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02/02/15

Gatti in tavola: l'incredibile ascesa (anche in Italia?)

La posizione di Interzone sul rispetto di tutte le culture, tradizioni e costumi popolari, oltre che sull'immigrazione, è risaputa. E forse non centra proprio niente con quello che stiamo pubblicando, ma imbattersi in queste notizie veramente ci da da pensare, e un pò rabbrividire. E incazzare. E non me ne frega niente di quelli che diranno che noi però..mangiamo i maiali, e i ancora i cavalli etc.. Personalmente non sono ancora completamente vegetarino, per motivi seri di salute, ma spero un giorno di diventarlo ..
La polizia di Hanoi ha effettuato degli arresti per contrabbando: un camion con tre tonnellate di gatti! Il conducente, un uomo di 30 anni di nome Hoang Van Hieu, ha ammesso che i gatti erano destinati per i ristoranti del paese, dove la carne di gatto è, difatto, una prelibatezza, soprattutto nelle province di Thai Binh e Nam Dinh, non lontano da Hanoi.

<<Dopo aver ricevuto una soffiata (suggerimento in originale, ndr), abbiamo cercato il camion e scoperto i gatti all'interno>>, Sky News ha citato il vice capo della polizia Cao Van Loc : <<Il proprietario, che è anche l'autista, ha detto che ha comprato i gatti nella zona di confine [cinese] della provincia di Quang Ninh. Tutti i gatti venivano dalla Cina.>>

Con un peso medio di gatto adulto, a circa dieci sterline per un felino domestico sano, tre tonnellate significa che stiamo parlando di centinaia di gatti. Gli animali, stipati uno sopra l'altro in gabbie di bambù, sono solo l'ultimo sequestro in un mercato e in un traffico che coinvolge dalla vicina Cina, al Laos e alla Thailandia, per saziare l'appetito del Vietnam per la carne dei gatti.

Naturalmente, il Vietnam non è l'unica nazione che si ciba dei nostri felini. Gatti selvatici, e randagi sono consumati con una certa regolarità nella regione del Canton (Guangdong) in Cina, in Corea del Sud, e nelle zone rurali di Taiwan. Alcune comunicati della protezione animali suggeriscono che il mercato asiatico dei gatti consuma fino a 4 milioni di gattini all'anno. Qualunque sia il numero, è realtà di una fissazione per le carni non convenzionali in Asia, mentre ci sono prove che il mercato di carne di cani e gatti è relativamente comune in altri luoghi, in particolare in Svizzera e in America, e come ci conferma Repubblica.it, secondo l'Aida&a, l'associazione italiana  difesa animali e ambiente, solo nello scorso anno sono stati uccisi e cucinati oltre 6/7000 gatti, serviti in ristoranti NON asiatici, ma italiani nelle zone di Brescia, Cremona, Vicenza, Verona, e anche nel milanese. Ovviamente tutto questo avviene quasi sempre di nascosto, anche perchè in Italia uccidere e mangiare un gatto o un cane è un reato punibile con il carcere ai sensi dell'articolo 544 del codice penale. E non si tratta solo di randagi a cui viene data la caccia, ma anche di felini rapiti dalle colonie o allevati per il consumo alimentare. Quindi non il solito depistaggio, bollando la notizia come "leggenda metropolitana", gli animalisti segnalano anche che sono in aumento le pagine Facebook e i siti dove si inneggia a cucinare animali domestici ed in particolare cani e gatti.

La realtà è che nella maggior parte del mondo asiatico, il mercato della carne di gatto è  un mix di reazione popolare e misure repressive ufficiali. Le preoccupazioni circa la trasmissione di malattia da carne non regolamentata, la crudeltà (molti gatti vengono fulminati, appesi, picchiati, o anche cotti vivi), e il sentimento generale di affetto verso i gattini hanno portato a titolo definitivo (anche se mal applicata) alla legislazione che vieta questo insulso e miserabile mercato in Giappone, Hong Kong, il Filippine e Taiwan. Nel 2010, i gruppi per i diritti degli animali in Cina hanno proposto (ma non è riuscito a passare) il divieto di mangiare i gatti, con una multa per i consumatori di più di $ 700 (e fino a 15 giorni di carcere come pena massima) e ai trafficanti e produttori da $ 1.500 a $ 75.000. Nonostante il fallimento del disegno di legge, le massicce campagne a favore della legge hanno portato, giocando sulle emozioni popolari, a una sorta di revisione nella politica del governo verso questa orribile abitudine culinaria.

