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18/02/16

The rise and fall: Google +, un prodotto dolorosamente senza successo




"Facebook sta per ucciderci.. Facebook sta per ucciderci.. Facebook sta per ucciderci.. Facebook sta per ucciderci'"...

La voce che batteva all'orecchio di Larry Page, il co-fondatore di Google tornato come CEO a inizio del 2011, dopo un decennio dietro le quinte, è quella di Vic Gundotra, descritto dai colleghi come uomo carismatico e politicamente di buon senso, e alla fine, Vic riuscì a spaventare e convincere Larry. E' così che nasce Google +.

Era il 2010 e Google non sembrava esattamente come una società a rischio di essere superata e affossata da qualcuno o qualcosa. Da tempo dominava la ricerca online e stava rapidamente diventando uno dei principali attori nel settore smartphone grazie ad Android. Google aveva mappato gran parte del mondo, indicizzato milioni di libri e stava già iniziando a costruire automobili con pilota automatico. Era praticamente impensabile che un social network, per quanto forte come Facebook potesse insidiarne la potenza. Inoltre una semplice ricerca proprio su Google rivelava la lunga lista di fallimenti e false partenze: Orkut, lanciato pochi giorni prima di Facebook nel 2004 era stato rapidamente superato; Reader, un cult dei feed RSS lanciato nel 2005 era "morto" nel 2013: e, naturalmente, Buzz, sfortunato social network costruito sulla scia di Gmail, era imploso velocemente all'inizio del 2010, dopo un catastrofico problema di privacy . Mentre Google inciampava in questi tentativi Facebook è cresciuto, ancora più potente, e più influente. Nel 2010, Facebook era stato valutato intorno ai $ 14 miliardi di dollari e si avvicinava ai 500 milioni di utenti - conti fatti con nomi reali, compleanni, foto, e una rete vibrante di feed di notizie. Google era molto più grande, con una capitalizzazione di mercato di circa 200 miliardi di $. Facebook ha iniziato una campagna acquisti nell'ambito dei dipendenti di Google, così ad esempio Paul Adams, ex membro del team che aveva creato Google+ e che aveva contribuito a ispirare l'idea delle cerchie finì a lavorare per Facebook. Lo sforzo di Google per creare un social network per rivaleggiare con Facebook iniziò con un audace e altisonante campagna e ora si spegne con un flebile gemito. A cinque anni dal lancio di Google+, con la missione dichiarata di "fissare" definitivamente la condivisione online, Google ha annunciato di voler eliminare un requisito molto criticato per poter utilizzare un account Google.

Fino a poco tempo fa, chi apriva un account Google si iscriveva automaticamente anche a Google Plus. Di conseguenza, non era possibile creare un canale di YouTube senza incappare in G+. Ora, finalmente l’iscrizione a Google Plus sarà a discrezione dell’utente, come spiega l’ex capo di Google +, Bradley Horowitz, ora vice presidente dei servizi streaming, foto e condivisione. Un account Google e non sul social Plus sarà “l’unica cosa di cui si avrà bisogno” per usare i prodotti Google. Il cambiamento non è immediato: non bisogna cancellare il proprio account Google+, altrimenti si cancellerà anche il canale YouTube. Tuttavia – promette Horowitz – Google Plus non morirà ma verrà potenziato come luogo in cui condividere interessi comuni. Google aveva lanciato il suo social con grandi aspirazioni, ma senza uno scopi ben definiti per gli utenti; e senza un chiaro piano per differenziare il servizio da Facebook. Ora, molto tardivamente, sta cercando di porvi rimedio. Le interviste con più di una dozzina di addetti, manager e analisti Google negli ultimi mesi, molti parlando a condizione di anonimato per timore di ritorsioni, dipingono il colosso nel periodo 2010/2011 come sempre più timoroso di Facebook, che strappava utenti, dipendenti e inserzionisti. Google ha cercato di mobilitarsi rapidamente, ma con tutta la goffaggine di un gigante che cercava di ballare con uno più giovane e agile.

Secondo alcuni dipendenti, quindi, Google+ sarebbe stato concepito per risolvere i problemi di Google, invece di offrire una piattaforma facile da usare per interagire con gli altri: a Mountain View avrebbero infatti realizzato un tool in grado di connettere insieme tutti i servizi offerti dall'azienda, senza però mettere in piedi una vera esperienza social come quella di Facebook o LinkedIn
La mossa odierna è l'indicazione più chiara che Google sta abbandonando il suo progetto imperioso di cercare di spingere tutti nel mondo ad usare il suo social network. Google all'inizio di quest'anno ha iniziato a girare su caratteristiche più popolari del servizio, come il potenziamento delle foto e dei luoghi di ritrovo. Ciò che rimane deve essere ri-lavorato (o imperniato, come ha detto Bradley Horowitz nel suo ultimo post del blog) per trovare un kernel salvabile di una esperienza sociale che potrebbe ancora essere costruita, fino a fare appello ad un vasto pubblico.

La lenta discesa di Google+ getta luce su come una società ad alta tecnologia prova, e spesso non riesce a innovare quando si sente minacciata. Facebook è ora più grande che mai, con 1,4 miliardi di utenti e una capitalizzazione di mercato che vale oltre la metà di Google. Continua ad assumere ex dipendenti di Google. Facebook e Twitter stanno anche lentamente intaccando il dominio di Google nei ricavi negli annunci pubblicitari. Il progetto Google+ ha portato a nuovi servizi e ha creato un'identità utente più coerente che continua a beneficiare di Google, ma il social network non si mai veramente buttato indietro i rivali esistenti: un identità senza soluzione di continuità e senza un'altra destinazione per consumare cose: il "fallimento" di Google+ sarebbe stato dettato dal suo voler assomigliare troppo a Facebook, arrivando tardi su un mercato ampiamente saturato dalla creatura di Mark Zuckerberg, data anche come spauracchio all'epoca dello sviluppo di Google+, mantenuto in gran segreto all'interno della stessa azienda guidata da Larry Page. Stesso problema anche per l'attenzione nei confronti del settore mobile, aumentata con colpevole ritardo rispetto a Facebook..
Kent Walker, consigliere generale di Google, è stato ancora più schietto nelle sue osservazioni circa Google+ durante un incontro con imprenditori e le autorità di regolamentazione antitrust in Germania questo mese di marzo. Ha fatto riferimento alla rete sociale, come parte di un "lungo elenco di prodotti di Google, dolorosamente senza successo." E alla fine, anche Vic Gundotra, è andato via dalla società, ritrovatasi senza un piano di successione vero e proprio.



 

17/09/15

Notizie false, furti di identità, insulti: Le menzogne del web


Diffusione di notizie false, furti di identità, insulti come pratica diffusa. La Critica alla Rete con il rimpianto dell' autorità perduta del giornalismo

