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19/03/22

L'Indomabile: John Sinclair e gli MC5


"Per quanto mi riguarda gli Stati Uniti, possono anche andare al diavolo, penso che stiamo vivendo lo stesso processo d’implosione dell'Urss, è una decadenza lenta e inarrestabile." 



E' John Sinclair a parlare, lo stesso Sinclair che negli anni sessanta con i Trans Love Energies si esibiva in spettacolari installazioni artistiche scavando buche nei campus universitari per dare l'idea dei crateri prodotti dalle bombe americane sganciate in Vietnam. Ci occupiamo di Sinclair perché' lontanissimo dall'immaginario hippie mediatico dell'epoca, poeta, agitatore politico culturale e attivista per i diritti civili, contro la guerra, fondatore delle White Panthers, movimento radicale sulla scia delle più famose Black, ossessionato dalle autorità del suo paese e per questo bersaglio di primo piano della repressione. Creatore di quella zona franca di Detroit dove arte, musica e impegno politico si combinavano in una miscela esplosiva (regolata sulla frequenza di sex, drugs and r'n'r) Sinclair era anche esperto e cultore di musica, soprattutto blues e jazz, e fu il primo a rendersi conto del potere che il rock'n'roll poteva rappresentare per l'intera area della città dell'automobile, in quel periodo una gigantesca fabbrica a cielo aperto, e si mise a capo di un gruppo di giovani musicisti arrabbiati e in bolletta, facendo loro da manager e gettando le basi di quella che sarebbe stata la nuova scena musicale degli ultimi anni sessanta. La band era quella dei MC5, insieme agli Stooges di Iggy Pop senz'altro il primo gruppo proto punk. Rock eccitante, vibrante, coscientemente brutale: la musica dei Five rifuggiva la tecnica eccellente e si mostrava grezza, forte eseguita con intensità e fede profonda. Una valanga di rumore accompagnata da balli e gesti sfrenati, il pubblico li accoglieva col pugno chiuso decisi a scambiare le perline del flower power con le cartucce dell’aperta rivoluzione: fucili e chitarre. "Gli MC5 si affidano completamente alla rivoluzione e la rivoluzione si affida completamente a tutti coloro che escono dai gusci dell'individualismo: la separazione è rovina!" scriveva Sinclair presentando Kick out the jams. Era il sessantotto ma era una dichiarazione profetica, vista la situazione in cui ci troviamo. Memorabile la loro esibizione alla convention democratica di Chicago, tra le fiamme degli scontri e della guerriglia.


John Sinclair è stato anche uno dei pochissimi privilegiati a diventare protagonista/titolo di una canzone di Lennon, quando fu arrestato per possesso di marijuana e rischiando la vendetta del potere, una pena a vent'anni di reclusione, trasformandolo definitivamente in un’icona della controcultura dell'epoca. Oggi Sinclair tiene lezioni universitarie sulla cultura black, reading di poesie, programmi radiofonici (www.johnsinclairadio.com). Nauseato dalla situazione politica americana, vive dal 2004 in esilio volontario ad Amsterdam, dove ha stabilito il suo ufficio in un coffee shop.



Gli Stati Uniti e il Proibizionismo

"Negli anni ' 60 nessuno di noi pensava di abbandonare gli States, quella era la nostra terra e volevamo cambiarla, farne un posto migliore per tutti. Oggi ritengo non ci sia più nessuna speranza per il mio paese, l'America vuole restare così, ignorante ed egoista, vuole bombardare chi non è d'accordo con lei. E incontro sempre più gente, più americani che la pensano come me. Tantissimi miei compatrioti sono qui ad Amsterdam per sfuggire alla follia della guerra alla droga. Attenzione, questo non è un tema da sottovalutare e che non riguardi solo qualche sballato: l'80 dei due milioni e mezzo dei detenuti rinchiusi nelle galere americane è lì per reati legati alla droga."


New Orleans

"Le immagini trasmesse dai media dopo l'uragano che ha colpito New Orleans sono il miglior ritratto dell'America di oggi: si sono accorti di tutta quella gente solo quando l'hanno vista ammucchiata negli stadi: ormai al potere non importa nulla di come vivono i neri, ci sono generazioni di afroamericani che non sono mai usciti dai loro quartieri, non conoscono la città in cui vivono: hanno tolto prima le fabbriche e il lavoro e poi i luoghi d'incontro e alla fine anche i negozi. Continuano a non saper leggere e scrivere, non è qusta la follia?"

La galera e John Lennon

"Ero fuori dal mondo, due anni in una minuscola cella d'isolamento perché' avevano paura che istigassi gli altri detenuti alla rivoluzione. Rimasi totalmente scioccato quando seppi che un beatle si dava da fare per me, era fantastico. Poi..gliel'hanno fatta pagare, ma questa è un’altra storia."





La cultura Black

"Quando ero bambino amavo esplorare l'etere, smanettare la radio per cercare stazioni. Una notte mi sono collegato con una stazione del sud degli Usa, casualmente, che trasmetteva musica black e ne rimasi folgorato. Quei suoni, quei ritmi cosi belli, diversi e potenti. Dovevo assolutamente sapere chi faceva quella musica e il come e il perché. Mio padre, operaio alla catena di montaggio di Detroit mi assecondava e si sacrificava andando in giro con una lista di dischi che gli preparavo. Poi da grande sono andato a vedere come vivevano gli afroamericani e non era facile in quegli anni, cosi sono diventato una specie di esempio eretico per i miei contatti con la comunità nera. A un certo punto avevo quasi esclusivamente amici di colore, gente incredibile, allegra, disponibile nonostante che dai bianchi non avessero avuto che guai. Con loro scopri il jazz e i beatnik, la poesia e Coltrane, l'erba e tutto il resto.."

La Musica

"Perché, esiste della musica oggi? La musica aveva e deve avere altri scopi oltre l'intrattenimento. Con gli MC5 volevamo sovvertire il governo Usa, non certo ottenere un contratto discografico o scalare le hit parade.."






26/11/14

Il potere del cane

Crediamo che tutti, o quasi, siano a conoscenza della sconvolgente storia dei 43 ragazzi messicani scomparsi a Iguala a fine settembre di quest'anno.
Il 26 settembre scorso un centinaio di studenti del primo e del secondo anno della scuola di Ayotzinapa (a pochi chilometri da Chilpancingo, capoluogo dello stato di Guerrero) sono partiti con due autobus in direzione di Iguala, a circa 100 chilometri di distanza. (...) L’istituto magistrale Ayotzinapa è un posto particolare: gli studenti che vi accedono provengono per la maggior parte da famiglie contadine che coltivano mais e fagioli, dove l’ideologia rivoluzionaria è ancora piuttosto forte e dove si rivendica la lotta operaia e contadina. Lo scontro con il governo locale è molto forte: è alimentato dalla povertà e dalla violenza dello stato di Guerrero e dalla corruzione politica diffusa a tutti i livelli dell’amministrazione.

Sempre il 26 settembre gli studenti sono arrivati alla stazione di Iguala e hanno preso la strada per uscire dalla città, ma sono stati fermati dalla polizia locale. Più di quaranta studenti sono stati arrestati, mentre gli altri sono riusciti a scappare verso le colline. Alcuni sopravvissuti si sono presentati la mattina dopo al commissariato locale per avere informazioni sugli studenti arrestati, senza però ottenere alcun risultato.
Da allora degli studenti non si sa più nulla. Sabato 4 ottobre è stata scoperta a Iguala una fossa comune con 28 cadaveri: secondo Iñaky Blanco, procuratore generale di Guerrero, i corpi ritrovati potrebbero essere di alcuni degli studenti spariti la settimana precedente.  Un ragazzo chiamato  per riconoscere uno dei cadaveri ha raccontato che  era senza faccia: gli avevano tolto la pelle con un coltello e gli avevano staccato gli occhi.
Intanto due membri di un gruppo criminale locale hanno detto che 17 dei 43 studenti scomparsi sono stati uccisi non lontano dal posto dove è stata ritrovata la fossa, e un testimone ha anche detto di avere visto 17 studenti nel cortile della procura di Iguala mentre venivano fatti salire su delle auto della polizia (una telecamera di sorveglianza della procura ha confermato questa testimonianza). Juan Diego Quesada, giornalista di El Pais, ha definito la polizia locale “un corpo controllato dal crimine organizzato messicano"
La polizia e le autorità sostengono la tesi che ad uccidere e occultare i corpi dei ragazzi siano stati criminali affiliati al gruppo Guerreros Unidos, ma i genitori dei 43 studenti, che hanno fornito campioni del loro sangue per le analisi in corso sul dna dei resti umani ritrovati nelle fosse comuni, non credono alla versione delle autorità.