Nonostante la condanna ufficiale del governo e la promozione dell'uso dei gatti per il controllo dei ratti nei centri urbani, i proprietari dei negozi in Vietnam continuano a vendere i gatti fino a $ 50 e $ 70 a testa, un prezzo che suggerisce una forte domanda commerciale. A causa della mancanza di allevatori e l'estrema cautela dei proprietari di animali in Vietnam, questa richiesta sembra incoraggiare il contrabbando dai paesi vicini come la Cina. E questa recente spedizione di tre tonnellate supera di gran lunga il numero di gatti che sono stati contrabbandati oltre il confine con Thailandia, che aveva fatto notizia nel 2013, ed è un segno della crescita del mercato.

<<Un sacco di gente mangia carne di gatto>>, conferma Van Duang: il proprietario di un ristorante di Hanoi, ha detto alla AFP che nel 2014.. "è vista come una novità. Molti vogliono provare."

Forse il sentimento popolare cambierà, facendo sì che più gente possa tenere i gatti come animali domestici. Ma per ora, gli sforzi del governo per frenare il traffico sono caduti piuttosto nel vuoto. Tre tonnellate ha generato una multa di più di 350 $ per il trasporto di merci illecita e senza documenti. Ma facendo un pò di conti ci suggerisce che questa è solo una piccola cifra rispetto a quella che la merce avrebbe potenzialmente fruttato, se fosse arrivata sul mercato: migliaia di dollari...

Ma i veri perdenti di questa storia non sono i contrabbandieri o i consumatori, ma i gatti nel camion di Hoang Van Hieu. Ironia della sorte, la legge vietnamita sostiene che tutti i prodotti di contrabbando devono essere distrutti. C'è qualche dubbio sul fatto che lo stato troverà una scappatoia per i gatti sequestrati, dato il loro gran numero, ma secondo Sky News, il capo Cao Van Loc ha dichiarato che i gatti saranno probabilmente uccisi come da protocollo..
Scusate, ma mi viene da vomitare..


06/06/14

Nick Ut e la foto che fece finire una guerra

La foto che fece finire la guerra. Incontro con Nick Ut 

(premio Pulitzer, autore dell’immagine della bambina ustionata dal napalm in Vietnam)
Corriere.it - @GianluigiColin
<<Ho visto gli aerei, li ho visti sganciare le bombe. Poi le fiamme, un immenso fuoco. Ero a un centinaio di metri dalle case, sulla strada, con alcuni soldati, qualche reporter. Guardavo, fotografavo. Poi, come fantasmi, dal fumo vedo arrivare della gente: cercavano di salvarsi come potevano, piangevano, correvano senza sapere dove. Un bimbo è morto sotto i miei occhi, un ragazzino piangeva disperato ferito all’occhio, una bambina con il fratellino per mano. Guardavo attraverso la macchina fotografica, scattavo. E attraverso il mirino vedo una bimba completamente nuda, mi veniva incontro, le braccia aperte, sembrava Gesù, piangeva: i vestiti le si erano incendiati addosso, urlava di dolore, urlava di paura. La schiena, le braccia, le gambe erano completamente ustionate. “Brucia, brucia, brucia”, ripeteva terrorizzata. Ho fotografato, ma non volevo fotografare. L’abbiamo soccorsa lì, come potevamo. Un soldato le ha bagnato il corpo con l’acqua. Le ho messo addosso un impermeabile, l’ho abbracciata. In quel momento ho pensato che non potevo continuare a fotografare. Che non avrei fotografato mai più. Ho pensato che se quella bimba fosse morta, mi sarei ucciso. E cominciai a piangere>>.