C' era un tempo in cui le informazioni, una volta assemblate e elaborate, erano spacciate come veritiere. I certiticatori che garantivano la loro esattezza erano inseriti in un dispositivo che prevedeva una verifica della loro fondatezza e la conseguente possibilita di una revisione. I giornalisti le producevano in base a un decalogo di regole che avevano, nelle gerarchie esistenti nei media, un fattore di controllo. La catena gerarchica era composta da caporedattori, direttori e financo l’editore poteva intervenire' per modificare quanto scritto o filmato. Nei manuali di storia del giornalismo sono stati spesi fiumi di inchiostro sugli strumenti di autogovemo dei media e sull'esistenza di leggi che garantivano il pubblico attraverso un sistema di norme e sanzioni - le querele per diffamazione, la richiesta di rettifica, l’indennizzo - 2 fattori, tutti, finalizzati alla correttezza e alla veridicità dell'informazione stampata, trasmessa in tv o per radio. Anche la tensione tra verità e veridicità svolgeva un ruolo non indifferente per garantire l'informazione da manipolazioni, esplicitando cosi il dubbio sull'oggettività e neutralità della informazione diffusa. L’autogoverno dei media garantiva inoltre l’esercizio del controllo sui poteri vigenti nelle società.
L’ospite inatteso
Questa "fabula", per quanto contestata e criticata, ha legittimato i media quali strumenti indispensabili nella produzione dell’opinione pubblica. Con la Rete, tutto ciò é andato in frantumi. Ogni uomo e donna possessore di un computer connesso al web diventava potenzialmente un produttore di informazione. L’autorità dei giornalisti ne é risultata ridimensionata, tanto più se in Rete giornali, tv e radio potevano essere messi in discussione e contestati. Il web poteva diventare il medium che esercitava il controllo sui cinque poteri vigenti, compresa la critica ai media mainstream. Anche in questo caso, un’altra favola si é imposta nella discussione pubblica: il <<potere della folla» garantiva forme di correzione e modifica in tempo reale dell’ informazione prodotta on-line.
ll potere autoregolativo della folla si é però rivelato fallace. Molti i casi di informazioni inventate e false diffuse; tantissimi gli episodi di imprese e governi nazionali che hanno assoldato “mercenari" per compilare voci parziali per Wikipedia, l’esempio più noto del potere della folla in Rete. Impossibile tenere il conto dei furti e delle false identità che caratterizzano il flusso informative on-line. Ricorrenti sono gli insulti e le notizie false su questo o quel personaggio pubblico e talvolta famoso. Rispetto al <<lato oscuro>> del cyberspazio va ripristinata una forma di autorità che certifichi la correttezza delle informazioni. Ne è convinto Charles Seife, autore del volume Le menzogne del web, pubblicato da Bollati Boringhieri (pp. 239, euro 22).
Seife ha una formazione scientifica - é laureato in matematica -, ma ha scelto come professione il giornalismo, arrivando a insegnare giomalismo alla New
York University. Nel suo lavoro di redattore e divulgatore scientifico si é misurato con la tendenza a spettacolarizzare l'lnformazione scientifica, intervenendo spesso contro l’enfasi data ad alcune notizie riguardanti ricerche scientifiche che di rivoluzionario poco avevano, anche se erano ‘spacciate come risolutive per la cura di questa o quella patologia; o come un sovvertimento radicale delle conoscenze finora acquisite in biologia, lisica, chimica.
ll punto di forza delle sue argomentazioni é sempre stato la necessita di riaffermazione delle capacità autoregolative della professione giornalistica come condizione per le necessarie verifiche delle notizie diffuse. Dunque controllo sulle fonti, esercizio del dubbio, messa a confronto di punti di vista e interpretazioni divergenti. E dunque espressione di quella <<cultura>> giomalistica che nel mondo anglosassone vede nei media gli strumenti di una informazione oggettiva della realtà. Comprensibile, dunque, la sua diffidenza nei confronti del flusso disordinato e caotico di informazioni e contenuti della Rete. In questo libro affronta alcuni temi <<forti>> :
Il potere della folla, in primo luogo.
Seife non disconosce le possibilita di una <<democratizzazione>> dei media derivante dal passaggio del pubblico da essere consumatore passivo a produttore attivo di informazione. Anzi, ritiene questa chance come un segnale di vitalità del mondo dei media. Ciò che propone tuttavia è il ripristino dell'intermediazione - il giornalista tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica.
I casi che cita di menzogne e falsità veicolati della rete sono noti. Così come sono note le operazioni compiute dalle imprese per ricostruire un'immagine immacolata dei loro prodotti, politiche aziendali o per veicolare informazioni dannose su un concorrente. Non mancano le false recensioni pubblicate su Amazon scritte dagli stessi autori di libri. L'analisi però diventa prudente quando si tratta di analizzare i tentativi di controllo e di disinformazione compiuti da questo e quel governo. Dunque, un problema troppo grande per essere liquidato ripristinando l'autorità perduta dei giornalisti..


B. Vecchi (ilmanifesto)



10/07/15

Bowie sulla rete


BOWIENET
Il sito ufficiale di David Bowie, ma anche provider per gli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna. E' possibile abbonarsi con carta di credito, ma una parte dei servizi è comunque disponibile per tutti.

BOWIEART
Sito ufficiale che raccoglie i lavori artistici di Bowie.

TONY VISCONTI
Il sito del produttore di Heathen, della trilogia berlinese e di Scary Monsters, ricchissimo di dettagli per ogni incisione.

MIKE GARSON'S NOW! MUSIC NETWORK
Il pianista, da lungo tempo collaboratore di Bowie, racconta il suo modo di comporre. Il sito contiene musica, spartiti e approfondimenti.

ENOWEB
Sito non ufficiale su Brian Eno, i suoi progetti, la musica, foto, testi.

MICK ROCK SITE
Il famosissimo fotografo che ha immortalato la nascita di Ziggy.
Sul suo sito, la collezione delle immagini che lo hanno reso famoso.


PHILIPPE AULIAC
Tele-operatore, fotografo e grande fan di Bowie, il sito è una raccolta di immagini su Bowie dal vivo e di molti altri artisti.

REEVES GABRELS
L'ultimo chitarrista di Bowie, co-fondatore dei Tin Machine e collaboratore continuativamente dal 1987 al 2000. La sua chitarra è stata una  componente essenziale delle sonorità di Bowie degli ultimi album: in 1.Outside (1995), Earthling (1997) e 'Hours...' (1999). In pianta stabile dal vivo anche con i Cure.


...E se volete, a questo indirizzo potete scaricare la completa discografia di Bowie, dal primo disco 1966, fino a The Next Day. Inclusi ci sono i due dischi dei Tin Machine..




GLI ALTRI SITI DEDICATI A DAVID BOWIE 

TEENAGE WILDLIFE
Il sito di Evan Torrie è il più completo archivio di informazioni su Bowie. Notizie sempre aggiornatissime.

BOWIE WONDERWORLD
Il sito inglese è uno dei più aggiornati sulle notizie in UK e nel mondo.

BASSMAN'S DAVID BOWIE PAGE
Un archivio molto completo su articoli, interviste, discografia, concerti, etc.

ILLUSTRATED DB DISCOGRAPHY
Discografia completa ufficiale e non. 

BOWIE GOLDEN YEARS
Tutto quello che avreste voluto sapere della carriera di David Bowie dal 1974 al 1980.

THE ZIGGY STARDUST COMPANION
Dedicato a Ziggy Stardust: una dettagliata guida on-line sull' album, sulle canzoni, e su uno dei periodi più importanti della carriera di David Bowie

A CYBERSPACE ODDITY
Discografia, message Board, testi e MP3 rarissimi.

MAN OF MUSIC
Tutte le novità francesi su Bowie e tanto altro.

THE YOUNG AMERICAN
Un sito dedicato al 1974, molto ricco di informazioni

GREAT RESPECT FOR DAVID BOWIE
Sito giapponese dedicato alla cover band "The Locutus" con brani della band in formato mp3.

LIFE ON MARS
Sito italiano con news, foto, discografia, notizie biografiche, curiosità, notizie sui film, gli spettacoli teatrali e le apparizioni televisive,articoli, recensioni ed interviste apparsi sulla stampa estera, tradotti in italiano.

REPETITION*BOWIE
Il sito italiano, tributo a David Bowie, che promuove un progetto di cd virtuale, con cover di Bowie, al quale hanno partecipato band indipendenti e fans. Splendidi desktop e icone da scaricare e un guestbook da firmare dopo la vostra visita.




23/03/15

R.A.C.H.E, il gioiello cyberpunk italiano

Che cos'è R.A.C.H.E. ? Esattamente 10 anni fa, Mariano Equizzi realizzava questo progetto cinematografico basato sui romanzi di Valerio Evangelisti, e l'originalità dell'operazione sta proprio nel fatto di offrire le sensazioni che scaturiscono dalla lettura dei libri di Evangelisti; RACHE è un opera radicale, e se non si conosce l’opera di Evangelisti, i riferimenti continui soprattutto alla saga di Eymerich, in particolare al racconto "O Gorica tu sei maledetta" e a una delle storie intermedie de "Le catene di Eymerich", magari non è semplice seguirne un filo. Molti i riferimenti anche a PK Dick.