Questa la storia in breve, ma vi sono alcune e diverse versioni dell'accaduto, una delle quali legata al sindaco della città e a sua moglie, (sorella di tre narcotrafficanti del cartello dei fratelli Beltran Leyva, Maria de los Angeles Pineda è considerata il capo dei Guerreros Unidos a Iguala. Suo marito, il sindaco José Luis Abarca, è stato accusato nel 2013 di aver personalmente assassinato un leader contadino, Arturo Hernandez Cardona) e sono però tutte da verificare,
Negli ultimi dieci anni in Messico sono state uccise centomila persone e 27mila sono scomparse.

E' strano: proprio in questo periodo sto leggendo l'ultimo libro di Don Winslow, IL POTERE DEL CANE, più vado avanti e più mi rendo conto che potrebbe tranquillamente contenere la storia dei 43 di Guerrero. Il libro è del 2009, quindi nessun pericolo che questa incredibile vicenda possa aver ispirato lo scrittore. Che si è occupato di droga in altri suoi libri: Le Belve, I Re del mondo, Bobby Z .. Fin dall'inizio, con il suo Il potere del cane (edito da Einaudi), Don Winslow ci racconta <<dalle strade di New York a Città del Messico, da Tijuana alla giungla dell'America centrale, la storia della guerra al narcotraffico come non l'avete mai sentita raccontare. Nella blasfema trinità di droga, dollari e politica Winslow ha saputo riconoscere il nostro cuore di tenebra. Un grande romanzo sulla droga, terrificante e colmo di tristezza, di un'intensità che non concede un solo attimo di tregua. Un ritratto perfetto dell'inferno, e della follia morale che lo accompagna». Parole di James Ellroy, che non ha certo bisogno di presentazione qui su Interzone. Il libro di Winslow svela intrecci reali tra istituzioni, narcotraffico, proibizionismo, finanza, potere.. E' incredibile come certi episodi che descrive, molto trucidi, trovano riscontro nella realtà: è lo stesso scrittore in un intervista a confermare che molti di questi episodi non sono inventati, ma sono veramente accaduti. Per scrivere Il potere del cane Winslow ha fatto ricerche per più di cinque anni, e a suo dire somiglia un po' al lavoro che faceva prima di diventare scrittore, quando era un investigatore privato.  

Don Winslow è un convinto antiproibizionista:
<<Mi indigna la cosiddetta guerra alla droga, i politici ignorano completamente i fatti per spacciare una filosofia falsa, è una sorta di manipolazione (...)
Credo che l'unico modo per migliorare la situazione della cosiddetta guerra alla droga sia smetterla di combatterla perché proprio nel momento in cui si fa questa guerra si è causa di quel che si sta combattendo. Dobbiamo smetterla di affrontare la questione con modelli militari e anche con modelli polizieschi. Non ci sono dubbi, credo si vada verso una decriminalizzazione e liberalizzazione e i maggiori beneficiari di questo sarebbero i messicani, paese dove neanche più si contano i morti, sono loro quelli che soffrono certamente di più per il problema della droga negli Stati uniti. >> (...)
(da un intervista a ilmanifesto)


02/10/14

L'eroina? "Molto gradevole.." (Damon Albarn)

L'eroina e la creatività
di R. Katigbak

"Molto gradevole," dice Damon Albarn.



Il "problema" dell'eroina è che non se ne può dire nulla di buono. Questo è quello che ha scoperto l'allampanato cantante brit pop Damon Albarn quando, in una recente intervista, ha dichiarato che la sua esperienza con l'eroina è stata "incredibilmente creativa" e "molto gradevole." Questa dichiarazione ha inevitabilmente sollevato un polverone mediatico, e varie testate hanno protestato a gran voce.

Si tratta dello stesso tipo di disagio che aleggia attorno a questioni come la creazione di strutture per le iniezioni controllate o la possibilità di fornire eroina dietro prescrizione medica così da permettere ai tossicodipendenti di condurre una vita vicina alla normalità. Capisco da dove derivi quest'atteggiamento — la dipendenza dall'eroina è una cosa tremenda, e distrugge la vita di chi ne fa uso e quelle di chi lo circonda.
Ma di fronte alla candida ammissione di Albarn mi sono sentito più incuriosito che scioccato o turbato. L'eroina ti rende davvero più creativo?
Uno potrebbe pensare a esempi come la cocaina, che ti fa venire un sacco di idee — e ti sembrano tutte bellissime (anche se poi in realtà non lo sono affatto) — o l'erba, che rende qualsiasi cosa molto divertente. L'LSD è praticamente la quintessenza della creatività. Ma l'eroina? Doversi inventare ogni giorno un nuovo modo per racimolare soldi o sopportare l'astinenza possono essere considerati una manifestazione di creatività? Volendo rimediare alla mia scarsa conoscenza in materia (la visione di Trainspotting e l'aver visitato certe zone di Vancouver non sono evidentemente sufficienti) ho chiamato il dottor Alain Dagher dell'Istituto Neurologico di Montreal per scoprire in che modo—se ce n'è uno—una droga come l'eroina possa incrementare la creatività.

Cosa può dirmi sulla correlazione tra droghe e creatività?
Dott. Alain Dagher: L'utilizzo di droga per scopi creativi ha una lunga storia alle spalle e le varie sostanze agiscono in modi differenti. La maggior parte delle persone ha inibizioni di vario genere: il modo più semplice in cui una droga può incrementare la creatività è la sua azione su queste inibizioni. Molte droghe, soprattutto in dosi ridotte, portano alla loro perdita. L'esempio migliore è l'alcol. In dosi molto basse, alcune sostanze, come l'alcol, possono renderti abbastanza disinibito da farti diventare, in un certo modo, più creativo.

Nello specifico, cosa fa l'eroina?
C'è un altro modo in cui le droghe possono renderci più creativi ed è farcendoci andare oltre la disinibizione. Ovvero, renderci capaci di fare associazioni concettuali che normalmente non saremmo in grado di fare. Per molti versi, si tratta di qualcosa di simile alla pazzia—ci sono molti artisti con una creatività simile a una forma di pazzia. Ad esempio, nel caso della schizofrenia, i pensieri di chi ne soffre si mescolano tra di loro pur essendo molto diversi—si chiama "pensiero tangenziale", i pensieri vanno in direzioni strane, cosa che potrebbe aiutare ad avere idee originali. Una parte costitutiva di ciò che chiamiamo creatività è l'essere originali. In questo senso droghe come la cocaina, e forse anche l'eroina, hanno la capacità di farci avere idee originali.

Quindi l'eroina può davvero renderci più creativi.
Per quanto riguarda l'eroina in sé non saprei, ma è assodato che nel diciannovesimo secolo si usassero droghe simili all'eroina. Gli artisti del periodo romantico usavano oppiacei. A quei tempi, droghe come il laudano e la morfina erano molto usate da poeti e pittori per aumentare la loro creatività.
Invece i surrealisti, come André Breton, erano più interessati alla pazzia e agli stati alterati di coscienza. Secondo loro, era quella l'origine della creatività in quanto diversità da una norma.
Un'altra questione è il fatto che un sacco di gente assuma il principio attivo dell'eroina sotto forma di medicinali da banco. È il caso dei comuni analgesici. Può essere molto utile a chi soffre di depressione e di ansia, e probabilmente molti artisti ne soffrono.

Vancouver
Secondo lei, perché molta gente è rimasta così turbata dall'ammissione di Damon Albarn?  
Per molte ragioni. La più ovvia è che le droghe—in particolar modo l'eroina—sono pericolose. E non è una buona idea consigliare a qualcuno di assumere una droga come l'eroina per diventare un artista. L'eroina è una delle droghe peggiori: è estremamente pericolosa, una sola dose può ucciderti ed è facile andare in overdose. Immagino che sia per questo che la gente sia rimasta turbata.

Pensa che l'eroina stia subendo una demonizzazione pari a quella riservata in passato a marijuana e alcol?
Ogni droga, fatta in parte eccezione per l'acol, è stata demonizzata. Se Albarn avesse dichiarato che per incrementare la sua creatività si beve due whisky di certo non si sarebbe sollevato questo polverone. Devo dire, comunque, che l'eroina è una droga così pericolosa che non consiglierei mai a nessuno di provarla, nemmeno una volta sola.
Ci tengo ad aggiungere che la creatività non è solo essere disinibiti e formare associazioni—serve comunque una certa dose di talento. Non si tratta solo di avere idee, ma anche di saper distinguere le buone idee da quelle che non lo sono.

Tutto questo per dire che l'eroina di per sé non ci rende creativi, ma che le droghe influiscono comunque su questo aspetto.  
Non voglio esprimermi sulle implicazioni etiche della cosa; non sono un esperto di etica. Ma posso esprimermi come un esperto di neuroscienze. Ci sono persone che affermano che l'eroina abbia incrementato la loro creatività e ci sono ragioni scientifiche per credere che possa essere vero. Ma ci tengo a dire che personalmente non credo sia una buona idea.

