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29/07/15

La disarmante filosofia della non violenza. Malcom X vs Hate Bus

Il telegramma che Malcolm X inviò a George Lincoln Rockwell (Leader del Partito Nazista Americano)

Vero è che non si finisce mai, ma proprio mai di imparare..

Dopo aver lasciato la NOI (Nation of Islam) nel 1964, Malcolm X aveva usato "la strana" alleanza del movimento con il KKK (Ku Klux Klan) come arma contro Elijah Muhammad. L'anno successivo inviò un telegramma a George Lincoln Rockwell:
- 1965
This is to warn you that I am no longer held in check from fighting white supremacists by Elijah Muhammad's separatist Black Muslim movement, and that if your present racist agitation against our people there in Alabama causes physical harm to Reverend King or any other black Americans who are only attempting to enjoy their rights as free human beings, that you and your Ku Klux Klan friends will be met with maximum physical retaliation from those of us who are not hand-cuffed by the disarming philosophy of nonviolence, and who believe in asserting your right of self-defense -- by any means necessary.

«Non sono più ostag­gio dei musul­mani neri sepa­ra­ti­sti gui­dati da Eli­jah Muham­mad che mi impe­diva di com­bat­tere i supre­ma­ti­sti bian­chi. Que­sto tele­gramma è per avver­tirti che se la tua cam­pa­gna raz­zi­sta arre­cherà danni fisici al reve­rendo King o a qual­siasi altro nero desi­de­roso di godere dei pro­pri diritti civili, tu e i tuoi amici del Ku Klux Klan subi­rete la mas­sima ritor­sione fisica da parte di chi tra noi non è trat­te­nuto dalla disar­mante filo­so­fia della non vio­lenza e anzi crede fer­ma­mente nel diritto all’autodifesa — con ogni mezzo neces­sa­rio».

Nel 1967 George Lin­coln Roc­k­well fu assas­si­nato all’esterno di un cen­tro com­mer­ciale di Arling­ton, Vir­gi­nia. Un ex mem­bro del par­tito fu arre­stato e con­dan­nato per omi­ci­dio.

Non è un mistero il rapporto del Nazi Party americano con il NOI, la Nation of Islam di  Eli­jah Muham­mad, che trovò ragioni nei primi anni 1960 per coordinare e discutere le strategie di separazione razziale . Vi furono diverse riunioni delle due organizzazioni e Rockwell scrisse alcuni per gruppo separatista nero.
Lo scopo degli incontri erano anche per garantire terreni agricoli nel sud per il NOI, iniziative mprenditoriali, e la formazione di un patto di non aggressione con i Klan locali.
Nel ’62 parlò ai mem­bri della Nation Of Islam a Chi­cago e fu fischiato, Muham­mad, però, apprez­zerà il discorso. Pas­se­ranno tre anni e si avvi­ci­nerà a Mal­colm X, fuo­riu­scito da un anno dalla Nation. In precedenza nel 1961, Malcolm e il ministro Jeremiah Shabazz avevano segretamente incontrato il KKK di Atlanta, proprio come Marcus Garvey aveva fatto quasi 40 anni prima. Anche se Mal­colm era sempre a disagio per questi rapporti, Rockwell non ebbe problemi a trovare un terreno comune; appena un anno dopo l'assassinio, in un'intervista con Alex Haley, dichiarò che.. "Malcolm X, ha detto le stesse cose che sto dicendo io.."

Inoltre si pre­sen­tò a Washing­ton a un mee­ting della Nation of Islam a bordo del famoso pulmino Volk­swa­gen Trans­por­ter, denominato Hate Bus,  che in seguito divenne il veicolo di rife­ri­mento della con­tro­cul­tura Usa e euro­pea anni Ses­santa, dell’hippysmo mon­diale, del movi­mento paci­fi­sta, dei sur­fer di mezzo mondo. Era lo stesso Roc­k­well a gui­darlo, accom­pa­gnato sempre da squa­dracce di nazi in divisa: era nato a Bloo­ming­ton, Illi­nois, e questo è alla base della sto­rica bat­tuta di John Belu­shi, quando nel film i Blues Bro­thers si imbat­tono in una mani­fe­sta­zione di estrema destra e fanno volare in acqua i nazi­sti. «Io li odio i nazi­sti dell’Illinois», sen­ten­zia fiero Belu­shi.