Un'organizzazione terroristica internazionale nata dalle ceneri del Reich; un conglomerato bancario-corporativo con loschi interessi economici nelle regioni depresse ai margini del mercato occidentale; una chiesa eretica la cui missione nasconde oscuri fini di evangelizzazione... Questi sono i tre volti della R.A.C.H.E, una storia fatta di esperimenti genetici, ossessioni naziste e follia pura.
La storia ha radici negli esperimenti genetici di epoca nazista, e da quell'orribile esperienza prende vita un'organizzazione segreta chiamata R.A.C.H.E., destinata a impadronirsi di una larga porzione dell'Europa orientale; ma nel corso della battaglia per il possesso della spettrale città di Gorica, i soldati mostruosi di cui la R.A.C.H.E. si serve, i poliploidi sfuggono al controllo: è solo un preludio per un'apocalisse di orrore e distruzione. Evangelisti's RACHE è un affresco cospirativo sull'origine e le conseguenze della genetica sperimentale nazista. Alcuni dei personaggi indicati sono reali: Jakob Graf ha davvero scritto il testo fondamentale del sistema razziale nazista.

Piccolo gioiello italiano del cyberpunk, il film arriva solo oggi sul web, dopo aver riscosso numerosi premi e importanti riconoscimenti internazionali (incluso un premio presso un festival giapponese) sarà un lungometraggio vero e proprio, prodotto da una collaborazione internazionale e destinato al circuito delle sale, e avrà per titolo definitivo RACHE. - La Genesi: finalmente un opera di Valerio Evangelisti, uno scrittore che amiamo particolarmente e a cui abbiamo dedicato più di un post, tradotta sul grande schermo, dopo la riduzione di alcuni romanzi per la radio, la trasposizione a fumetti fino alla produzione di un videogioco. Mariano Equizzi ha spiegato che il ritardo con cui RACHE arriva al grande pubblico è dovuto alle sue tematiche, molto in anticipo sui tempi. Poi, l’ISIS, l’Ucraina, Ebola: a distanza di decenni, è davvero difficile non fare un collegamento con i video dei terroristi, le notizie crude, cruente e spettacolarizzate, con l'orrore degli attentati che stiamo vivendo in questi giorni. C'è da dire che la letteratura di Valerio Evangelisti non è molto amata dal mainstream italiano, per la sua radicalità e per la collocazione le scelte politiche di fondo chiare che Valerio non ha mai nascosto. Ben supportato da una colonna sonora industrial e dalle musiche di Paolo Bigazzi

Evangelisti’s RACHE, dura solo 37 minuti, è stato girato interamente a Trieste, tecnicamente con la stessa tecnologia usata in 28 Giorni Dopo. Siamo convinti che sia un film da vedere più volte, e che valga la pena di farlo conoscere, pubblicizzarlo, diffonderlo in questo deserto culturale e cinematografico in cui versa in nostro paese, grazie a decenni di.. "brizzi martani parenti muccini zaloni, zelig.."

Dal sito www.rache.company è possibile vedere il trailer e acquistare, per soli 99 centesimi, la visione in streaming del film. 2 Euro per il download e averlo nella propria videoteca.





12/02/15

Rapid Share, bye

Alzi la mano chi non conosce Rapidshare, e chi almeno una volta non ha raggiunto questo sito e cliccato su un link per scaricare il suo disco del momento. Il glorioso sito di file-sharing, uno dei più popolari, chiuderà definitivamente a marzo. La decisione, con il relativo annuncio, arriva dopo un periodo di forte declino per la piattaforma, che ha licenziato i tre quarti del suo personale nel 2013.
Ha adottato misure anti-pirateria dopo le critiche e le accuse per violazione del copyright e ha successivamente demolito il suo servizio gratuito. Questo grazie anche ai continui blitz delle autorità per la "salvaguardia dei diritti d'autore".
Secondo un esperto, gli utenti hanno abbandonando il sito da allora, il che significa che non era più un'attività redditizia.
Il sito con sede in Svizzera, ha messo in guardia gli utenti: tutti gli account saranno eliminati entro 31 marzo di quest'anno, quindi invita alla rimozione e alla protezione dei propri dati.

Un tempo RapidShare era considerato tra i primi tre siti di filesharing, insieme a Megavideo.com e Megaupload.com, che avrebbero fruttato ai proprietari oltre 21 miliardi di visite.
"E 'chiaro che Rapidshare ha perso la maggior parte dei suoi utenti negli ultimi anni, dopo aver implementato una serie di misure anti-pirateria. Questo esodo dei visitatori ha portato a un forte calo dei ricavi", ha detto il responsabile del sito TorrentFreak, Ernesto van der Sar.
"La chiusura annunciata suggerisce che non era più praticabile per Rapidshare offrire i propri servizi in forma attuale."

Le battaglie legali
Rapidshare, che fu aperto nel 2002, è uno dei molti siti simili che hanno dovuto affrontare difficoltà di ordine giuridico in questi ultimi anni. Tuttavia, a differenza di altri, ha vinto almeno parzialmente una battaglia in tribunale.
Infatti, un tribunale tedesco ha stabilito nel 2012 che Rapid ha operato legalmente nel paese e ha detto che non era tenuta a monitorare i file caricati dagli utenti. Ma è stato imposto di monitorare link di file protetti da copyright presenti sulla sua piattaforma e riconducibili ad altri siti e garantire che i file non fossero accessibili.
La sentenza ha portato ad una serie di misure da parte dei responsabili di Rapid Share in grado di affrontare in modo proattivo la pirateria online.
In pochi mesi, però, sono sorti i primi problemi.

Nel novembre 2012, ha introdotto un limite su quanto gli utenti potevano condividere. E, meno di due anni dopo, ha chiuso del tutto la sua versione gratuita . Che ha portato al licenziamento definitivo nel maggio 2013 di 45 dei suoi 60 dipendenti.
Ora, il triste epilogo..

 

07/02/15

L’aura libertaria e felicemente anarchica di Silk Road

SILK ROAD, la Via della Seta
Si tratta di un sito, un “servizio” del under- (o deep-) web dove, perfettamente anonimizzati da appositi dispositivi non difficili da utilizzare, migliaia di utenti ogni giorno sono liberi di scegliere quale stupefacente acquistare: molecole innumerevoli (MDA, GHB, 2-CB, DXM, LSD), oppio, eroina, hashish di qualità (direttamente dai monti del Rif, con tanto di storia e precisa localizzazione della produzione), funghi o smartdrugs come quella salvia che si vendeva in certi negozi italiani non molto tempo fa. E chi più ne ha più ne metta. Quello che prospetta Silk Road, nel suo mondo parallelo ma non troppo, è una drastica trasformazione dei modi di produzione, distribuzione e consumo delle sostanze psicotrope in uno scenario post-criminale, trasparente, sorvegliato, dove la metanfetamina occupa lo stesso spazio sociale della benzodiazepina, dove farsi una canna o un dose di lexotan corrispondono a un’identica scelta individuale, senza restrizioni di carattere penale, morale, o altro.

Dopo più di due anni di vita, Silk Road è stato chiuso e messo sotto sequestro dall’FBI. La notizia ha fatto il giro del mondo, come quella che il sito ha riaperto dopo solo mese dalla chiusura! Il traffico del mercato virtuale della droga negli ultimi mesi aveva subito un’impennata impressionante. Si parla di un volume di affari intorno al milione e novecento mila dollari al mese. Prima della chiusura, decine di produttori offrivano merce di qualità, testata chimicamente, a prezzi bassi, commentata dai feedback degli utenti che frequentavano il sito e, proprio come su Amazon o eBay, discutevano della qualità e quantità del prodotto, della rapidità della consegna, dell’accuratezza dell’impacchettamento, eccetera. Ross Ulbricht, il "presunto" boss di Silk Road, ventottenne dal volto pulito, è stato arrestato in un biblioteca pubblica di San Francisco. Su quanti soldi si sia messo in tasca facendo circolare bitcoin (moneta virtuale che veniva usata per le transazioni), ancora non si sa nulla di preciso. Quello che sappiamo è che nelle sue parole, e in quelle degli utenti del sito, Silk Road nasce, come tutte le grandi “devianze” del web, permeato di un’aura libertaria e felicemente anarchica.