P. S. (NdR):
In Canada è in corso la sperimentazione sulla prescrizione di piccoli quantitativi di eroina per pazienti che non hanno completato con successo il trattamento a base di metadone. E i risultati sono positivi. Ovviamente non sto spingendo per una regolamentazione dell'eroina simile a quella esistente in alcuni paesi per la cannabis, ma strategie come queste hanno registrato buoni risultati tanto in Svizzera quanto in altre realtà in cui vengono applicate. 


31/05/14

Proprietà terapeutiche della Canapa

In merito all'articolo Marijuana e terapia del dolore: possibile in Italia?, grazie alla Dott.sa Francesca Salute, che ce l'ha segnalato, volentieri pubblichiamo.

Proprietà' terapeutiche della Canapa

Il principio attivo di quest'erba (il Thc) sembra essere molto utile per curare diversi disturbi di salute e negli ultimi tempi, gli studi scientifici e le sperimentazioni mediche stanno diventando sempre più frequenti.
La canapa è il nome italiano di una pianta che in modo scientifico viene definita cannabis sativa. Dal punto di vista botanico si distinguono due sottospecie di questa pianta: la cannabis sativa , tipica dei Paesi settentrionali, impiegata comunemente in agricoltura e la cannabis sativa indica, tipica dei Paesi più caldi, è questa la varietà che viene utilizzata in campo medico.

La cannabis sativa indica viene chiamata anche canapa indiana ed è quella che ha il maggiore contenuto di Thc, un principio attivo. Dalle foglie e dai fiori di questa pianta si ricava la marijuana che contiene una percentuale di Thc che varia dall'1 al 5 per cento. Un altro derivato è l'hashish: si produce a partire dalle resine della pianta e contiene percentuali di Thc variabili dal 5 al 20 per cento.
Dalla cannabis si ricava anche l'olio di cannabis che può contenere fino al 60 per cento di Thc.
In Italia è ammessa solo quella per uso agricolo.
Il Consiglio dei ministri dell'Agricoltura dell'Unione europea, nella seduta del 17 luglio 2000, ha approvato la riforma dell'organizzazione comune di mercato che riguarda anche la coltivazione della canapa. Al Consiglio, per l'Italia, ha partecipato anche il ministro delle Politiche agricole e forestali Alfonso Pecoraro Scanio.
La riforma prevede aiuti per la coltivazione e la trasformazione della canapa per uso tessile, cioè per produrci fibre e tessuti. Quindi, questo provvedimento legislativo non ha nulla a che vedere con l'uso di questa erba in campo medico.

Uso della canapa in campo medico.
La cannabis contiene un centinaio di principi attivi, dei quali circa una sessantina appartengono alla classe dei cannabinoidi. Tra questi il principale è il delta-9-tetraidrocannabiolo, la cui sigla è Thc, a cui si devono la maggior parte delle azioni curative della pianta.
Nella cannabis sativa sono contenuti anche altri cannabinoidi: il delta-8Thc, che non è psicotropo, ma che sembra avere comunque proprietà curative, soprattutto antiemetiche, cioè che aiutano a contrastare il vomito in particolare nei bambini malati di leucemia, e il cannabidiolo, capace di contrastare le convulsioni.
Di recente, è stato scoperto che nel cervello umano esistono dei recettori specifici per i cannabinoidi e che il nostro organismo produce una sostanza (l'anandamide), in grado di interagire con questi recettori. Ciò ha permesso di scoprire l'esistenza di un vero e proprio "sistema cannabinoide endogeno", il cui ruolo all'interno dell'organismo non è ancora del tutto chiaro, ma il cui studio permetterà di capire i meccanismi che sono alla base delle proprietà curative dei cannabinoidi.

23/05/14

The House I Live In (25% I segreti della guerra alla droga)

Torniamo sulla War on Drugs americana e sul suo totale fallimento, con  il bel documentario, The House I Live In, (25% I segreti della guerra alla droga è la traduzione con cui è andato in onda in Italia su laEffe..) e sullo sfruttamento del sistema penitenziario americano a scopo di trarne profitto, che possiamo vedere però in lingua originale. Pubblicheremo una copia tradotta appena sarà disponibile in rete. E di seguito un ulteriore testimonianza con l'intervista all' autore Eugene Jarecki, acclamato regista inoltre di Why We Fight, Freakonomics e Reagan

Con 2,3 milioni di persone stipate nelle sue celle, l'America detiene il primato di carceriere più produttivo. Un quarto dei prigionieri si trova dentro per droga, e per lo più si tratta di tossici o comuni spacciatori. Mentre il vecchio dibattito su come la liberalizzazione delle droghe farebbe guadagnare allo stato tempo e denaro continua a impegnare schiere di pro e contro, qualcosa sembra esserci sfuggito: rimpinzare le prigioni è un modo molto efficace per fare soldi. Dopo 40 anni, un trilione di dollari e 45 milioni di arresti, la lotta alla droga statunitense non ha ottenuto praticamente alcun risultato, a parte l'incarcerazione di uno spropositato numero di uomini e donne di colore (che sarebbe strano descrivere come un risultato, a meno che a parlare non sia un razzista). Quello che si è realmente ottenuto, invece, è la creazione di un'immensa industria che permette di fare grandi affari approfittando della reclusione di criminali di basso livello e tossicodipendenti vulnerabili.






05/05/14

Il fallimento della War on Drugs e le nuove norme in Italia

La Camera, con 335 voti a favore e 186 contrari, ha votato la fiducia posta dal Governo Renzi sulla conversione in legge del decreto riguardante le droghe e le sostanze psicotrope, adottato a seguito della sentenza della Corte Costituzionale.
Il testo dell’articolo unico che contiene le nuove norme, punta ad armonizzare la disciplina delle sostanze stupefacenti e psicotrope alla luce della sentenza della Consulta che cancellando la Fini-Giovanardi ha ripristinato per il reato di traffico illecito la distinzione prevista dalla Iervolino-Vassalli tra ‘droghe leggere’ (da 2 a 6 anni) e ‘droghe pesanti’ (da 8 a 20 anni).
Oltre a rimodellare le tabelle, il decreto reintroduce istituti e norme (come i lavori di pubblica utilità o l’uso personale) travolti dalla incostituzionalità della Fini-Giovanardi. Ecco, in sintesi, le principali novità.

Piccolo spaccio
Sanzioni più basse per lo spaccio di lieve entità. La cessione illecita di piccole dosi di stupefacenti sarà ora colpita con la reclusione da 6 mesi a 4 anni e una multa da mille a 15mila euro. In pratica, la riduzione della pena evita la custodia cautelare in carcere; l’arresto facoltativo sarà possibile solo in caso di flagranza. Il reato non distingue tra droghe leggere e pesanti, spetterà al giudice graduare l’entità della pena in base alla qualità e quantità della sostanza spacciata e alle altre circostanze del caso concreto. Il piccolo spacciatore potrà usufruire del nuovo istituto della messa alla prova.
Nuove tabelle
Sono cinque, la I e III raggruppano le droghe pesanti, la II e la IV quelle leggere. L’ultima riguarda i medicinali. Le tabelle, che ricomprendono anche le circa 500 sostanze classificate a decorrere dal 2006, sono rimodellate in modo da renderle coerenti con il regime sanzionatorio antecedente alla legge Fini-Giovanardi. Eventuali modifiche e aggiornamenti spettano al ministro della Salute, sentiti il Consiglio e l’Istituto superiore di sanità.
Spinelli
Nella tabella delle droghe leggere confluiscono tutte le cannabis, senza distinzione tra indica, sativa, ruderalis o ibride. Ma tutte le droghe sintetiche riconducibili per struttura chimica o effetti tossicologici al tetraidrocannabinolo (Thc), il principale principio attivo della cannabis, rientrano invece nella tabella I sulle droghe pesanti.
Uso personale
L’acquisto o la detenzione di sostanze per uso personale non ha rilevanza penale. Restano ferme le sanzioni amministrative (quali la sospensione della patente, del porto d’armi, del passaporto o del permesso di soggiorno) che avranno però durata variabile a seconda che si tratti di droghe pesanti (da 2 mesi a un anno) o leggere (da uno a 3 mesi).
Modica quantità
Nell’accertare l’uso personale, oltre ad altre circostanze sospette, occorre in particolare considerare l’eventuale superamento dei ‘livelli soglia’ fissati dal ministero della Salute nonché le modalità di presentazione delle sostanze stupefacenti con riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato.
Lavori pubblica utilità Nel caso di piccolo spaccio o altri reati minori commessi da un tossicodipendente il giudice può applicare, anziché detenzione e multa, la pena del lavoro di pubblica utilità. Tale sanzione alternativa deve essere chiesta dall’imputato e ha una durata equivalente alla condanna detentiva. E’ revocabile se si violano gli obblighi connessi al lavoro e non può sostituire la pena per più di due volte.