Al "Freedom Rally" al Uline Arena, lo stadio da 15mila metri quadrati che più in là avrebbe ospitato il primo concerto dei Beatles negli Stati Uniti,  davanti a una folla di 8.000 persone Rockwell e venti "truppe d'assalto" si riunirono per ascoltare Malcolm X e  consegnare un discorso dal titolo "Separazione o la Morte."Rockwell dichiarò che non era d'accordo con il discorso di Malcom X  solo su di un punto : "I musulmani vogliono un pezzo d'America per un loro stato, io preferisco che se ne vadano tutti in Africa". Il che non era del tutto vero. I nazisti e la NOI non erano d'accordo su un'altra questione: se le persone di colore fossero o meno esseri umani. Nel corso dei suoi tre anni da leader dell'ANP, Rockwell aveva spesso apostrofato gli afroamericani come "quei negri con l'anello al naso," "degli animali," e "niente più di scimpanzé."
Secondo lo storico William Schmaltz, dopo il suo discorso, Malcolm X fece un appello a fare una donazione: Rockwell, contribuì con 20 dollari.

Era con­vinto che una sal­da­tura con l’organizzazione religiosa nera — spesso accu­sata di sepa­ra­ti­smo e anti­se­mi­ti­smo — gli sarebbe potuta ser­vire per affer­mare le sue idee. Addi­rit­tura arrivò a defi­nire Eli­jah Muham­mad, al tempo lea­der della Nation, «l’Hitler del popolo nero». Sempre nel  1962, Rockwell scrisse un articolo per il giornale del partito, in cui elogiava  Elijah Muhammad, che .. "ha raccolto milioni di sporchi, immorali, ubriaconi, persone pigre e repulsive e li ha ispirati a tal punto da trasformarli: ora sono puliti, sobri, onesti, impegnati sempre nel duro lavoro, dignitosi e ammirevoli, nonostante il colore della loro pelle..  La segregazione razziale era il punto di contatto, ma era l'antisemitismo che soprattutto accomunava i due gruppi. Se Rockwell aveva portato all'estremo il suo odio per gli ebrei, Muhammad sosteneva una serie di teorie razziste, tra cui anche l'invenzione secondo cui gli ebrei avrebbero finanziato la tratta degli schiavi.

Anche se i rapporti tra il Nazi Party americano e il NOI diminuirono nel corso del tempo, la vicenda degli incontri tra le due parti, in tempi in cui le persone di colore venivano picchiate, molestate e assassinate, non solo negli stati del Sud, è un'altra delle più inquietanti nella storia della Nation of Islam, di Malcolm X e in generale della storia degli USA: lo spettro di questa alleanza vive ancora oggi.

Roc­k­well aveva anche a che fare con la musica: aveva fondato una sua scon­cer­tante etichetta disco­gra­fica, la Hate­nanny, il cui nome (hate) faceva il verso alla parola hootenanny  per indi­care gli happening sonori a base di folk. I dischi veni­vano ven­duti via posta e diret­ta­mente alle manifestazioni del par­tito nazi­sta.  




20/09/12

La seconda vita di Malcom X

L'influenza del leader afroamericano sul Rap anni '80

U -Net


Quando ho iniziato a fare rap io, alla fine degli anni ‘80, Malcolm X andava alla grande. Tutta la scena hip-hop afro americana era sotto la sua influenza. Andava il suo pensiero, la sua voce e il suo stesso portamento estetico. (…) Malcolm X, artista della parola, figlio di un predicatore, rivoluzionario anche nell’uso del linguaggio, offriva immagini perfette per l’identità della comunità afro americana. 