“We are like a little seed in a big jungle that has just broken the surface of the forest floor,” ha dichiarato in un’intervista anonima (dove si pensa utilizzasse lo pseudonimo Dread Pirate Roberts – dal nome del personaggio della Principessa sposa di William Goldman) pubblicata da Forbes appena pochi mesi prima del suo arresto. Nella “visione” di Dread Pirate Roberts non ci sarà posto per un Walter White e la sua folle smania di potere conquistato lottando all’ultimo sangue contro efferati assassini. Nella “visione” di Dread Pirate Roberts, e dei molti (ex-) utenti di Silk Road, si compie la clausola antiproibizionista implicita in ogni pensiero liberale che si voglia fedele alle proprie premesse: ognuno è padrone del proprio destino, e in particolare del destino del proprio corpo, nella misura in cui questo non diventi lesivo dei diritti e della autonomia degli altri. “I don’t think anyone can comprehend the magnitude of the revolution we are in.” aggiunge nell’intervista, “I think it will be looked back on as an epoch in the evolution of mankind.” Sulla base di queste premesse liberali/libertarie, Silk Road aveva gradualmente ripulito il proprio ambiente dei prodotti più contradditori, armi in primis, che col favore dell’anonimato proliferavano nel sito al momento della sua nascita.

Non ci vuole immensa cultura storica né eccessiva onestà intellettuale per riconoscere che i confini del legale e dell’illegale, quando si parla di droghe, sono in ottima parte culturalmente specifici, legati a tradizioni, morali correnti o a determinati assetti produttivi. Alcol sì, cocaina no. Psicofarmaci sì, marjuana no. Non si tratta neppure di distinguere tra usi e finalità. Certe droghe passano e altre no, indipendentemente dal loro grado di dannosità individuale e sociale, ma la topografia della legalità è variabile. Che Silk Road sia nato, e cresciuto in maniera esponenziale, non è dunque un caso. E probabilmente ha ragione Ulbricht: Silk Road è sintomo di una rivoluzione della mentalità che le forze della conservazione avranno molti problemi ad arginare in futuro.

A proposito di droghe
Il filosofo tedesco Christoph Türcke, in un lungo capitolo di un suo libro pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri (“La società eccitata”), ha interpretato la vita contemporanea sotto il segno della “tossicodipendenza”. Facendo slittare il significato del termine dall’ambito farmacologico a quello sociale, e avvalendosi di studi neurofisiologici e psicanalitici, lo studioso ha dimostrato come di fronte a un endemico male di esistere (sintetizzo brutalmente), la mente umana si è raccolta intorno al principio rassicurante e strutturante della tossicodipendenza. Non è per forza una prospettiva moralista. È un mutazione neurofisiologica e culturale su cui il filosofo ci invita a riflettere.
minimo&moralia

Ulbricht non sarà mai famoso come Zuckemberg (Facebook) o Page & Brin (Google), ma  la sua utopia non è affatto fuori dal mondo. Silk Road ha già riaperto, in nuove forme: già esistevano dei “competitor” e non pare assurdo prevedere che grazie a essi, un giorno o l’altro, gli interdetti sullo spaccio di certe sostanze smetteranno di alimentare la criminalità (più o meno integrata nelle istituzioni) e quelle che oggi chiamiamo droghe prenderanno la strada di qualsiasi altro prodotto commerciale, proprio come le “droghe” che si trasportavano lungo "la via della seta".

"Il vero Dread Pirate Roberts è là fuori"
La giuria del tribunale di Manhattan ha emesso il suo giudizio: Ross Ulbricht è stato condannato per essere il Dread Pirate Roberts, mastermind segreto di Silk Road. A meno di un mese dopo l'inizio del suo processo  Ulbricht, 30 anni  è stato condannato per tutti e sette i crimini di cui era accusato, tra cui spaccio di stupefacenti, riciclaggio di denaro sporco e di cospirazione, un'accusa di solito riservata a mafiosi e a capi dei cartelli della droga. Solo 3 ore  e mezza, per il verdetto. Ulbricht deve affrontare un minimo di 30 anni di carcere, il massimo è l'ergastolo. I legali di Ulbricht  faranno appello e si sono trincerati dietro l' errore giudiziario e contro le decisioni del giudice che ha condotto il processo, non in modo equo secondo gli avvocati.

 "Ross è un eroe!" I sostenitori di Ulbricht si sono fatti sentire alla lettura della sentenza. L'FBI dichiara che le prove a carico dell'imputato erano schiaccianti già dalle prime udienze preliminari: quando è stato arrestato nella sezione fantascienza di una biblioteca pubblica di San Francisco nel mese di ottobre del 2013,  era chino sulla tastiera del suo portatile: nel disco rigido sequestrato, gli investigatori hanno trovato un diario, diario di bordo giornaliero, e migliaia di pagine con registri privati e conversazioni in chat che raccontato la creazione e la progettazione, giorno per giorno di Silk Road. Tale prova è stata confutata da un amico di college di Ulbricht, che ha testimoniato al processo dichiarando che il giovane texano gli aveva confessato la creazione del sito. Oltre, frugando nel cestino della sua camera da letto sono state trovate note sgualcite che lo indicano come mastermind di Silk Road. Mah.. Il verdetto di colpevolezza di Ulbricht è stato ulteriormente confermato dall'analisi di un ex agente dell'FBI che ha fatto risalire al portafoglio bitcoin di Ulbricht  13,4 milioni dollari, frutto del mercato nero svolto sui server di Silk Road in Islanda e Pennsylvania .Il team della difesa ha rapidamente ammesso che Ulbricht aveva creato il sito, sostenendo però che si trattava solo di un "esperimento economico," lasciando poi ad altri che hanno sviluppato e fatto crescere la piattaforma, che ha avuto il suo apice come mercato di scambio della droga solo verso la fine del 2013. Gli operatori presunti del sito , tra cui il "vero" Dread Pirate Roberts, avevano inquadrato Ulbricht come capro epiatorio, definendolo "il ragazzo perfetto." Ulbricht sarà comunque ricordato non solo per la sua condanna, ma anche per aver inaugurato una nuova era per quanto riguarda il mercato nero. I principali siti web dove si possono comprare stupefacenti (come Agora e Evolution) offrono oggi più narcotici di quanti Silk Road abbia mai fatto,eludendo la repressione delle forze dell'ordine e i loro concorrenti. Individuare e perseguire gli operatori nei nuovi luoghi come è stato fatto per Ulbricht, probabilmente richiederà le stesse intense, e pluriennali indagini da parte delle agenzie a tre lettere.
Se i federali vogliono trovare gli amministratori della prossima generazione di deep-web, non aspettatevi che i nuovi signori della droga online lascino i loro computer portatili in giro o che possano essere sequestrati su un banco di una biblioteca pubblica. I nuovi Dread Pirate Roberts hanno sicuramente seguito il processo  Ulbricht e hanno altrettanto sicuramente imparato dai suoi errori. E il prossimo verdetto di colpevolezza potrebbe essere non così facile...

Free Ross Ulbricht
Il governo federale sostiene che Ross Ulbricht ha creato e gestito il mercato online anonimo di Silk Road, sotto lo pseudonimo di Dread Pirate Roberts (DPR). Anche se le forze dell'ordine dopo aver arrestato Ross, hanno chiuso il sito Silk Road il 2 ottobre con DPR pubblicato sul forum del sito, questo era di nuovo installato e funzionante di dopo meno di un mese.

Per sua stessa ammissione, l'FBI non ha alcuna documentazione di come ha trovato il server di Silk, che contiene la maggior parte delle loro prove. Senza la documentazione legale non vi è alcuna garanzia che questo sia valido o addirittura che non sia stato fabbricato. La spiegazione di come l'FBI ha trovato il server è stato ampiamente screditato da esperti tecnici e di sicurezza, che l'hanno definita primo "in contrasto con la realtà"; secondo,  "impossibile"; e un altro ancora "una menzogna senza senso".

Ross è stato chiamato in giudizio a New York su un atto d'accusa sostitutiva. Si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse: traffico di stupefacenti; pirateria informatica; riciclaggio di denaro; costituzione di un'impresa criminale; e cospirazione per il traffico di ID fraudolenti. Il governo non cita vittime per nessuno di questi presunti reati o per altre accuse. La famiglia e gli amici di Ross sono convinti che è falsamente accusato e totalmente innocente rispetto le accuse.