03/12/13

Il proibizionismo non funziona

Documento Onu sulla guerra alle droghe: "Il proibizionismo non ha funzionato"

Il periodico britannico 'The Observer' è entrato in possesso della bozza di un testo delle Nazioni Unite che analizza le strategie a lungo termine contro il traffico dei narcotici illeciti. Scritta a settembre, mette in evidenza le prime falle alla politica proibizionista guidata soprattutto dagli Stati Uniti

LONDRA - Non funziona. La politica globale adottata per il controllo degli stupefacenti dell'Onu non ha avuto i risultati sperati. E su questo tema le nazioni iniziano a non essere più tanto unite. La guerra alle droghe non sta avendo vinti né vincitori, e proibire così come punire non sembra più essere la soluzione giusta, forse neanche la sola possibile.

L'Observer, il periodico britannico della domenica edito dallo stesso gruppo del Guardian, è entrato in possesso della bozza di un documento Onu che ristabilisce le strategie a lungo termine contro l'espansione e il traffico dei narcotici illeciti. La bozza, scritta a settembre, mette in evidenza le prime falle alla politica proibizionista guidata soprattutto dagli Stati Uniti. E' un documento importante. Mostra l'insofferenza e le richieste degli altri Paesi. Secondo Ann Fordham, capo dell'International Drug Policy Consortium, la bozza rivela una tensione crescente: "Stiamo iniziando a vedere Stati membri rompere il silenzio, e il consenso su come dovrebbero essere controllate le droghe a livello mondiale. Le punizioni non hanno funzionato, il denaro speso per eliminare il problema tentando di sradicarlo alla radice non ha avuto né i risultati né l'impatto sperato".

Molti Paesi ora spingono gli Stati Uniti perché affrontino il problema da un'altra prospettiva. Dando più enfasi alla salute - cura o trattamenti per tossicodipendenti, per esempio, e non trattando l'argomento solo come una questione di giustizia criminale. La stesura del documento finale vedrà la luce in primavera, solo una volta che gli Stati membri avranno appianato le proprie posizioni e trovato un accordo. Ogni dieci anni l'assemblea si riunisce per ratificare la bozza, e in quella prevista per 2016 si deciderà la posizione dell'Onu per i successivi dieci anni. "L'idea che esista un consenso globale sulla politica contro la droga è falsa" ha detto Damon Barrett, vice direttore del Harm Reduction International. "Ci sono sempre state posizioni differenti ma non trapelano. L'accordo finale è nascosto sotto un apparente denominatore comune. Resta interessante però vedere a che punto sono adesso, oggi, in questo momento storico, le discussioni e i dibattiti".

La sfida agli Stati Uniti è stata lanciata dal Sudamerica. Colombia, Guatemala e Messico sono sempre più contrari al dominio americano mosso da interessi economici e gestito da gruppi paramilitari. L'Ecuador sta spingendo affinché gli Usa dichiarino ufficialmente che sia arrivato il momento di affrontare la questione da una prospettiva più efficace. "Sia messa per iscritto la necessità di ottenere risultati diversi, decidendo un approccio più efficiente e operativo", si legge nella bozza. Anche il Venezuela insiste. E accusa gli Stati Uniti di aver fallito completamente nel comprendere le reali dinamiche del mercato del narcotraffico.

Il controllo sulle droghe non è stato raggiunto. "Si sta tornando indietro, a un punto zero. Il problema non può continuare a essere affrontato così e non funziona a nessun livello, locale, nazionale o globale che sia", ha detto Kasia Malinowska-Sempruch, direttore dell'Open Society Global Drug Policy Program. L'insofferenza non è circoscritta al Sudamerica. La Norvegia vorrebbe cambiare l'oggetto della guerra alla droga, così come la Svizzera vorrebbe fossero inseriti nel documento Onu i risultati sulla salute prodotti dall'attuale politica proibizionista e repressiva: "Il consumo non è diminuito in maniera consistente mentre l'uso di sostanze psicotiche è aumentato nella maggior parte delle nazioni. Inoltre, secondo i dati di UNAids, il programma Onu sull'Hiv/Aids, l'obiettivo di dimezzare i contagi tra tossicodipendenti entro il 2015, non è stato raggiunto. Al contrario il virus continua a espandersi". L'Europa punta a ottenere la possibilità di investire su trattamenti riabilitativi al posto del carcere. 
"I tossicodipendenti dovrebbero avere la possibilità di essere curati, di ricevere le medicine necessarie per vincere la dipendenza, servizi di supporto, riabilitazione e reintegrazione". 

Repubblica.it


04/09/13

DROGHE, La Napoli d'innovazione sociale



Stefano Vecchio, Comitato Scientifico Forum Droghe

I dati sui consumi di sostanze psicoattive tra la popolazione europea dell’Osservatorio di Lisbona, al contrario delle letture allarmistiche della relazione governativa al Parlamento italiano, esigono un cambio radicale politico-culturale sui consumi di droghe. Si tratta di prendere atto che i consumi di sostanze psicoattive legali e illegali fanno parte della nostra vita quotidiana, della nostra cultura.
Fino ad oggi i Paesi europei, anche se con diverse e sostanziali differenze, hanno adottato politiche proibizionistiche e, in particolare, l’Italia con la legge Fini-Giovanardi, ha scelto la logica della repressione dei consumatori, della stigmatizzazione dei loro comportamenti e della medicalizzazione istituzionalizzante.
Questa politica ha fallito tutti gli obiettivi che si era data e nello stesso tempo ha creato e moltiplicato i rischi e i danni per i consumatori di droghe. L’illegalità del consumo e del mercato, infatti, spinge i consumatori verso comportamenti rischiosi e dannosi sia per la salute che per la socialità e ostacola l’apprendimento di comportamenti di consumo responsabili .
Ma vi sono segnali di una critica pragmatica a questa pesante realtà che provengono dalle città: da Milano a Torino, da Roma a Napoli e altre ancora, dove, da tempo, si realizzano politiche sociali e socio-sanitarie di riduzione del danno che aprono contraddizioni importanti nella politica nazionale. Parallelamente movimenti metropolitani diversi, insieme ad aggregazioni di consumatori, autonomamente praticano e diffondono forme di autoregolazione responsabile dei consumi.
Napoli, pur nelle sue contraddizioni di città meridionale, è un laboratorio di sperimentazioni e di innovazioni, che ha visto protagonisti i servizi e gli enti pubblici, in stretta connessione con il terzo settore e in dialogo costante con la società civile.
In particolare, si è tentato di superare il “modello unico” di servizio (basato su SerT e comunità terapeutiche) attraverso una differenziazione dei modelli di intervento e delle azioni socio-sanitarie e sociali, adeguate alla pluralità dei contesti nei quali si realizzano i variegati stili consumo: dai Sert, alle strutture intermedie e ai drop in, alle unità di strada, ai servizi per i nuovi consumatori socialmente integrati, alle equipe che operano nei contesti del divertimento, fino agli interventi in carcere. Si seguono i principi della riduzione del danno intesa come politica pragmatica, prospettiva culturale, scelta organizzativa.
L’obiettivo comune è la costruzione di un sistema a rete interistituzionale cittadino, flessibile e articolato che consenta un governo dei processi aperto alle innovazioni: capace, cioè, di riadeguare i servizi e le politiche, venendo incontro alle esigenze di salute e di convivenza dei consumatori, invece di andarvi contro.
Napoli, come le altre città, cioè, prova ad attenuare gli effetti negativi sulla salute e sulla socialità della legge antidroga nell’ambito di un ripensamento generale di una città più sicura in quanto più “ospitale”, impegnata non a reprimere, ma a regolare i fenomeni sociali.
Ma a Napoli, come nelle altre città, vi è stato un allentamento della tensione da parte delle istituzioni, anche per effetto della crisi del welfare, dei tagli ai Comuni e della crisi finanziaria delle Asl. Di queste contraddizioni discuterà l’appuntamento annuale di Summer school promosso da Forum Droghe e dal Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, a Firenze (5-7 settembre).
E’ necessario un rilancio. Dalle città parta la ripresa di un welfare del “comune” e la sfida al governo per un cambio di rotta radicale delle politiche sulle droghe.