Ed è proprio come afferma Militant A, dopo un periodo di declino durante gli anni Settanta, infatti, la figura di Malcolm X visse una sorta di rinascimento culturale con la generazione dell’hip hop. Le registrazioni dei suoi discorsi, i poster, i libri a lui dedicati e, in particolar modo, il successo dell’Autobiografia scritta da Alex Haley, esercitarono un’influenza profonda sulle idee politiche dei giovani di colore degli anni Ottanta del Novecento.
Paradise Gray, membro fondatore degli XClan, riflettendo sul significato dell’esperienza di Malcolm per la sua generazione afferma, Le condizioni di vita per i neri erano mutate, l’hip hop iniziava a esser influenzato dalle idee del Black Power Movement, per via dell’attività nelle strade della Nation of Islam di Farrakhan, dei 5%, della Zulu Nation con il suo orgoglio nero e, successivamente, del Black Watch Movement. Public Enemy, Paris, X Clan, KRS-1, Lakim Shabazz e molti altri gruppi diffondevano conoscenza e orgoglio attraverso le liriche. E le ingiustizie del sistema criminale e la brutalità poliziesca erano all’ordine del giorno. L’insieme di quegli elementi creò le condizioni affinché i discorsi e le idee di Malcolm X trovassero nuovamente terreno fertile e popolarità. Molti artisti iniziarono a sostenere apertamente la NOI: un esempio su tutti, Chuck D che in Bring the Noise rappa “Farrakhan è un profeta e penso che voi tutti dovreste ascoltarlo”. All’epoca queste canzoni erano trasmesse sia sulle radio commerciali quali Kiss FM e WBLS, sia su quelle universitarie; oltre a ciò i video erano nella programmazione di Video Music Box e Yo MTV Raps, entrando nelle classifiche, vendendo milioni di copie e favorendo ulteriormente il diffondersi del nome e delle idee di Malcolm X.

È possibile affermare che l’hip hop della Golden Age rappresentava la totalità dell’esperienza afroamericana nella società americana, così come la figura e la biografia di Malcolm racchiudeva il senso dell’esperienza afroamericana. Proprio come sostiene Wu Ming 5 nell’articolo Da Malcolm all’Hip Hop passando per Ghost Dog, pubblicato su Liberazione del 27 febbraio 2005, in occasione dei quarant’anni dalla scomparsa del leader nero:
Piccolo delinquente “stilistico” che vive jazz, ballo e sesso come terreno preparatorio di un’esperienza spirituale decisiva, zoot suiter partecipe non così inconsapevole di una temperie culturale la cui onda lunga condurrà ai movimenti di liberazione dei decenni successivi, convitto che assume la religione in senso identitario e politico, leader influente, oratore efficace, minaccia pubblica. Nella biografia di Malcolm c’è tutto. Malcolm ha portato alla luce e reso manifesto un destino alternativo rispetto a quello dell’America bianca. La sua lezione è stata declinata nel senso della sopravvivenza individuale e comunitaria (…) L’eco delle sue parole è ovunque.

L’icona e l’eco delle parole di Malcolm era davvero ovunque e il rap fu certamente tra i massimi artefici del miracoloso politicizzarsi dei ghetti neri. Grazie al campionamento di discorsi di figure storiche di leader neri, con particolare riferimento a Malcolm X, molti giovani sentirono quei nomi e quelle filosofie per la prima volta. Uno dei primi pezzi musicali a campionare Malcolm X fu No Sell Out di Keith La Blanc, pubblicato nel 1983 dalla Tommy Boy, nel quale estratti dei suoi discorsi si alternano su un beat hip hop. Nel 1986 Afrika Bambaata e i Soul Sonic Force in Renegades of Funk inneggiano a Malcolm e ad altri leader neri come a dei duri capaci di denunciare le condizioni dei neri in maniera esplicita, dei veri renegades of the atomic age. Sempre nello stesso anno i Run DMC ribadiscono il concetto in Proud to be Black, Like Malcolm X said, I won’t turn a right cheek – Come ha detto Malcom X, non porgerò l’altra guancia.

Un ulteriore contributo alla rinascita del messaggio di Malcolm X fu la trasmissione del documentario della PBS Eyes on the Prize (1987), un’analisi dettagliata sul Movimento per i Diritti Civili. Eyes celebra gli eroi e condanna i traditori della lotta nera in America: per molti giovani della generazione dell’hip hop la visione di quelle immagini rappresentò un momento storico di evoluzione della coscienza politico sociale; la retorica e i simboli del Black Liberation Movement degli anni Sessanta ebbero una profonda influenza proprio sugli artisti più conscious dell’epoca – Public Enemy, KRS One, Queen Latifah, X Clan, Brand Nubian e Poor Righteous Teacher.
Proprio il secondo storico album dei Public Enemy, It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back, contiene un’abbondanza di estratti dai discorsi di leader neri, con particolare attenzione per Malcolm. In Bring the Noise, pezzo incluso nella colonna sonora dell’adattamento cinematografico del romanzo di Bret Easton Ellis, Less Than Zero, i PE campionarono il discorso Message To The Grassroot, inserendo ad arte nell’intro l’intimazione, Too Black, Too Strong. E in Party for Your Right to Fight Chuck D denuncia le operazioni clandestine ad opera di FBI, CIA, esercito e polizia locale per distruggere le forze di opposizione sociale, con un accanimento particolare nei confronti delle organizzazioni nere, rappando su J. Edgar Hoover che … had King and X set up.
Lo stesso anno, l’88, l’anno d’oro dell’hip hop, uscì By all means necessary, con Krs-One che in copertina riprende la famosa foto di Malcolm X, ma la attualizza, facendogli indossare una tuta da ginnastica al posto di giacca e cravatta e una mitraglietta uzi invece del fucile automatico. Il messaggio sembrava cruento per attirare i più estremi ma all’interno le parole dicevano: Bisogna fermare la violenza tra di noi con ogni mezzo necessario. L’enorme popolarità dei Public Enemy e di KRS One, nonché la loro forte identificazione con l’immagine e il messaggio di Malcolm X, fecero sì che molti altri artisti includessero il leader nero nella propria musica.