Anche se inizialmente sospettato di aver pianificato sei omicidi, Ross non è mai stato incriminato a New York. Nonostante questo, il pubblico ministero ha accusato di omicidio-a distanza, accusa che ha argomentato per la cauzione, sostenendo che Ross, che non ha mai avuto accuse o condanne per violenza, sia pericoloso. Inoltre, non c'è nessuna vittima che possa essere citata a sostegno di questa tesi . L'"affidavit" dell'FBI afferma che non vi è alcuna traccia di alcun omicidio vero e proprio.

(Nota: L'omicidio-a -distanza è un accusa ora usata come surplusage, ed è un "crimine senza carica e non richiede PROVA. La difesa ha chiesto.. la sua rimozione,
come pregiudiziale e irrilevante per le accuse, ma il giudice ha negato la richiesta).

Questo caso si apre un nuovo territorio legale. Si creerà un precedente per il 21 ° secolo e aprirà la strada a nuove leggi e a interpretazioni che potranno influire sul futuro e sulla libertà di Internet. Una cattiva legge che potrebbe essere presto inaugurata e con cui saremo costretti a convivere.

Come ha detto l'avvocato Scott Greenfield in merito a questo caso: <<Questa è la nascita del diritto applicato al nostro futuro digitale
Se Ulbricht sarà definitivamente condannato, si aprirà la porta alla censura e all'erosione delle libertà su Internet. Secondo la legge attuale, gli host dei siti web non sono ritenuti responsabili in cause civili per le azioni illegali sui loro siti. Questo caso potrebbe costituire un precedente e aprire la porta alla responsabilità penale per gli host del web.
 I diritti costituzionali dei
cittadini statunitensi sono violati con accuse vaghe che non citano reati specifici, una violazione del quinto e sesto Emendamento della Costituzione degli USA. Inoltre, i diritti difesi dal  quarto emendamento sono stati violati con warrants illegali e con perquisizioni e sequestri privi di ogni mandato. Se il governo può applicare erroneamente la legge contro Ulbricht può farlo a ciascuno di noi.
 Nei suoi documenti, il governo equipara il desiderio di privacy (l'uso di Tor per esempio) all' intento criminale.
 Questo caso rappresenta la prima sfida e il tentativo del governo di ampliare lo statuto antiriciclaggio alla moneta digitale.
http://freeross.org/category/documents/ per ulteriori nfo


30/01/15

Il futuro è arrivato, ma..


Ogni giorno siamo sempre più connessi. Il web permea ogni secondo della nostra vita; ce ne accorgiamo quando infiliamo lo smartphone nella nostra tasca, quando siamo in metropolitana, in strada, al cinema, persino a letto.

Questa progressiva evoluzione del nostro modo di comunicare e connetterci con altre persone, aziende e servizi non è una prerogativa dei Paesi occidentali ma riguarda praticamente tutto il mondo. We Are Social ha pubblicato una interessante ricerca di 183 slide che evidenzia in modo chiaro che oggi il 35% della popolazione mondiale è connessa a Internet, e che il 26% degli abitanti del pianeta ha almeno un account su un social network. Facebook è quello più utilizzato nel mondo (ma non in Cina), e la penetrazione delle connessioni mobile raggiunge il 93% della popolazione mondiale.

Ciò che manca nell’enorme quantità di dati messi a disposizione in questa ricerca è un summary che interpreti i trend evolutivi per il 2014. Un primo dato interessante riguarda l’ecosistema dei social media.




Social, Digital & Mobile Around The World (January 2014) 


Facebook è il social network più utilizzato, con oltre un miliardo di utenti attivi; la loro distribuzione, tuttavia, non è uniforme in tutto il globo e risente in primo luogo dei confini di natura politica e linguistica posti dalla Cina, che privilegia QQ e Qzone. Un altro dato particolarmente interessante è la crescita esponenziale di WhatsApp, che si è affermato come il sistema di messaggistica più diffuso al mondo, superando la stessa chat di Facebook.

Già Manuel Castells, nel suo libro Comunicazione e potere, afferma come la disponibilità di reti mobili a banda larga possa essere oggi interpretata come il riflesso tecnologico dell’evoluzione socioeconomica di un Paese; se questa tocca una punta del 72% in Nord America, essa si ferma al 7% in Africa e crolla addirittura al 4% nelle regioni più meridonali dell’Asia.
La ricerca evidenzia poi la penetrazione di internet per ogni Paese, e l’Italia non ci fa una bella figura: il nostro 58% ci posiziona infatti alle spalle della Polonia. Per quanto riguarda il tempo speso su internet, i dati evidenziano la crescita progressiva delle connessioni effettuate da smartphone e tablet a discapito delle modalità di accesso tradizionale effettuate attraverso computer fisso; si tratta di un dato che continuerà a crescere in modo molto importante anche quest’anno.


Per quanto riguarda la penetrazione dei social media nei vari Paesi, in Italia gli utenti attivi sui social media sono il 42% della popolazione, e ogni giorno ciascuno di noi spende in media 2 ore e mezza sui social.
L’Italia è da sempre considerata la nazione con più smartphone che abitanti; in effetti la penetrazione dei dispositivi mobile arriva al 158%: è un dato che ci fa primeggiare rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo: solo gli Emirati Arabi Uniti (252%) e la Russia (184%) fanno meglio di noi. La ricerca passa in rassegna i principali dati sull’utilizzo di internet, dei social media e del mobile nei maggiori Paesi del mondo, e nel report viene dato spazio anche all’Italia.

Per quanto riguarda il nostro Paese, internet raggiunge oggi il 58% della popolazione, pari a 35 milioni e mezzo di italiani. Il 42% degli italiani sono su Facebook, e per quanto riguarda il mobile abbiamo più di 97 milioni di SIM attive.

Un dato destinato a crescere ulteriormente nel corso di quest’anno, riguarda il tempo speso su internet dagli utenti. Gli internauti del nostro Paese dedicano in media 4 ore e 42 minuti alla navigazione online attraverso un computer tradizionale (desktop o laptop). Il 46% della popolazione utilizza internet in mobilità, dedicandovi mediamente due ore al giorno. Inoltre, il 54% degli italiani utilizzano i social media e vi dedicano due ore e mezza al giorno.

Il 47% degli utenti dei social media utilizza regolarmente le app installate sul proprio smartphone per visualizzare, produrre e convididere contenuti social. E il 16% degli utenti mobile accede a servizi e piattaforme geolocalizzate.

Il social network più utilizzato è Facebook (83% di account sul totale degli utenti internet italiani, di cui il 49% attivi nell’ultimo mese), seguito a grande distanza da Google+ (solo il 16% di utenti attivi su questo social) e da Twitter (15% di utenti attivi). In questo computo si evidenzia la grande crescita di Instagram come social media privilegiato per la produzione e la condivisione di contenuti fotografici attraverso lo smarphone: ha un accunt su Instagram il 17% degli utenti internet italiani, e quasi la metà degli Instagrammers utilizza attivamente questa applicazione). L’ultimo dato evidenziato per l’Italia riguarda l’utilizzo degli smartphone: il 41% degli italiani ne è dotato. Il 92% degli utenti mobile cerca informazioni geolocalizzate con il proprio telefonino, e l’84% di loro, in particolare, utilizza lo smartphone per cercare informazioni su prodotti e servizi specifici.




24/01/15

Copyright: il rapporto Reda, la pirata

Noi tifiamo per lei..