Info Summer School Drugs and the city su formazione.fuoriluogo.it.
ilmanifesto - 4 settembre  2013

13/06/13

Fini - Giovanardi: Una mostruosità da abolire

Incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi sulle droghe

I giudici romani sottolineano poi la assurdità della equiparazione di droghe “pesanti” e “leggere”, di cui “va rilevata la modestia degli effetti negativi sull’organismo, non differenti da quelli che provocano alcool o nicotina” e la “assenza di effetti di dipendenza nei consumatori di cannabis”. Perciò, dicono i giudici, comminare per la “cannabis” le stesse pene previste per gli oppiacei è irrazionale e contrasta con l’articolo 3 della Costituzione, che non consente di trattare allo stesso modo fatti fra loro così diversi.
Auguriamoci che la decisione arrivi in tempi brevi, a meno che non sia il prossimo Parlamento a liberarci ancor prima di una delle peggiori mostruosità dell’era fini-berlusconiana.
Nel frattempo nessun giudice rispettoso della Costituzione può continuare ad infliggere condanne in base ad una legge che una Corte di appello della Repubblica ha dichiarato illegittima.

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Incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, alla vigilia del processo contro Filippo Giunta, creatore del festival Rototom Sunsplash e accusato di agevolazione all’uso di sostanze stupefacenti.
Sono sette anni che questa legge provoca effetti disastrosi sul funzionamento della giustizia e sulla condizione delle carceri, determinando il sovraffollamento che è alla base delle condanne della Corte di Strasburgo per trattamenti disumani e degradanti.
La proposta di Gianfranco Fini fu presentata nel 2003, ma vide la luce solo nel 2006 grazie a un colpo di mano del sottosegretario Carlo Giovanardi: il disegno fu trasformato in maxi emendamento, inserito nel decreto legge dedicato alle Olimpiadi invernali di Torino.
L’opposizione fu tenace e incalzante, in Parlamento e nel Paese. Fu sconfitta solo per uno stupro istituzionale e per la latitanza del Quirinale.
Sul mensile Fuoriluogo vennero poste le questioni di legittimità costituzionale: per la prima volta il legislatore cancellava la volontà espressa dai cittadini nel referendum del 1993 a favore della depenalizzazione del possesso di sostanze stupefacenti per uso personale. Furono anche segnalate due altre gravi lacerazioni costituzionali rispetto ai principi del giusto processo e delle competenze regionali.
Alcune Regioni sollevarono la questione di legittimità costituzionale per le norme che ledevano la loro autonomia legislativa e organizzativa. La Regione Emilia-Romagna denunciò l’inserimento strumentale delle misure antidroga nel decreto Olimpiadi, che configurava, già di per sé, “un autonomo vizio di costituzionalità”.
Tale rilievo non si traduceva tuttavia nella specifica denuncia della violazione dell’art. 77 della Costituzione, poiché all’epoca la giurisprudenza della Corte Costituzionale non si era ancora consolidata nel senso della possibilità di verificare i requisiti di “necessità e urgenza” dei decreti legge anche dopo la loro conversione.
Dopo le pronunce della Corte del 2010 e del 2012, le condizioni sono mutate: le sentenze hanno dettato criteri vincolanti per l’approvazione dei decreti legge, stabilendo in particolare il divieto per il Parlamento di inserire disposizioni estranee all’oggetto e alle finalità del testo originario del decreto di urgenza.
Un gruppo di lavoro, coordinato da Luigi Saraceni, ha messo a punto un documento di analisi legislativa e di ricostruzione storica della vicenda, predisponendo una sorta di modello per sollevare davanti all’Autorità giudiziaria la questione di legittimità costituzionale.
Anche da questo versante “giudiziario”, ci sono dunque tutte le ragioni per riprendere la battaglia per un cambio della politica delle droghe in Italia, mettendo in luce il vizio d’origine di una svolta repressiva che ha prodotto gravi guasti umani.
La predisposizione di questo “schema” intende fornire agli avvocati impegnati ogni giorno nella difesa di giovani consumatori o tossicodipendenti, uno strumento per fermare la macelleria giudiziaria. E’ auspicabile che la parola passi presto alla Corte Costituzionale. La cancellazione del decreto non produrrebbe un vuoto normativo (tornerebbe infatti in vigore la legge precedente), ma creerebbe le migliori condizioni per una riforma sostanziale della legge.
Fuoriluogo
Società della Ragione Dossier 


Estratto dal 3° Libro Bianco sulla Fini/Giovanardi

L’impatto della legge antidroga sul carcere.
Aumentano gli ingressi in carcere per droga in rapporto al totale degli ingressi, dal 28% del 2006 al 33,15% del 2011 (25.390 su 90.714 e 22.677 su 68.411). Aumentano le denunce, specie per l’art. 73 (detenzione illecita a fini di spaccio), da 29.724 nel 2006 a 33.686 nel 2011 (di queste 14.680 sono per cannabis, pari al 41%, di cui 8.535 per hashish, 5.211 per marijuana, 1.416 per coltivazione di piante); gli arrestati corrispondono a 28.552, mentre nel 2006 erano 25.730. Le operazioni di polizia sono state 21.116 e i sequestri danno un aumento del 54,19% per la marijuana e del 29,43% dell’hashish e un meno 45,97 per l’eroina. Nel 2011 vi è stata una esplosione di sequestri di piante di canapa (563.198!).  
Raddoppiano i detenuti presenti in carcere per art. 73: dai 10.312 del 2006 ai 21.562 del 2011, il 32,67% del totale, se si calcola sia l’art. 73 che il 74 le cifre sono 15.133 nel 2006 e 27.856 nel 2011, il 42,21% del totale: si puo' quindi dire che quasi la metà dei detenuti nelle carceri italiane è in cella per 2 articoli di una sola legge dello Stato. Dato che viene confermato anche dall'analisi dello stato processuale dei detenuti: su 28.636 detenuti imputati presenti in carcere al 17.11.2011 ben 11.380 sono per violazione della legge sugli stupefacenti; su 14.686 detenuti in attesa di primo giudizio al 17.11.2011 ben 5.593 per violazione legge stupefacenti; su 7.588 appellanti al 17.11.2011 ben 3.082 per violazione legge stupefacenti; su 4.718 ricorrenti al 17.11.2011 ben 2.076 per violazione legge stupefacenti;  
infine, sui 37.750 detenuti con condanna passata in giudicato, presenti al 27 novembre 2011, ben 14.590 (38,90%) lo sono per violazione della legge sugli stupefacenti.

La repressione sul consumo:
Aumentano le segnalazioni al prefetto per mero consumo personale: da 39.075 segnalati nel 2006 a 47.093 nel 2008 (ultimo dato consolidato), nel 2009 il dato provvisorio era di 37.800. 
Il 74% dei segnalati era in possesso di un solo spinello! Va ricordato, come esempio di persecuzione di massa che dal 1990 al 2010 le persone segnalate ai prefetti per le sanzioni amministrative sono state 783.278. 
Più che raddoppiate le sanzioni irrogate: da 7.229 nel 2006 a 16.154 nel 2010 mentre crollano le richieste di programmi terapeutici: da 6.713 nel 2006 a 518 nel 2010. Non solo questa legge punisce con sanzioni molto pesanti i semplici consumatori (ad esempio con il ritiro della patente), ma ha avuto anche l'effetto di allontare i consumatori problematici dall'accesso ai programmi terapeutici, come possiamo capire anche dai dati qui di seguito.

Le misure alternative al carcere:
Diminuiscono le misure alternative: da 3.852 persone in affidamento nel 2006 a 2.816 al 30 maggio 2012. Ovvero nonostante le promesse di Giovanardi e Serpelloni i consumatori, anche problematici restano in carcere perchè è sempre più difficile accedere alle misure alternative. E, per sottolineare la centralità del carcere per il consumatore di sostanze mentre prima del 2006 la maggioranza dei tossicodipendenti godeva dell’affidamento direttamente dallo stato di libertà, con la nuova legge il rapporto si è invertito. Al 30 maggio 2012, 1.854 persone erano in affidamento dopo essere passate dal carcere, a fronte di 962 soggetti provenienti dalla libertà.

Conclusioni
Il sistema repressivo punta al basso: i dati complessivi ci dicono che la gran parte delle persone che entrano in carcere per la legge antidroga sono consumatori o piccoli spacciatori, con particolare preferenza sulla cannabis e con una recente predilezione per i coltivatori (spesso autoproduttori). 
L’impatto carcerario della legge antidroga è la principale causa del sovraffollamento negli istituti di pena italiani. All’aumento della carcerazione e delle sanzioni amministrative corrisponde un abbattimento dei programmi terapeutici.
I dati forniti annualmente dalla Relazione del Governo al Parlamento sono in parte carenti, in parte inaffidabili e soprattutto reticenti: in particolare mancano a livello nazionale i dati sulle condanne per l’ipotesi di lieve entità dell’art. 73. Una ricerca in profondità condotta in Toscana mostra che il 40% dei detenuti sono in carcere per reati di droga minori: si tratta spesso di consumatori che semplicemente detenevano quantità superiori al limite tabellare e sono stati trattati alla stregua di spacciatori.
E’ urgente una modifica della legge, iniziando da norme di riduzione del danno già in questa legislatura, che definiscano come reato autonomo l’ipotesi di lieve entità dell’art. 73 con una pena ridotta che escluda l’ingresso in carcere, che si cancelli la legge Cirielli sulla recidiva, che si rendano di nuovo praticabili le alternative terapeutiche, sia per le condanne carcerarie che per le sanzioni amministrative.


