per orfani a La Paz, ora trasformato in ospedale. Visse in un mondo estremo, circondata da vecchi lupi torturatori nazisti, era abituata ai contrasti; tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre 1967), aveva per lei significato la spinta finale verso i suoi ideali. Monika, secondo sua sorella Beatriz, “adorava il Che come fosse un dio”. In seguito a ciò, la relazione tra padre e figlia divenne difficile, per la combinazione di quel fanatismo unito ad uno spirito sovversivo, fattori forse scatenanti che generarono un atteggiamento combattivo, idealista e perseverante. Suo padre fu il più sorpreso di tutto questo e, per quanto a malincuore, la cacciò dalla tenuta; forse, questa sfida negli anni Sessanta, causò in lui una certa metamorfosi ideologica, tanto da trasformarlo in collaboratore e sostenitore indiretto della sinistra in Sudamerica.

“Monika fu la sua figlia preferita, mio padre era molto freddo nei nostri confronti e lei sembrava essere l’unica che amasse. Mio padre nacque come risultato di uno stupro, mia nonna non gli dimostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre; l’unico affetto che dimostrò, fu per Monika”, disse Beatriz in un’intervista alla BBC News (quí)

Alla fine degli anni Sessanta, con la morte del Che Guevara, tutto cambiò: tagliò le sue radici ed impresse una svolta drastica alla sua vita, per dedicarsi completamente alla militanza, impugnando le armi con la Guerriglia di Ñancahuazú, come fece il suo eroe, per combattere la disuguaglianza sociale. Monika smise di essere quella ragazza appassionata di fotografia per diventare “Imilla la rivoluzionaria”, rifugiata in un accampamento sulle colline boliviane; man mano che la maggior parte dei suoi compagni cadevano, il suo dolore si trasformò in forza per pretendere giustizia e lei divenne una figura chiave nell’ELN. Nei quattro anni durante i quali restò nell’accampamento, scrisse a suo padre una sola volta l’anno, per dirgli testualmente “non preoccupatevi per me… sto bene”; purtroppo, non l’avrebbe mai più rivista, né viva, né morta. Così, nel 1971, attraversa l’Atlantico, torna nella sua Germania natale e, ad Amburgo, giustizia personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’ultimo oltraggio a Guevara: l’amputazione delle mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione, Quintanilla aveva firmato la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele Imilla si propose una missione ad altissimo rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo l’esecuzione, sarebbe iniziata una caccia attraverso paesi e mari, che terminerà solo quando Monika, nel 1973, cadde, uccisa in un’imboscata tesale, secondo fonti fidate, da suo “zio”, il traditore Klaus Barbie. Dopo la sua morte, Hans Ertl continuò a vivere e girare documentari in Bolivia, dove, nel 2000, morì all’età di novantadue anni, nella sua tenuta ora trasformata in museo grazie ad alcune istituzioni di Spagna e Bolivia; là è sepolto, con la sua vecchia giubba da militare tedesco, sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro si trova tra due pini ed è fatto con terra della sua Baviera, lui stesso si fece carico di prepararlo e sua figlia Heidi realizzò le sue volontà; Hans, in un’intervista concessa all’Agenzia Reuters, aveva detto: “Non voglio tornare nel mio paese. Anche da morto, voglio restare in questa mia terra”.

Si dice i resti di Monika Ertl riposino “simbolicamente” in un cimitero di La Paz; in realtà non furono mai riconsegnati alla sua famiglia, le richieste furono sempre ignorate dalle autorità e si trovano in qualche luogo sconosciuto della Bolivia, giacciono in una fossa comune senza croce, senza nome e senza una benedizione di suo padre. Così è stata la vita di questa donna che, secondo la destra fascista di quegli anni, ha militato combattendo “nel comunismo” e pertanto “nel terrorismo” in Europa; per alcuni il suo nome è rimasto inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o forse terrorista, per altri come donna coraggiosa che ha compiuto una missione. A mio parere, è la costola femminile di una rivoluzione che ha lottato per le utopie della sua epoca e che, vista con i nostri occhi, ci obbliga a riflettere ancora una volta su questa frase:

“Mai sottovalutare il coraggio di una donna”

Nina Ramon: http://clubdelilith.com

Traduzione a cura di Gorri da http://www.lahaine.org

05/02/13

Majakovskij e il suo sosia

Giro di conferenze a New York:
"È vero che avete scritto per il governo dei versi sui montoni?"