Nick Ut parla e ha gli occhi lucidi: quante volte avrà ricordato la storia della piccola Kim Phúc, martoriata dal napalm? Eppure, se davvero il tempo lenisce le ferite, alcuni ricordi lasciano una traccia indelebile. Per tutti è Nick, ma il suo vero nome è Huynh Công Út: è nato in Vietnam nel 1951, ha 10 fratelli, fotografa da quando aveva 16 anni e, suo malgrado, è un mito. Con la sua immagine, conosciuta come Napalm Girl (ma lui la chiama Horrible War), ha vinto un premio Pulitzer ed è entrato nella storia della fotografia. Il potere di un’immagine può fare molto: quella bambina disperata di nove anni, che evoca L’urlo di Munch, ha scosso in modo così potente la coscienza degli Stati Uniti da contribuire a fermare la tragedia del Vietnam. Quell’urlo di dolore, fissato sulla pellicola l’8 giugno del 1972, nel villaggio di Trang Bang, è diventato l’urlo di rabbia del mondo. E pensare che nella sede di Saigon dell’Associated Press i redattori, vedendo i negativi, dissero: «È impubblicabile, c’è troppo nudo». Poi, per fortuna, arrivò il capo e urlò: «Voglio una didascalia, mandate immediatamente le foto a New York!». Anche chi sceglie, conta.

Ma la storia di Nick Ut non è solo racchiusa nello scatto: dopo quelle fotografie, Nick Ut carica i bambini sulla sua macchina e li porta al Cu Chi Hospital, a 40 minuti dal villaggio. Non li vogliono curare e Nick fa vedere la tessera stampa dicendo: «Se non li curate domani siete nei guai». Da quel momento il destino di quella bimba ferita e di quel fotografo che incarna i valori più nobili del reportage sono stati una cosa sola: sin da subito lui si impegna a proteggerla, la va a trovare nel suo villaggio, poi, negli anni si frequentano, tengono conferenze insieme, sono come parte della stessa famiglia: «La considero come mia figlia, la chiamo spesso per sapere come sta. Mi chiama zio Nick». Ora lei vive felicemente in Canada, lui a Los Angeles. Lei è mamma, ha due figli, lui continua a fare il fotografo per l’Ap. 



07/08/13

Dispacci

"A Saigon andavo sempre a letto strafatto, cosi spesso mi perdevo i sogni, e tanto valeva probabilmente, tuffato nel profondo e nell’indistinto sotto quelle informazioni, riposa quel po’ che ti riesce, svegliati scippato di tutte le immagini tranne quelle che ricordavi dal giorno o dalla settimana prima, con nient’altro che il cattivo sapore di un brutto sogno in bocca, come se avessi masticato durante il sonno un rotolo di vecchi centesimi sporchi. Avevo osservato delle reclute addormentate che sparavano i REM da sotto le palpebre come raffiche nel buio, sono certo che a me accadeva lo stesso. Dicevano (io glielo domandavo) che nemmeno loro ricordavano cosa sognavano quando erano in zona d’operazione, ma in licenza o in ospedale i loro sogni diventavano costanti, aperti, violenti e chiari, come accadde a quell’uomo all’ospedale di Pleiku la notte che mi trovai li. Erano le tre del mattino, terrificante e sconvolgente come sentire una lingua per la prima volta e in qualche modo capirne ogni parola, la voce forte e sottile al tempo stesso, insistente, chiamava: <<Chi é? Chi é? Chi c’e nell’altra stanza?>>. C’era un’unica luce schermata sul tavolo in fondo alla corsia dove stavo seduto con l’inserviente. Riuscivo a vedere soltanto alcuni letti, i primi, era come se ce ne fossero centinaia che si rifugiavano nel buio, ma in realtà ce n’erano soltanto venti per fila. Dopo che l’uomo ebbe ripetuto alcune volte quel richiamo, il suo tono cambiò, Come se per un attimo la febbre fosse cessata, sembrava un bambino implorante. Vedevo accendersi delle sigarette in fondo alla corsia, brontolii e lamenti, feriti che ritornavano alla coscienza, al dolore, ma l’uomo che prima sognava continuò a dormire nonostante tutto... Quanto ai miei sogni, quelli che persi laggiù si sarebbero fatti strada più tardi, avrei dovuto saperlo, certe cose, è naturale, si limitano a seguirti finché non hanno attecchito. Sarebbe giunta la notte in cui sarebbero stati vividi e persistenti, la notte d’inizio di una lunga catena, allora avrei ricordato e mi sarei svegliato con il dubbio di non essere mai stato per davvero in nessuno di quei luoghi.."