UNIRE L'EUROPA sotto la bandiera del libero link e sprigionare la cultura in rete. Ci sta provando una 29enne. "Le vecchie regole, quelle pensate quando ancora non esistevano Youtube e Facebook, stanno frenando la cultura e la conoscenza", dice la pirata all'arrembaggio del copyright europeo. Il suo nome è Julia Reda, tedesca, capelli corti, grandi occhiali e nessun trucco. Giovane ma con alle spalle ben 13 anni di militanza politica, prima nel partito socialdemocratico tedesco (SPD) e poi nel partito pirata. È lei l'unica pirata eletta a Strasburgo. A lei il Parlamento europeo ha affidato il compito di analizzare la vecchia direttiva europea sul copyright datata 2001. Detto fatto. Julia Reda ha appena confezionato e reso pubblica la proposta che il Parlamento metterà ai voti in primavera, in vista della riforma europea sul copyright promessa dalla Commissione Juncker. Reda l'ha fatto a modo suo: tentando un dibattito aperto e bilanciato, rendendo pubbliche tutte le richieste di incontro ricevute dai lobbisti. "Dimostrando - parole sue - che i pirati sono guidati dal buon senso". Sì, ma per arrivare a quale conclusione? Glielo abbiamo chiesto.

IL RAPPORTO REDA (PDF)

Cosa non va nelle norme sul copyright europee oggi?
"Abbiamo una direttiva europea che risale al 2001: il peccato originale è che è stata concepita ben 13 anni fa. L'altra grande debolezza è la mancanza di armonizzazione legislativa tra gli Stati membri. In pratica, chiunque di noi abbia navigato in internet si è imbattuto prima o poi nella scritta: "Questo contenuto non è disponibile nel tuo Paese". 
Una cosa simile, in un mercato comune come il nostro, non dovrebbe accadere. E può essere drasticamente ridotta introducendo una riforma europea del copyright che si applichi direttamente in tutti i Paesi dell'Ue. L'ultima volta che l'Unione ha affrontato la questione a livello normativo, e cioè nel 2001, Youtube e Facebook non esistevano neppure. La gente non girava con degli apparecchi in tasca che le offrivano la possibilità in qualsiasi momento di creare, consumare, remixare e condividere i media. Il risultato? Molti gesti che fanno ormai parte della nostra quotidianità, come postare foto di edifici pubblici sui social oppure condividere il fotogramma di un film che ci è piaciuto, sono illegali in parecchi Stati membri. Mentre noi ci "scambiamo" sempre più cultura, ci vorrebbero nel frattempo gli avvocati esperti di 28 differenti normative sul copyright per dimostrare che non stiamo facendo niente di illegale. E non sono solo gli utenti a venire penalizzati dall'incertezza e dalla frammentazione del diritto. Un esempio? Anche le biblioteche e gli archivi hanno sempre più difficoltà ad assolvere al loro compito, nonostante sia di pubblico interesse: è difficile per loro anche solo determinare quali opere siano vincolate da copyright. E poi le opere digitali come gli ebook spesso vengono considerate dalla legge in modo differente rispetto alle opere materiali come i libri di carta".

Cosa potrebbe cambiare con la bozza che lei ha presentato, e quali azioni concrete si aspetta?
"Io sostengo l'introduzione di una legge sul copyright comune in Europa. Come minimo, le eccezioni alla protezione del copyright devono essere estese in modo standard in tutta l'Unione. Questo perché abbiamo bisogno che le eccezioni coprano gli usi scientifici ed educativi delle opere, bisogna tener conto dei modi in cui oggi le persone fruiscono dei media e interagiscono. Abbiamo bisogno di una legge "future-proof", elastica, che sia in grado di rispondere alle urgenze del futuro, anche quelle che oggi non possiamo neppure immaginare. Altrimenti tra pochi anni ci ritroveremo come ora, con leggi che non reggono più. La mia proposta prevede anche di rafforzare il potere negoziale degli autori nei confronti di editori e intermediari. E che tutti i contenuti prodotti dai governi siano copyright-free".

Da cosa, in questa bozza, si vede la "firma" pirata?
"Molti sono convinti che i pirati vogliano abolire il copyright tout court. Si sbagliano: non è così. Nel mio rapporto non trovate idee radicali, ma aggiornamenti di buon senso. Servono a garantire che il copyright incoraggi la creatività e che intanto consenta anche un ampio accesso alla cultura e all'informazione nell'ecosistema digitale. La "firma" pirata in quel rapporto la trovate nella visione ottimistica delle nuove tecnologie e di come la società può beneficiarne, mentre altre forze politiche ne hanno una visione nefasta e pensano a difendere lo status quo. Ma è una falsa convinzione, quella che se non cambiamo le leggi tutto rimarrà come prima. Internet ha già trasformato radicalmente il nostro approccio a cultura e conoscenza. O le leggi ne tengono conto, o faremo solo un danno ai consumatori, agli artisti, all'economia".


Da una parte le trattative per la liberalizzazione dei commerci con gli Usa, dall'altra la risoluzione approvata da Strasburgo su Google: sono due delle iniziative già in campo che potrebbero avere effetti sulla questione copyright. Come si intreccia la sua proposta con i percorsi già avviati dall'Ue?
"Gli accordi internazionali limitano le possibilità di manovra legislativa, per cui dobbiamo fare attenzione che il TTIP (Trattato transatlantico su commercio e investimenti), CETA (il trattato Ue-Canada) e altri accordi non ci privino della possibilità di fare una riforma sensata del copyright: il rischio, se non interveniamo in tempo, è quello di ritrovarci con le leggi deboli di ieri scritte sulla pietra dura dei trattati di domani. Purtroppo finché i negoziati avvengono in segreto, per la società civile è difficile reagire in tempo. Quanto ai tentativi fatti da Spagna e Germania per imporre una "Google tax" a Google se voleva far comparire le notizie in Google News, quello sforzo è subito fallito quando è diventato evidente quanto quei siti di notizie si avvantaggiassero dal comparire nel motore di ricerca. Mi preoccupa che il commissario Ue per l'economia e la società digitali Günter Oettinger abbia fatto intendere di voler applicare uno schema simile su scala europea: non condivido affatto. La mia posizione è: facciamo pagare ai "giganti" le loro tasse impedendo le scappatoie, invece di farlo limitando la condivisione delle informazioni online".

In Italia un'autorità amministrativa, l'Agcom, con un regolamento sul copyright si è riservata il potere di intervenire bloccando alcuni siti senza che prima ci sia un intervento dell'autorità giudiziaria o che ci sia stata una discussione parlamentare sulla materia. Questo, se la riforma europea venisse approvata, come cambierà?
"Secondo me i blocchi sul web sono una cattiva idea in generale. Lo Stato non dovrebbe stimolare i provider internet a mettere in piedi infrastrutture di tipo censorio, tanto più a stilare liste segrete di siti bloccati e a fare tutto ciò senza supervisione giudiziaria. Ci sono molti casi di siti perfettamente legali che sono finiti in quelle liste. Il fatto che questo approccio sia ancora consentito o no in futuro, dipende dalla specifica legislazione in materia. Quando il commissario Oettinger presenterà la sua proposta di riforma tra qualche mese, considererò di introdurre un emendamento che impedisca questa pratica".

11/01/15

STAND UP FOR THE HEROES

Aleppo
Oggi grande manifestazione a Parigi: la marcia dell’«unità nazionale» in nome di «Charlie» chiama oggi in piazza i cittadini francesi e europei. Certo, insieme alla moltidudine di gente perbene sfileranno presidenti, ministri e teste coronate da tutto il mondo: marciare insieme a Netanyahu? Neanche morto. Insieme agli stessi, ai quei rappresentanti di quell'occidente ipocrita che tace sull’Arabia Sau­dita, che è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo). E allora STAND UP FOR THE HEROES, per la redazione di Charlie Hebdo, per Raef Badawi, per le migliaia di morti in Nigeria e per questa piccola grande ragazza siriana che nella città fantasma di Aleppo ha deciso di dimostrare la sua solidarietà: non nel suo nome, non nel nostro.



(Springsteen al concerto di Parigi a sostegno di Amnesty International)



09/01/15

#Nodiffamazione: sanzioni, rettifiche e rimozioni

Attualmente il disegno di legge di riforma delle norme relative alla diffamazione a mezzo stampa è all’esame della II Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Se il ddl sarà approvato dalla Camera senza emendamenti, rispetto al testo pervenuto dal Senato, diventerà legge. Fra i punti cardine del disegno di legge ci sono le norme che riguardano l’eliminazione del carcere per il giornalista autore della diffamazione, e la sua sostituzione con una pena pecuniaria fino a 50 mila euro, come pure l’obbligo di rettifica in 48 ore per le testate online e la possibilità di chiedere la cancellazione dell’articolo considerato diffamatorio.