"È meglio scrivere su dei montoni per un governo intelligente che per dei montoni su di un governo idiota"


Questo post è dedicato ai diciannove operai Fiat di Pomigliano, che pur essendo stati reintegrati da un giudice di questa Repubblica secondo le leggi vigenti, sono stati allontanati dal posto di lavoro perchè "impossibile ricollocarli". In pratica 'indesiderati'. Discriminati, isolati e pagati per non lavorare. Dopo i vaneggiamenti di Marchionne su Fabbrica Italia, ancora uno schiaffo a diritti e dignità. Inoltre, a quella famiglia (una coppia con figlio, accompagnati  da un volontario dell'associazione ATD, Agir tous pour la dignité. ) , che qualche giorno fa è stata 'caccciata' dal Musée D'Orsay  di Parigi, uno dei più  importanti musei d'arte moderna, perchè, secondo le  lamentele di alcuni visitatori, "puzzerebbe".
Attenzione: il futuro..non è scritto.
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<A tutti. Del fatto che muoio non incolpate nessuno. E, per favore, non fate pettegolezzi. Il defunto li detestava. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemii. Questo non è un modo e non lo consiglio a nessuno: ma io non ho scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia sono Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle, e Veronika Vitoldovna Polonskaja. Se creerai per loro un esistenza possibile, grazie. Le poesie incompiute, datele ai Brik che sapranno metterci le mani. Come suol dirsi, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro la vita quotidiana. Tra la vita e me, i conti tornano, ed è vano elencare i guai, i dolori e le offese reciproche. Buonee cose, Vladimir Majakovskij. I2 aprile 1930. Compagni della RAPP, non mi considerate un pusillanime. Sul serio non c’è niente da fare. Saluti. Dite a Ermilov che è stato un errore togliere lo slogan, ma si sarebbe dovuto bisticciare a fondo.V.M. Nel mio cassetto ci sono 2.000 rubli. Pagate le impotre. Il resto lo riceverete dal GIZ.
V.M.>

Volodia fu vegliato Fino a mezzanotte da Osip, da Kolia, Aseev, da Pasternak e da altri amici intimi. E a proposito di Pasternak vale la pena riferire quello che scrisse nel Salvacondotto circa quella veglia: << Non c’era rumore. Quasi non si piangeva più. D’improvviso fuori, sotto la finestra, immaginai di vedere la sua vita, che apparteneva ormai tutta al passato. Si avviò di lato dalla finestra come una strada silenziosa, orlata di alberi... E ii primo a schierarsi in essa, accanto al muro, fu ii nostro Stato, il nostro incredibile Stato che non ha precedenti, e che irrompe nei secoli ed è per sempre da essi accolto. Stava li, in basso: lo si poteva chiamare e prendere per mano. La somiglianza fra i due era cosi sorprendente che sembravano gemelli. E mi venne da pensare per inciso che quell’uomo era il cittadino più raro di quello Stato. La novità del tempo gii scorreva climaticamente nel sangue. Tutto in lui era singolare delle singolarità dell’epoca, per metà non ancora realizzate. Cominciai a rievocare alcuni tratti del suo carattere, la sua indipendenza, che per molti aspetti era assolutamente originale. Tutto questo si spiegava con ia sua familiarità con certi stati d’animo che, pur impliciti nel nostro tempo, non sono ancora forza quotidiana. Sin dall’infanzia egli fu guastato dal futuro che dominò abbastanza presto e, in apparenza, senza grande difficoltà >>.

Pasternak aveva intuito molte cose di Majakovskij. Aveva intuito, per esempio, quel che aveva dovuto patire prima del suicidio: << Chi giunge alla determinazione dei suicidio mette sopra se stesso una croce, volge le spalle li passato, dichiara fallimento, annulla i ricordi. I ricordi non possono più raggiungerlo, salvario, soccorrerlo. La continuità dell’esistenza interiore è spezzata, la personalità è finita. Forse, tutto sommato, ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua >>. Cosi rifletteva e vegliava.

Lili ogni tanto correva a baciarlo, ad aggiustargli la camicia azzurra sul petto, a carezzargli la fronte. Poi si rifugiava di nuovo in camera, come un animale ferito.

La bara rimase esposta al pubblico per i giorni 15, 16, 17, con la scorta d’onore composta dai soldati dell’Armata Rossa e vegliata a turno da scrittori, attori, studenti, giornalisti, amici, gente del popolo che arrivava piangendo e non se ne andava che dopo un’intera nottata. Secondo le statistiche, in quei giorni sfilarono davanti alla salma del poeta oltre centocinquantamila persone.