04/06/13

Don Gallo: La droga, la proibizione e le due chiese

Nell’inserto Fuoriluogo de il Manifesto, l'11 marzo 1997, usciva un’intervista ad don Andrea Gallo curata da Grazia Zuffa, alla vigilia della seconda conferenza governativa sulle droghe, che si sarebbe tenuta di li a poco a Napoli. Nei mesi precedenti era venuto alla ribalta un movimento per portare a compimento il progetto riformatore iniziato col referendum del 1993, che aveva abolito la penalizzazione dell’uso personale di droga. Legalizzazione della cannabis, decriminalizzazione completa del consumo personale, sviluppo a tutto campo della riduzione del danno: questi gli obiettivi principali in vista della Conferenza. Il dibattito non investì solo gli addetti ai Iavori, ma il mondo politico, l’opinione pubblica e le istituzioni locali: molti consigli comunali fecero propria la piattaforma con ordini del giorno.
Alla vigilia di quell'importante appuntamento istituzionale, la Chiesa scendeva in campo con un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia contro la legalizzazione delle droghe leggere e perfino la riduzione del danno, in nome del fatto (assurdo) che <<la droga non si vince con la droga>>. Si levò forte, pur se purtroppo solitaria, la critica radicale e argomentata di don Gallo, acuto conoscitore della dialettica interna alla Chiesa e al mondo cattolico, attento politico e generoso combattente per la libertà e la dignità di tutti, contro ogni ipocrita paternalismo. Una battaglia in cui don Gallo tiene uniti l’impegno pubblico laico e l`ispirazione religiosa. 

*****
<<ll Documento del Pontificio Consiglio rappresenta una presa di posizione che ha il suo peso e la sua autorevolezza. E un documento ufficiale, che viene mandato in tutte le diocesi del mondo. Ma non ci si rltrova né un’impostazione morale né etica:  non c’é alcun reale interesse per la difesa dei giovani, della loro salute. ll documento si limita a dire, con arroganza, al cattolico di schierarsi per il proibizionismo. ll problema è invece stimolare tutte le agenzie educative. Questo trincerarsi  dietro il segnale della proibizione statale é proprio un sintomo di <resa>> sul piano educativo.

Occorre invece rinunciare alla punizione e alla proibizione nel rispetto del principio di autodeterminazione della persona. Gli uomini sono figli di Dio, sono stati creati a sua immagine e somiglianza, questo vorrà pur dire qualcosa. E poi, se si vuole essere onesti, dopo il fallimento di oltre trent’anni di proibizionismo, dopo che nessuno oggi può ignorare che dietro il proibizionismo c’è il narcotraffico, bisogna avere il coraggio di dire che é ora di sperimentare la legalizzazione. ll senso del documento è innanzitutto politico. ll 4 novembre scorso, l’arcivescovo di Genova, Tettamanzi, che è anche vicepresidente della Cei, ha tenuto una specie di conferenza in cattedra contro la droga <libera>. E’ la Cei che ha sollecitato il Pontificio Consiglio, proprio in vista della Conferenza governativa. Badate che è cosi su tutti i temi, prendiamo ad esempio la battaglia per la scuola cattolica. Subito dopo partono le  <veline> per i vescovi. L‘ultimo che protestò per le veline fu il cardinale Pellegrino, dicendo: "se ci avete nominati  vescovi, lasciateci un briciolo di autonomia, casomai ci richiamerete dopo"...

Purtroppo io sono l’unico cristiano cattolico e prete, povero prete, che ha cercato di contestare il documento. Anche quando il mio arcivescovo ha tenuto il discorso di cui ho detto, io l'ho contestato sui giornali locali. Ho chiesto anche come mai non siamo stati consultati: la nostra comunità é ormai da trent’anni sul territorio, e anche se siamo un po’ stonati rispetto al coro, il nostro vescovo doveva ascoltarci prima di parlare>>.

Ciao don Gallo. Ci mancherai..