Doveva essere una riforma della legge sulla stampa che eliminando la pena del carcere per i giornalisti, liberava l’informazione dal rischio di sanzioni sproporzionate, a tutela dei diritti fondamentali di cronaca e di critica: il testo licenziato al Senato rischia di ottenere l’effetto opposto, rivelandosi come un maldestro tentativo di limitare la libertà di espressione anche sul web.

La legge sulla diffamazione che potrebbe presto essere approvata, prevede in particolare:  

1) sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro che appaiono da un lato inefficaci per i grandi gruppi editoriali e dall’altro potenzialmente devastanti per l’informazione indipendente, in particolare per le piccole testate online. Inoltre viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per le testate digitali caratterizzate da un continuo aggiornamento;

2) un diritto di rettifica immediata e integrale al testo ritenuto lesivo della dignità dall’interessato, senza possibilità di replica o commento né del giornalista né del direttore responsabile, e che invece di una “rettifica”, si configura come un diritto assoluto di replica, assistito da sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza, che prescinde, nei presupposti della richiesta, dalla falsità della notizia o dal carattere diffamatorio dell’informazione;

3) l’introduzione di una sorta di generico diritto all’oblio che consentirebbe indiscriminate richieste di rimozione di informazioni e notizie dal web se ritenute diffamatorie o contenenti dati personali ipoteticamente trattati in violazione di disposizioni di legge. Previsione questa che non appare limitata alle sole testate giornalistiche registrate ma applicabile a qualsiasi fonte informativa, sia essa un sito generico, un blog, un aggregatore di notizie o un motore di ricerca, e che fa riferimento al trattamento illecito dei dati che è concetto dai confini incerti in particolare nell’ambito del diritto di cronaca e critica e che non ha alcuna attinenza col tema della diffamazione.

Più specificamente, la previsione di un assoluto diritto all’oblio, esercitato senza contraddittorio, è destinato a produrre un infinito contenzioso tutte le volte che, di fronte a richieste ingiustificate, il direttore legittimamente decida di non accoglierle. Ma la nuova norma può anche indurre ad accettare la richiesta solo per sottrarsi proprio ad un contenzioso costoso o ingestibile e, soprattutto, può portare alla decisione di non rendere pubbliche notizie per le quali è probabile la richiesta di cancellazione, con un gravissimo effetto di “spontanea” censura preventiva. I rischi non solo per la libertà d’informazione, ma per la stessa democrazia, sono evidenti
Una legge che modifica la normativa sulla stampa al tempo del web deve avere come primo obiettivo la tutela della libertà di espressione e di informazione su ogni medium: e questo non si ottiene prevedendo nuove responsabilità e strumenti di controllo e rimozione, ma estendendo ai nuovi media le garanzie fondamentali previste dalla Costituzione per la stampa tipografica.

La legge sulla diffamazione proposta ha invece il sapore di un inaccettabile “mettetevi in riga”, sotto la minaccia di facili sanzioni, rettifiche e rimozioni, per quei giornalisti coraggiosi, blogger e freelance che difendono il diritto dei cittadini ad essere informati per fare scelte libere e consapevoli.
La mancanza di norme che sanzionino richieste e azioni giudiziarie temerarie o infondate non fa che aggravare un quadro di potenziale pressione sull’informazione che la sola eliminazione del carcere come sanzione non è sufficiente a scongiurare e che anzi con la nuova legge si aggrava. La nuova legge sulla diffamazione è pericolosa per le molte violazioni in essa previste del diritto costituzionale d’informare e di essere informati.

Per questo invitiamo tutti i cittadini ad aderire a questo appello, e chiediamo ai parlamentari di non approvare la legge. Ne va della libertà di tutti.




Per firmare l’appello: http://nodiffamazione.it/firma-lappello




31/10/14

Deep Web, piccolo tour


Una serie di articoli e guide su Dark Net; Deep Web, la rete invisibile e sotterranea; privacy e protezione dei dati; Silk Road; Tor, l'eccezionale browser per scandagliare la Deep Web e comunicare anonimamente on line..


Piccolo Tour nella Deep Wep legale
Di P. Yeung
BrightPlanet, un gruppo specializzato in intelligence del deep web, lo definisce come “qualunque cosa che un motore di ricerca non riesce a trovare.” È perché i motori di ricerca trovano solamente contenuti indicizzati, infatti usano dei software chiamati “crawler” che indicizzano i contenuti rintracciando gli hyperlink visibili online.
Naturalmente, alcuni di questi sono bloccati. Si può fare uso di una rete privata per visualizzare il proprio sito, o semplicemente scegliere di essere esclusi dai risultati di ricerca. In tal caso per visualizzare un sito bisogna sapere l’URL esatto. Questi URL—quelli non indicizzati — sono il deep web. Nonostante sia difficile misurarne la grandezza con precisione, il deep web è senz’altro enorme. Secondo uno studio pubblicato su Journal of Electronic Publishing, “il contenuto del deep web è sconfinato—circa 500 volte più grande di quello visibile attraverso i motori di ricerca.” Non a caso, le reti private utilizzate per accedere al deep web sono milioni.
Nel 2000, gli URL indicizzati da Google erano un miliardo. Nel 2008, mille miliardi. Oggi, nel 2014, molti di più. Ora provate a immaginare quanto è grande il deep web. In altre parole, è come la parte sommersa di un iceberg, poiché comprende il 99 percento dello strumento di comunicazione più grande mai conosciuto dall’uomo: internet.

Lasciando stare questi fatti sconvolgenti, mettiamo in chiaro un paio di cose. Il deep web non è solo un insieme di cose strane, illegali o divertenti. È pieno di database del calibro della National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, di JSTOR, della NASA o dell’Ufficio Brevetti e Marchi. Ci sono anche svariate Intranet — reti interne per compagnie e università — che contengono principalmente informazioni noiose sul personale. Poi c’è un angolino del web sommerso che si chiama Tor, acronimo di The Onion Routing, un progetto servito inizialmente al Naval Research Laboratory degli Stati Uniti per comunicare anonimamente online. E qui entrano in gioco i mercati neri del deep web, come il famoso Silk Road.
In fondo c’è da aspettarselo da una tecnologia che è stata progettata per nascondere l’identità degli utenti. Molto più inusuali sono invece i numerosi blog di fan fiction erotica, i circoli rivoluzionari, i siti di speleologia, gli archivi di Scientology e le risorse per gli amanti di Stravinsky (“48.717 pagine di dissonanza emancipata”). Per avere un’idea migliore di tutti gli aspetti del deep web che non hanno a che fare con droghe e sicari, diamo un’occhiata alle parti meno nascoste, appena sotto la superficie.


08/10/14

Ideologie nella rete

GEOGRAFIE INTELLETTUALI DEL WEB
La battaglia ideologica intorno al Web: dono e relazioni contro commercializzazione dei bit; ottimismo sulla storia digitale contro scettiscismo della ragione. Oltre destra e sinistra senza cancellarle, semmai per.. riscriverle.

PANGLOSSIANI
Nicholas Negroponte: Essere digitali (1996)
Giuseppe Granieri: Blog generation (2005)
Dan Gillmor: We the media. Grassroots Journalism By the People, For the People (2006)
Luca De Biase: Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre (2007)
David Weinberger: Everything ls Miscellaneous: The Power of the New Digital Disorder (2007)
Clay Shirky, Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations (2008)

Tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili per i nuovi Pangloss dell‘era digitale. Hanno capito prima degli altri la portata del passaggio dagli atomi ai bit (Negroponte) e da allora aspettano il “web dell‘avvenire” preparando i comuni mortali al nuovo Avvento. <ll futuro appartiene a coloro che danno per scontato il presente> (Shirky). ll che vuol dire bando al pensiero critico, largo all'esaltazione delle nuove tecnologie e al sogno di un “Rinascimento 2.0” in cui cambia il paradigma culturale e si <ridefiniscono i confini tradizionali, positivistici, delle discipline e si esalta l'umanità> (De Biase). Tra tante illuminazioni l'abbaglio é sempre dietro l'angolo. Chiedere a Dan Gillmor, l‘uomo che ha inventato il “citizen journalism” e più di ogni altro celebrato il giornalismo dal basso. Quando ha lasciato il posto da cronista per mettere in pratica le sue teorie con un sito di informazione partecipata ha scoperto che, si, “il lettore ne sa più noi” (suo celebre slogan) ma non sempre ha voglia di condividere la sua conoscenza.