Tra i numerosi esempi di utilizzo dei campioni di discorsi di Malcolm toviamo Lakim Shabbaz che campionò sample da The Black Revolution nel pezzo Black is Back (1989), Word From the Wise dei Poor Righteous teachers o Self Destruction (1989) dello Stop the Violence Movement, che conteneva estratti di una lecture di Malcolm, e il cui video musicale dava ampio risalto ad alcuni murali raffiguranti Malcolm che facevano da background alla performance degli artisti. Paris, in Break the Grip of Shame del 1990, inserì una delle minacce più note rivolta alle strutture del potere, Affermiamo il nostro diritto di uomini su questa terra, di essere umani, a esser rispettati come esseri umani, ad avere i diritti di qualsiasi essere vivente su questo pianeta oggi, cose che intendiamo realizzare con ogni mezzo necessario. E l’Hip Hop in quei giorni interpretava a livello culturale proprio quell’aggressione che Malcolm aveva intimato.
Alla fine degli anni Ottanta Malcolm X dominava l’ispirazione delle liriche hip hop così come la musica di James Brown alimentava i sample dei campionatori. Il successo commerciale del film X di Spike Lee del 1992, associato alla celebrazione di Malcolm come homeboy, crearono il contesto per quel fenomeno che lo storico Russell Rickford ha definitio Malcolmology. Malcolm era diventato un’icona dell’immaginario popolare e una delle poche figure a emergere dalla tradizione nazionalista/separatista nera per esser accettato nel pantheon delle leggende del movimento per i diritti civili.


07/06/11

MALCOM X E PUBLIC ENEMY

L'AMERICA ha dovuto aspettare un presidente nero che sa parlare all'Islam, cresciuto da bambino all'ombra dei minareti di Jakarta, poi star di Harvard, depurato di ogni "accento nero" linguistico e ideologico, lo statista che osa pensare una società pacificata e post-razziale. Solo nell'èra di Barack Obama diventa possibile riaprire un grande tabù, una pagina di storia lacerante. È la vicenda di Malcolm X. Oggi avrebbe 86 anni e morì che ne aveva 39, centrato dagli spari mentre arringava la folla nella Audubon Ballroom di Harlem. Quel 21 febbraio del 1965, nel giorno di una morte violenta che lui stesso aveva prevista e annunciata, Malcolm X si portò nella tomba tanti segreti: a cominciare dall'identità dei suoi assassini e dei mandanti.

Per più di quarant'anni un grande intellettuale nero, lo storico Manning Marable, ha lavorato per venire a capo del mistero. Marable, fondatore del dipartimento di studi afroamericani alla Columbia University, è morto due mesi fa. Uscita postuma, la sua opera monumentale Malcolm X: a Life of Reinvention, aiuta a capire i perché di tante reticenze e omertà. Un altro storico, Stephen Howe, ricorda cosa fece di Malcolm X l'eroe di una generazione: "Straordinario oratore, divenne lo schermo sul quale milioni di neri proiettarono le loro speranze. Aveva molto degli improvvisatori di musica jazz, anticipò i futuri rapper. Incarnava il mito del fuorilegge vendicatore, in una società di neri senza diritti". Artista della reinvenzione
di se stesso, Marable lo descrive come una costruzione di "maschere multiple": da zotico di provincia a delinquente, da uomo di spettacolo a intellettuale autodidatta, esponente radicale del nazionalismo nero, predicatore religioso, musulmano ortodosso. Acerrimo rivale di Martin Luther King, poi sul punto di riconciliarsi con lui: firmando così la propria condanna a morte.