11/04/13

Radici Psichedeliche: Albert Hofmann

LSD PUO' FAR BENE A TUTTI

Albert Hofmann se n'è andato il 29 aprile del 2008 nella sua casa di Rittimatte, in Svizzera, all'età di 102 anni. E' stato uno dei più importanti chimici del nostro tempo e ha scoperto Lsd, sostanza che fino alla morte ha considerato al contempo una "droga meravigliosa" e un "bimbo difficile". Ha inoltre svolto attività pioneristiche nel campo della ricerca su altre sostanze psicoattive, importanti piante mediche e funghi. Grazie all'influsso del potenziale dell'Lsd, capace di espandere la coscienza, lo scienziato si è via via sempre più trasformato in un filosofo amante della natura e in un visionario critico verso la nostra cultura. A. Hofmann è stato attivo fino all'ultimo: scambiava lettere con esperti di tutto il mondo, concedeva interviste e partecipava con interesse agli eventi internazionali, nonostante avesse deciso molti anni prima di ritirarsi dalla vita pubblica. Eppure ha accolto a Rittimatte fino all'ultimo giorno visitatori venuti da tutto il mondo, aprendo la sua porta di casa anche la sera tardi, a chi bussava. E fino all'ultimo è riuscito a coltivare quella sua curiosità, quasi infantile, con cui ammirava le meraviglie della natura e di tutto il creato. Nel suo "paradiso" - come usava chiamare la sua casa - si era goduto la vicinanza con la natura, soprattutto con le piante. <Rittimatte è la mia seconda più grande scoperta> diceva con occhio luminoso. Nato l'11 gennaio 1906 nell'attraente cittadina svizzera di Baden, il maggiore di quattro figli. Suo padre era operaio in fabbrica, dove più tardi avrebbe conosciuto la madre di Albert: quando si ammalò gravemente, era toccato a lui, in quanto figlio più grande, guadagnare da vivere per tutta la famiglia. Mentre faceva l'apprendistato come impiegato commerciale, contemporaneamente studiava latino e altre lingue, perchè volle fare l'esame di maturità, in un istituto privato con le lezioni pagate dal padrino. Nel 1926, a vent'anni, Hofmann inizia i suoi studi di chimica all'università di Zurigo. Quattro anni dopo si laurea con lode e comincia a lavorare nei laboratori di ricerca chimico-farmacologia della Sandoz a Basilea, rimanendovi fedele per quattro decenni ininterrottamente. Si occupa soprattutto di piante mediche e di funghi. Il suo interesse particolare va agli alcaloidi del fungo delle graminacee. Nel'38 riesce ad isolare la sostanza base di tutti gli alcaloidi importanti a livello terapeutico del fungo ergot, l'acido lisergico; quindi la combina con una serie di sostanze chimiche. Questi derivati dell'acido lisergico li ha poi utilizzati in vari test per provare i loro effetti stimolanti sulla circolazione sanguigna e sulla respirazione, tra cui a nche l'Lsd 25 (dietilammide dell'acido lisergico). Non avendo riscontrato gli effetti desiderati, i farmacologi della Sandoz persero ben presto interesse nella sostanza. Cinque anni dopo, seguendo una "strana intuizione" Hofmann torna ad occuparsi dell'Lsd 25. Nel '43, il 16 aprile, durante la sintesi chimica, comincia a sentirsi un pò strano, a sentire una strana irrequietezza accompagnata da una leggera vertigine, che lo iduce ad interrompere il lavoro in laboratorio. A casa <mi ero sdraiato e caddi in uno stato non spiacevole simile all'ebbbrezza da alcool, contrassegnato da una forte attività fantasticante. In questo stato semiaddormentato, a occhi chiusi - perchè non riuscivo a sopportare la luce diurna, troppo forte - mi apparvero ininterrottamente immagini fantastiche di straordinaria plasticità e dal gioco di colori molto intenso, quasi caleideoscopico. Dopo circa due ore era tutto finito>. Tre giorni dopo, il 19 aprile del '43, compie volontariamente il "primo viaggio in acido" nella storia dell'umanità. Siccome non sapeva valutare ancora l'enorme effetto della droga, alle 16.20 ne assunse 250 microgrammi, una dose inaspettatamente massiccia, e imparò a conoscere la potenza allucinogena di questa sostanza. Con la scoperta dell'Lsd Albert Hofmann diede vita a un onda che divenne subito gigantesca, influenzando l'intera seconda metà del secondo millennio in un modo paragonabile solo alla pillola contraccettiva. Alcuni ricercatori della coscienza umana ne parlarono devotamente come di "una bomba atomica dello spirito". Alla ricerca, decollata dal quel momento a livello mondiale, Hofmann contribuì notevolmente con studi propri. Nel '58 fu ancora il primo a isolare le sostanze psicoattive psilocibina e psilocina presenti nei funghi allicinogeni messicani (psilocybe mexicana); mentre nei semi di un tipo di convolvolo, l'Ololiuqui, trovò sostanze simili all'Lsd. Continuò a fare ricerche e sintesi chimiche con numerose piante mediche per provarne gli effetti, e questa sua attività portò non pochi successi farmacologici alla Sandoz: nacque così l'Hydergin in campo geriatico, l'Hydergot per la circolazione e il Methergin applicato in campo ginecologico. Fino all'età della pensione, nel 1971, Hofmann lavorò alla Sandoz, ricoprendo negli ultimi anni la funzione di direttore del dipartimento di ricerca per rimedi naturali. In seguito si dedicò in modo intenso alla scrittura di testi e a conferenze in giro per il mondo. Arrivano anche molti riconoscimenti per la sua pioneristica attività scientifica: il Politecnico di Zurigo, l'università di Stoccolma, e la libera università di Berlino gli conferiscono lauree ad honorem. In quelle occasioni furono premiati gli straordinari contributi scientifici; ma l'opera compiuta da Albert Hofmann nel corso della sua vita è stata molto più ampia. Sin dall'inizio ha sempre accompagnato di buon grado l'impegno di medici e psicoterapeuti desiderosi di inserire l'Lsd tra i nuovi farmaci e le nuove cure per le più svariate malattie croniche. L'Lsd non era solo un ottimo rimedio per molte e svariate diagnosi, no, Hofmann era convinto che il potenziale psichedelico della <meravigliosa droga> potrebbe far bene a chiunque di noi. Negli stati alterati di coscienza provocati dall'Lsd, chi li ha sperimentati non vive solo attimi di follia psicotica di un cervello chimicamente manipolato, ma finestre aperte verso una realtà altra, verso esperienze davvero spirituali in cui si manifesta un potenziale del nostro spirito, abitualmente nascosto in modo profondo; la caratteristica divina dell'essere e la nostra relazione con essa. <Il fatto di credere unicamente a una visione scientifica della vita si basa su un grande errore non privo di conseguenze - scrive Hofmann in Percezione della realtà - Certo, è tutto vero ciò che essa contiene, ma è vero anche che rappresenta soltanto una metà della realtà, quella materiale e quantificabile dove mancano tutte quelle dimensioni spirituali indescrivibili con concetti di tipo fisico o chimico. E sono proprio queste che includono le catatteristiche più importanti di ogni aspetto della vita.> Dunque non è solo il singolo consumatore a trarre profitto da un prodotto chimico che vuole riconoscere questi aspetti della vita, anzi, secondo Hofmann esso potrebbe aiutare a curare tutti i mali cronici di cui soffre il mondo occidentale: < il materialismo, lo straniamento dalla natura (...), la mancanza di soddisfazione professionale in un mondo di lavoro meccanizzato e senza vita, la noia, e l'errare senza meta in una società opulenta e satura, la mancanza di una base filosofica nella vita che possa dare un senso adplla stessa..> A partire da esperienze simili a quelle comunicate dall'Lsd, si potrebbe <sviluppare una nuova consapevolezza della realtà che potrebbe diventare la base di una spiritualità che non deriva da religioni esistenti ma si evolve dalla comprensione di un significato più profondo e più alto, essa potrebbe consistere nel fatto che riconosciamo, leggiamo e comprendiamo i misteri, nel libro scritto dal dito di dio>. Quando simili comprensioni <fanno il loro ingresso nella coscienza collettiva, ne potrebbe conseguire che sia la ricerca scientifica, sia tutti gli agenti, che finora hanno solo contribuito a distruggere la natura - come le tecnologie e le industrie - potrebbero invece servire a ritrasformare il mondo in ciò che fu un tempo addietro: un paradiso terrestre>. Con questo messaggio il geniale chimico si fa filosofo della natura con idee profonde, e visionario critico della nostra cultura. Albert Hofmann infatti, non ha mai smesso di esprimere la sua distanza critica rispetto all'euforia verso l'Lsd coltivata dal movimento hippie e dal flower power. Il fatto di aver messo al mondo un "bimbo difficile" lo aveva già sottolineato nel titolo del suo libro più famoso. Ha sempre indicato i rischi di un consumo non controllato, così come non si è mai stancato di sottolineare ciò che distingue l'Lsd da quasi tutte le altre droghe: un uso anche ripetuto non crea alcuna dipendenza; non si verifica nessun limite della consapevolezza; consumato in dosi normali non è velenoso. Hofmann non è mai riuscito a comprendere la totale demonizzazione delle droghe psichedeliche attuata dai mass media e dai governi conservatori a partire dagli anni sessanta, anzi, per lui non c'è nulla in contrario al fatto che persone con una psiche stabile possano assumere Lsd in situazioni serene e ambienti tranquilli. Tanto più fu deluso quando l'uso dell'Lsd venne criminalizzato e vietato - persino per scopi terapeutici e di ricerca scientifica - in tutto il mondo a partire dalla fine degli anni sessanta. Gli stimoli per una possibile inversione di tendenza partiti dal grande convegno <Lsd - Bambino difficile e droga meravigliosa>, organizzato per il suo centesimo compleanno, Hofmann li aveva accolti come un bellissimo regalo. A quasi 102 anni aveva appreso con gioia, nel dicembre 2007, che dopo un interruzione di quasi 35 anni il minstero della salute svizzero aveva approvato uno studio per l'uso terapeutico dell'Lsd. La sua vita serena in età avanzata è divenuta immagine modello per tante persone, di come sia possibile, cioè, invecchiare con spirito e un corpo sano, purchè si sappia conservare la propria curiosità infantile. Hofmann ha dichiarato più volte di essere convinto che le sud esperienze mistiche e i suoi viaggi in altre dimensioni della coscienza, compiuti in modo spontaneo da bambjno, e sulla base dei suoi esperimenti con sostanze psichddeliche da adulto, siano la migliore preparazione per quell'ultimo viaggio che ognuno di noi deve compiere alla fine della propria vita . Lui è riuscito a conservare curiosità persino per questo suo ultimo viaggio..

Gaia Media Fundation
(parte prima)

02/06/11

Antiproibizionismo? Il dub degli skatalites


Clamoroso cambiamento di strategia nel rapporto della Global Commission on Drug Policy dopo gli anni della repressione che hanno rappresentato un fallimento. "Va trattata come una questione sanitaria". Nell'organismo Kofi Annan, Paul Volcker, Mario Vargas Llosa, Richard Branson

Droga, la svolta dei grandi del mondo "E' il momento di legalizzarla"


NEW YORK - Cinquant'anni di guerra alla droga hanno fallito e all'Onu non resta che prenderne atto. Dicendo basta alla criminalizzazione e trattando l'emergenza mondiale per quello che è: una questione sanitaria. Di più: legalizzando il commercio delle sostanze stupefacenti - a partire magari dalla cannabis. Firmato: l'ex presidente dell'Onu che di questa politica fallimentare è stato uno dei responsabili, cioè Kofi Annan. Ma anche Ferdinando Cardoso, George Schultz, George Papandreu, Paul Volcker, Mario Varga Llosa, Branson. I grandi del mondo della politica, dell'economia e della cultura mondiale - che certo nessuno si sognerebbe mai di associare a un battagliero gruppo di fumati antiproibizionisti.

La clamorosa dichiarazione verrà resa nota oggi a New York in una conferenza stampa: il primo atto di una grande campagna mondiale che raccoglie e rilancia tante idee di buon senso che troppi governi (compresi quelli che loro amministravano) continuano a negare. Lo slogan è efficace: "Trattare i tossicodipendenti come pazienti e non criminali". E l'obiettivo è più che ambizioso: cambiare radicalmente i mezzi che Stati e organismi internazionali hanno fin qui inutilmente seguito per sradicare la tossicodipendenza. Il traguardo è una petizione da milioni di firme che verrà presentata proprio alle Nazioni Unite per adottare le clamorose conclusioni dei "saggi": su cui certamente si scatenerà adesso un dibattito internazionale.