05/09/14

L’economia della con­di­vi­sione e quella del debito: gli idioti utili della Sili­con Val­ley


Evgeny Morozov, 30.8.2014

Le Monde Diplomatique.

L’economia della condivisione più che un’alternativa ai colossi della Rete è la forma più innovativa dell’industria basata sull’acquisizione e vendita dei dati personali. Una parola d’ordine populista che trova un alleato negli studiosi che denunciano i pericoli allo sviluppo cognitivo rappresentati dalla tecnologia.

Nel bagno con­nesso, lo spaz­zo­lino da denti inte­rat­tivo lan­ciato quest’anno dalla società Oral-B (filiale del gruppo Procter&Gamble) è una star: inte­ra­gi­sce senza fili con il nostro cel­lu­lare men­tre, sullo schermo, un’applicazione segue secondo per secondo le fasi della puli­zia dei denti e indica gli angoli della cavità orale che meri­te­reb­bero mag­giore atten­zione. Abbiamo stro­fi­nato con suf­fi­ciente vigore, pas­sato il filo inter­den­tale, raschiato la lin­gua, risciac­quato il tutto?
Ma c’è di meglio.
Come spiega con fie­rezza il sito che gli è dedi­cato, lo spaz­zo­li­no­con­nesso tra­sforma il gesto di spaz­zo­lare i denti in un insieme di dati che si pos­sono ren­dere in forma di gra­fico o comu­ni­care ai pro­fes­sio­ni­sti del set­tore. Che sarà di que­sti dati, è ancora oggetto di dibat­tito: ne man­ter­remo l’uso esclu­sivo? O saranno cat­tu­rati dai den­ti­sti pro­fes­sio­ni­sti e per­fino ven­duti a com­pa­gnie di assi­cu­ra­zione? Si aggiun­ge­ranno alla mon­ta­gnadi infor­ma­zioni già dispo­ni­bili nel gra­naio di Face­book e Google? L’improvvisa presa di coscienza che i dati per­so­nali regi­strati dal più banale degli elet­tro­do­me­stici dallo spaz­zo­lino elet­trico al fri­go­ri­fero potreb­bero tra­sfor­marsi in oro ha sol­le­vato cri­ti­che alla logica por­tata avanti dai masto­donti della Sili­con Valley.
Que­ste imprese rac­col­gono su grande scala le tracce lasciate dagli inter­nauti sui siti che fre­quen­tano, le siste­mano e le riven­dono a inser­zio­ni­sti o ad altre società. Così gua­da­gnano miliardi di dol­lari, men­tre i frui­tori noi otten­gono sola­mente alcuni ser­vizi gra­tuiti. Da que­sta con­sta­ta­zione nasce una cri­tica biz­zarra, dai con­no­tati popu­li­sti: con­te­stiamo que­sti mono­poli, si sostiene, e sosti­tuia­moli con una mol­ti­tu­dine di pic­coli impren­di­tori. Ognuno di noi, insomma, potrebbe costi­tuire il pro­prio por­ta­fo­glio di dati e trarre van­taggi dalla sua commercializzazione,vendendo ad esem­pio i dati sulla spaz­zo­la­tura dei denti a un pro­dut­tore di den­ti­frici e il pro­prio genoma a un labo­ra­to­rio far­ma­ceu­tico, o rive­lando la pro­pria ubi­ca­zione in cam­bio di uno sconto al risto­rante all’angolo.Voci auto­re­voli, come quella del sag­gi­sta e impren­di­tore Jaron­La­nier o del ricer­ca­tore e infor­ma­tico Alex Sandy Pen­tland, decan­tano que­sto nuovo modello.
Ci viene pro­messo un mondo nel quale la pro­te­zione della vita pri­vata sarebbe comun­que garan­tita: se si con­si­de­rano i dati come una pro­prietà pri­vata, allora un solido arse­nale giu­ri­dico e tec­no­lo­gie ade­guate pos­sono assi­cu­rare che nes­sun sog­getto terzo li tra­fu­ghi. Al tempo stesso si fa bale­nare ai nostri occhi anche un futuro di pro­spe­rità. Gra­zie a quale mira­colo? Quello dell’internet degli oggetti, cioè la pro­li­fe­ra­zione di appa­rec­chi gra­zie ai quali i nostri più pic­coli atti e gesti saranno cen­siti, ana­liz­zati e…monetizzati.Da qual­che parte c’è qual­cuno dispo­sto a pagare per cono­scere il motivo che can­tiamo sotto la doc­cia. Se non si è ancora mani­fe­stato, è solo per­ché nel nostro bagno non ci sono micro­foni col­le­gati a internet.

25/07/14

Pessimismo digitale: Evgeny Morozov

23cultura morozov 20Contro la favola dell’eden digitale

- B. Vecchi, 23.7.2014 -

Codici aperti 
 Il nuovo saggio di Evgeny Morozov tradotto da Mondadori è un j’accuse contro le tesi di chi vede nella Rete la salvezza dell’umanità. Sotto accusa è l’ideologia del «cyberutopismo» in nome di un indiscusso e indiscutibile principio di realtà. La com­parsa del suo nome tra le pagine di que­sto nuovo e impo­nente sag­gio di Evgeny Moro­zov (Inter­net non sal­verà il mondo, pp. 448, euro 19) sor­prende non poco. Tanto più che viene inse­rito in una pla­tea che va da liber­ta­rio Jason Lanier all’economista libe­rale Frie­drich von Hayek, dal filo­sofo con­ser­va­tore Tho­mas Mol­nar al cri­tico radi­cale Ivan Illich, dalla «moder­ni­sta» Jane Jacobs all’ultra con­ser­va­tore Michael Oake­shott, da Hans Jonas a lui, Jac­ques Ellul, teo­logo, filo­sofo e socio­logo noto per la sua cri­tica alla tecno-scienza. Eppure la pre­senza di Jac­ques Ellul è meno stra­va­gante degli altri nomi, inse­riti nell’eccentrico pan­theon teo­rico di Moro­zov. Ellul, infatti, è stato uno fusti­ga­tore del ruolo svolto dalla tec­no­lo­gia e dalla scienza nelle società con­tem­po­ra­nee, col­lanti di una gab­bia di acciaio che defi­ni­sce il peri­me­tro delle azioni umani, sta­bi­lendo all’interno regole di com­por­ta­mento fun­zio­nali alla logica astratta e ogget­tiva impo­sta dalla scienza. Nel libro di Moro­zov tale impianto teo­rico torna con­ti­nua­mente, sia quando scrive di Inter­net che dei social net­work. Sia però chiaro: Moro­zov non è un apo­ca­lit­tico cri­tico della scienza e della tec­no­lo­gia, né pro­pone una fru­gale e austera decre­scita che ral­lenti lo svi­luppo scien­ti­fico. È un blog­ger che apprezza il potere comu­ni­ca­tivo della Rete e dei social net­work. Al pari di molti sto­rici della tec­no­lo­gia ritiene che le mac­chine siano pro­tesi mec­ca­ni­che degli essere umani. Ma è altret­tanto con­vinto che la Rete, i com­pu­ter, gli smart­phone non sono pro­tesi «stu­pide», ma hanno, in quanto «mac­chine uni­ver­sali» che ripro­du­cono atti­vità cogni­tive, un potere per­for­ma­tivo dei com­por­ta­menti, delle abi­tu­dini indi­vi­duali e col­let­tive. Sulla scia di Ellul, sostiene che siano espres­sioni di un sistema tecno-scientifico che limita le libertà dei sin­goli e ini­bi­sce le pos­si­bi­lità alle società di poter sce­gliere altre vie di svi­luppo da quelle domi­nanti. Que­sto però non fa di Moro­zov un cri­tico del capitalismo.