Dopo l'assassinio di Malcolm X tre uomini vengono arrestati, processati, condannati velocemente. Due saranno messi in libertà negli anni Ottanta e mai hanno smesso di proclamarsi innocenti. Solo il terzo, Talmadge Hayer, rilasciato dal carcere l'anno scorso, è reo confesso. C'era solo lui quel giorno a sparare? La minuziosa indagine di Marable ricostruisce una verità diversa: fu un commando di cinque sicari a firmare l'esecuzione. Chi sparò il primo colpo, mortale, non è mai stato disturbato dalla giustizia. Ha 72 anni, oggi vive a Newark sotto il nome di William Bradley. È un ex campione di basket, celebrato nel Newark Athletic Wall of Fame. La pista dei mandanti si biforca in due direzioni, verso forze tra loro opposte ma ugualmente interessate a far fuori Malcolm X e poi a seppellirlo nell'oblìo. Da una parte c'è l'Fbi che intercettava sistematicamente le sue telefonate, ignorò le minacce di morte che si moltiplicavano, fece di tutto perché l'attentato procedesse indisturbato. Dall'altra c'è il radicalismo nero, a cominciare dalla Nation of Islam e un leader come Louis Farrakhan che a Marable ha confessato: "Potrebbero trascinarmi davanti a un gran giurì anche oggi, non esiste prescrizione per gli omicidi". Le prove accumulate dall'autore appena scomparso sono schiaccianti, Michael Eric Dyson della Georgetown University ne è convinto: "Questo libro impone di riaprire l'indagine". Peter Goldman, reporter che intervistò più volte Malcolm X, è altrettanto convinto che non succederà: "Fare giustizia oggi, risalendo lungo la catena di comando? Colpire chi diede l'ordine di ucciderlo? Nessuno lo vuole".

L'ultimo revival d'interesse risale alla fine degli anni Novanta: il fascino di Malcolm X conquista il regista Spike Lee che mette in scena la sua vita affinando la parte a Denzel Washington. Nel '99 le poste gli dedicano perfino un francobollo. Ma poi arriva l'11 settembre: nell'epoca della "guerra globale al terrorismo" proclamata da George Bush, guai a ricordare che un'Islam radicale e violento ha messo le radici da tempo nella società americana, tra i neri, non come fenomeno d'importazione dal mondo arabo.

All'Islam il giovane Malcolm Little di Omaha, Nebraska, arriva dopo numerose reincarnazioni, scandite da cambi d'identità: Jack Carlton, Detroit Red (quando si tinge i capelli), Satan, El-Hajj Malik El-Shabazz. Da ultimo quella X, simbolo di ribellione contro dei cognomi che erano stati affibbiati agli schiavi dai padroni bianchi. Figlio di un pastore battista forse lui stesso assassinato (da bianchi), Malcolm cresce in una famiglia così povera che spesso a cena la madre può cuocere solo erbacce di strada. Diventa spacciatore, poi capo di gang di ladri, a Detroit e a Harlem. In carcere per rapina dal 1946 al 1952, alla Norfolk Prison Colony del Massachusetts. Qui si converte all'Islam, abbandona il fumo e il gioco d'azzardo, studia la storia degli afroamericani e insieme Erodoto, Kant, Nietzsche. Lì avviene il passaggio fra due ruoli egualmente popolari nella mitologia dei neri: il bandito spregiudicato vendicatore degli oppressi, e il predicatore chiamato a salvare le loro anime. La reinvenzione della propria immagine continua fino alla celebre Autbiografia di Malcolm X: affidata a un ghost-writer ultramoderato, il giornalista nero di fede repubblicana Alex Haley che diventerà poi famoso con Radici. In quell'autobiografia, fonte del film di Spike Lee, viene esagerato il curriculum criminale di Malcolm X, per rendere ancora più spettacolare la sua redenzione religiosa.