La guerra mondiale alla droga ha fallito con devastanti conseguenze per gli individui e le comunità di tutto il mondo" si legge nel rapporto presentato dalla Global Commission on Drug Policy. "Le politiche di criminalizzazione e le misure repressive - rivolte ai produttori, ai trafficanti e ai consumatori - hanno chiaramente fallito nello sradicarla". Non basta. "Le apparenti vittorie nell'eliminazione di una fonte di traffico organizzato sono annullate quasi istantaneamente dall'emergenza di altre fonti e trafficanti". Basta dare un'occhiata alle statistiche raccolte dal rapporto. Nel 1998 il consumo di oppiacei riguardava 12.9 milioni di persone: nel 2008 17.35 milioni - per un incremento del 34.5 per cento. Nel 1998 il consumo di cocaina riguardava 13.4
milioni: dieci anni dopo 17 milioni - 27 per cento in più. Nel 1998 la cannabis era consumata da 147.4 milioni di persone: dieci anni dopo da 160 milioni - l'8.5 per cento in più. Sono i numeri di una disfatta.

A cui si accompagna un'altra debacle. "Le politiche repressive rivolte al consumatore impediscono misure di sanità pubblica per ridurre l'Hiv, le vittime dell'overdose e altre pericolose conseguenze dell'uso della droga". Da un'emergenza sanitaria a un'altra: un disastro che è anche un tragico spreco. "Le spese dei governi in futili strategie di riduzione dei consumi distraggono da investimenti più efficaci e più efficienti". L'elenco delle personalità coinvolte è impressionate. Il panel è l'organismo che a più alto livello si sia mai pronunciato sul fenomeno: tutti esponenti della società politica e civile internazionali che prima o poi si sono occupati ciascuno nel proprio campo dell'emergenza. Da Kofi Annan all'ex commissario Ue Javier Solana. Dall'ex segretario di Stato Usa George P. Schultz all'imprenditore miliardario e baronetto Richard Branson. Dal Nobel Vargas Llosa all'ex presidente della Fed Paul Volcker. Ci sono quattro ex presidenti: il messicano Ernesto Zedillo, il brasiliano Fernando Cardoso, il colombiano Cesar Gaviria, la svizzera Ruth Dreifuss. C'è l'ex premier greco George Papandreu. C'è lo scrittore messicano Carlos Fuentes. C'è il banchiere e presidente del Memoriale di Ground Zero John Whitehead. La loro voce sarà rilanciata adesso dall'organizzazione no profit Avaaz che conta già nove milioni di iscritti in tutto il mondo.

Non è solo la denuncia del fallimento della politica internazionale. E' anche la prima sistematica proposta di una risposta globale. Invitando i governi a sperimentare "forme di regolarizzazione che minino il potere delle organizzazione criminali e salvaguardino la salute e la sicurezza dei cittadini". Ma anche di quelle persone negli ultimi gradi del sistema criminale: "Coltivatori, corrieri e piccoli rivenditori: spesso vittime loro stessi della violenza e dell'intimidazione - oppure essi stessi tossicodipendenti". Il rapporto presenta e analizza una serie di "casi critici" dall'Inghilterra agli Usa passando per la Svizzera e i Paesi bassi. Evidenziando quattro principi.

Principio numero uno: le politiche antidroga devono essere "improntate a criteri scientificamente dimostrati" e devono avere come obiettivo "la riduzione del danno". Principio numero due: le politiche antidroga devono essere "basate sul rispetto dei diritti umani" mettendo fine alla "marginalizzazione della gente che usa droghe" o è coinvolta nei livelli più bassi della "coltivazione, produzione e distribuzione". Principio numero tre: la lotta alla droga va portata avanti a livello internazionale ma "prendendo in considerazione le diverse realtà politiche, sociali e culturali". Non sorprende il coinvolgimento di tante personalità dell'America Latina: quell'enorme mercato che finora si è cercato di sradicare soltanto a colpi di criminalizzazione e che è invece - dice proprio l'ex presidente colombiano Gaviria "il risultato di politiche antidroga fallimentari". Principio numero quattro: la polizia non basta e le politiche antidroga devono coinvolgere dalla famiglia alla scuola. "Le politiche fin qui seguite hanno soltanto riempito le nostre celle - dice Branson, l'inventore del marchio Virgin - costando milioni di dollari ai contribuenti, rafforzando il crimine e facendo migliaia di morti".

E' una rivoluzione. Sostanziata dalle raccomandazioni contenute nei principi. Una su tutte: "Sostituire la criminalizzazione e la punizione della gente che usa droga con l'offerta di trattamento sanitario". Come? "Incoraggiando la sperimentazione di modelli di legalizzazione" a partire dalla cannabis. L'appello è secco. Bisogna "rompere il tabà sul dibattito e sulla riforma" dicono i saggi. Che concludono con uno degli slogan che hanno portato alla Casa Bianca Barack Obama: "The time is now". Il momento è questo. Non abbiamo già buttato cinquant'anni?

fonte: REPUBBLICA

E’ stata la droga a uccidere il giovane Gianluca Grillo o la paura di una legge che ne rende illegale il possesso? L’abbiamo chiesto a Mario Staderini, Segretario di Radicali Italiani, che con il suo partito si batte da sempre per la legalizzazione delle droghe e che ha tracciato un quadro inquietante degli effetti sociali ed economici di una politica sugli stupefacenti di stampo proibizionista, come quella in vigore nel nostro Paese.
Staderini, se la droga fosse legale, qui in Italia, crede che Gianluca sarebbe ancora vivo? “Sicuramente sarebbe stato soccorso più tempestivamente e avrebbe avuto maggiori possibilità di salvarsi, senza quel clima di paura che serpeggia tra chiunque faccia uso di droghe. La realtà è che in Italia il consumatore di droga è lasciato tre volte in balia di se stesso. La prima rispetto all’acquisto in un mercato illegale e quindi non controllato, poi rispetto alle forze dell’ordine, dalle quali deve guardarsi per evitare di essere bollato come criminale e magari finire come Stefano Cucchi, e infine rispetto alla propria salute messa in pericolo da sostanze di cui non si conosce composizione, né provenienza. Si può condividere o meno il consumo di droga, ma che i ragazzi debbano aver paura dei medici è una vera e propria follia. Il proibizionismo, di per sé, impedisce un consumo informato e consapevole. E la legge Fini-Giovanardi, equiparando droghe leggere e pesanti, confina nella clandestinità milioni di giovani italiani che fanno uso di marjiuana”.
Quali sono le conseguenze di questa politica? “In Italia consumatori di droghe sono quattro milioni, 550 mila coloro che sono stati oggetto di procedimenti amministrativi o penali legati agli stupefacenti. 250 mila sono gli spacciatori e 28 mila i detenuti per violazione della legge sulla droga, che contribuiscono in maniera determinante al sovraffollamento carcerario. Insomma, si tratta di una vera e propria questione sociale alla quale si sceglie di rispondere unicamente con una repressione miope e ottusa. Per non parlare dei venti miliardi di euro, ed una stima per difetto, che ogni anno finiscono in mano alle mafie. Una vera e propria manovra. Soldi che poi vengono reinvestiti inquinando anche l’economia legale”. 
Crede che una normativa meno repressiva sarebbe invece in grado di governare il fenomeno? “Certo! Intanto, in vista della legalizzazione di tutte le droghe, che per noi Radicali resta la priorità, già oggi sarebbe praticabile una politica di riduzione del danno. Si potrebbe, ad esempio, legalizzare la coltivazione di marijuana, sottraendo incassi alla criminalità e milioni di giovani alla tentazione costante di passare a sostanze più pericolose e più redditizie per le mafie”.
Poche settimane fa una quindicenne romana è finita in coma etilico dopo aver trascorso ore a bere a Campo de’ Fiori. Perché la droga spaventa più dell’alcol? “Veniamo da decenni in cui il consumo di stupefacenti è stato descritto e affrontato, soprattutto in televisione, esclusivamente come un problema etico, assimilando la droga al demonio e rappresentando chi la consuma come vittima spersonalizzata del male. Ne è la prova il sedicente spot antidroga voluto dal sottosegretario Giovanardi, che il mese scorso ha invaso emittenti nazionali e locali. Un monumento alla propaganda proibizionista nel quale la droga era rappresentata dal cliché di donna tentatrice che seduce e assale la sua giovane vittima. L’alcol invece è considerato come uno di famiglia, è stato metabolizzato dalla cultura e dalla società e ormai non fa paura. Anche questo è un problema di informazione e di trasparenza: due elementi che possono fare la differenza nei comportamenti e nelle scelte di ciascuno. Il proibizionismo invece non è mai trasparente, ma punta solo a seminare terrore nella società. Purtroppo se ne parla poco e solo quando ci scappa il morto, come nel caso del povero Gianluca”.



Fin dall'inizio, The Skatalites hanno cambiato la musica giamaicana.Tra i primi a suonare lo SKA, sono i padri del rocksteady e i nonni del reggae. Hanno regalato ritmi eterni che si infiltrano nel mondo e tutte le generazioni di ska revival attribuiscono al gruppo l'influenza primaria..

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