All'apice della sua fama Malcolm diventa il portavoce della Nation of Islam e contribuisce ad allargarne i ranghi fino a 500.000 iscritti. È il periodo della sua radicalizzazione estrema. Quando in un incidente aereo muoiono 62 ricchi bianchi di Atlanta per lui è "la prova che Dio esiste". Reagisce all'assassinio di John Kennedy dicendo che se l'è meritato. Recluta nelle carceri, creando una commistione totale fra militanza politica e criminalità. Invoca la lotta armata, difende il terrorismo contro la polizia, diventa il precursore teorico delle Black Panther. Immagina una "nazione nera" che fa secessione dentro l'America, al punto da incontrarsi con esponenti del Ku Klux Klan per progettare assieme "la separazione tra le due razze". The Nation of Islam, spiega Howe, con Malcolm X diventa "una bizzarra mescolanza di teologia, fantascienza, fanatismo razziale. Teorizza la malvagità intrinseca della razza bianca e in particolare degli ebrei, l'inferiorità delle donne". Il divorzio matura all'improvviso. Per ragioni anche personali: il leader spirituale della Nation of Islam, Elijah Muhammad, mette incinta la donna con cui Malcolm aveva avuto una lunga relazione. E poi c'è il viaggio alla Mecca, l'incontro con un Islam moderato e multirazziale. Un'altra conversione: alla fede sunnita. È il "tradimento" che arma i suoi assassini. Proprio quando Malcolm comincia a recuperare il dialogo con Martin Luther King, fino allora dipinto come uno "zio Tom", servo sciocco dei bianchi. "Ci sono cose - aveva detto Malcolm in tono sprezzante contro King - più importanti del diritto a sedersi insieme coi bianchi in un ristorante".

Per il poeta nero Amiri Baraka non aveva torto, Malcolm X, e la sua eredità è meno negativa di quanto sembri: "Senso d'identità, indipendenza, con questi valori l'ala dura del movimento di liberazione dei neri ebbe un impatto enorme nella società americana, senza di lui non ci sarebbe Obama". Anche su questo i neri continuano a dividersi. Tra chi vede in Malcolm il paladino di un orgoglio di razza, e chi fa risalire a lui il vittimismo permanente: l'etichetta del "nero arrabbiato" che Obama è riuscito a togliersi con una fatica enorme, sopportando stoicamente le insulse accuse sulla sua nazionalità keniota o la sua religione islamica. E quando nel luglio 2009 questo presidente ha preso le difese di un professore nero di Harvard, Henry Louis Gates, vittima di un sopruso da parte della polizia, l'America bianca benpensante e conservatrice è saltata addosso a Obama. Sperando che reagisse coi nervi a fior di pelle. Sognando di ritrovare come avversario un Malcolm X: un Satana.

Fonte: FEDERICO RAMPINI (la Repubblica)

FEAR OF BLACK PLANET - PUBBLIC ENEMY


1990. Il gangsta rap iniziava a furoreggiare ,sulla West Coast e in tutto l'universo americano dell'hip hop,con i suoi temi di sesso, violenza e potere,e i Public Enemy escono con Fear of Black Planet,terzo lavoro per la band di Chuck D,Flavor Flav,Terminator X,(con la collaborazione di tutto il combo della Bomb Squad,collettivo di DJ che ruotavano nell'orbita del gruppo) presentando un messaggio totalmente diverso attraverso un vero e proprio uragano sonoro.Il disco si apre con sirene di raid aerei, frammenti di telegiornali e assordanti assoli di chitarra,mentre le rime definiscono la direzione dell'album: 'C'è qualcosa cambiando nel clima di coscienza su questo pianeta oggi'.Se una canzone può riassumere l'intero album,questa è 'Fight the Power', originariamente incluso nella colonna sonora del bellissimo film di Spike Lee Fà la cosa giusta, (Do the right thing) storia di tensioni razziali tra le diverse comunità,italoamericana e afroamaricanama,ma i temi dei testi non risparmiano niente e nessuno:si parla di razzismo,e di sessualità,di media,politica e di guerra.si attaccano senza rispetto icone americane come Elvis e J.Wayne,si incita alla rivolta verso la falsa integrazione razziale degli afroamericani.
Fear of Black Planet è un album duro di uno dei gruppi fondanti della musica nera moderna,con canzoni molto potenti,pieno di rock e di funky oltre che di rap ma è anche un disco a suo modo ballabile,con i tanti riferimenti a James Brown,Sly And The Family Stone e a tanti altri artisti soul che evidenziano le loro radici musicali più profonde..
'La maggior parte dei miei eroi non appaiono in alcun francobolli',recitano i Pubblic Enemy,e Fear of Black Planet è considerato uno dei capolavori del genere hip hop.


Fear of Black Planet