20/02/16

World Press Photo Contest 2016: Speranza per una nuova vita

Il World Press Photo Foundation  è una forza importante nello sviluppo e nella promozione del lavoro del giornalismo visivo, con una serie di attività e iniziative che si svolgono in tutto il mondo. E' nato nel 1955, quando un gruppo di fotografi olandesi organizzò un concorso per esporre il loro lavoro ai colleghi internazionali. Questo concorso annuale da allora è cresciuta fino a diventare uno dei premi più prestigiosi nell'ambito del fotogiornalismo e nella  narrazione multimediale , e le mostre che produce sono visitate ogni anno da più di tre milioni e mezzo di persone in tutto il mondo . Promuovere il giornalismo visivo di qualità significa permettere alle persone di vedere quello che veramente accade nel mondo, senza filtri, e dare la possibilità ai fotografi di esprimersi liberamente. Libertà di informazione, libertà di ricerca e libertà di parola sono più importanti che mai, e la qualità del fotogiornalismo è essenziale per rendere possibile queste libertà. Oggi,  tutto è in mutamento, i cambiamenti risultano sismici: bisogna aiutare il fotogiornalismo e il  pubblico, a capire e a rispondere a queste trasformazioni, in modo che queste libertà, sempre in pericolo, possano essere garantite

Questa è l'immagine vincitrice del 59° World Press Photo Contest. E' una fotografia scattata dal reporter indipendente australiano Warren Richardson: il titolo è Speranza per una nuova vita’, ed è uno scatto che immortala un uomo che passa un bambino attraverso una recinzione tra i campi di Röszke, lungo il confine tra Serbia e Ungheria. La foto è stata scelta tra le 82,951 selezionate, scattate da 5.775 fotografi provenienti da 128 paesi diversi. Di seguito, quelle che più hanno colpito noi di INTERZONE. Non è stato semplice scegliere tra le tante immagini presentate nelle varie categorie.
(click su foto per ingrandire)





Abd Doumany: nell'ospedale di Douma, Siria


Bulent Kilic: confine tra Turchia e Siria



Mauricio Lima: fiume Tapajos, Brasile


Abd Doumany: citta di Douma, Siria


Abd Doumany: ospedale di Douma Siria


Bulent Kilic: Akcakale, Turchia


Francesco Zizola per Noor: coste della Libia


John J. Kim: dopo l' omicidio di Laquand McDonald, Chicago


Mauricio Lima: Hasaka, cure a Jacob. (sullo sfondo, Ochalan)


Ricercatori sull' isola King George in Antartide (ansa)


Rohan Kelly: nuvola tsunami a Bondi beach, Sydney


Sergey Ponomarev: migranti a Lesbo, Grecia


Sergey Ponomarev: (per il New York Times) treno per Zagabria



Sergio Tapiro: vulcano Colima, Messico


Zhang Lei: Nebbia in Cina


 

19/02/16

Six Letters About Beat : l'impatto culturale del Rock, in quella che fu l'Unione Sovietica


Six Letters About Beat  (6 lettere a proposito del Beat) è un film basato sulla ricerca di un gruppo di studenti nell’Unione Sovietica del 1977. La ricerca esamina l'impatto culturale della musica rock, che al momento circolava in modo molto sotterraneo, sulla società sovietica dell’epoca, attraverso una serie di "lettere al direttore" scritte e spedite da giovani ma anche da persone di diversa età e provenienza, visto le tantissime etnie che convivevano pacificamente sotto il vessillo della bandiera rossa. Le critiche, gli attacchi anche feroci , la difesa, e le discussioni sul rock’n’roll sono la base del documentario, dove alcuni giovani fan, membri di una band musicale e un professore di sociologia provano a confrontarsi con alcuni conservatori sul significato di questo fenomeno planetario. Secondo il sito web russo Obskura, che si occupa di cinema, questo film è uno straordinario documento storico e una prova reale e evidente che il rock sovietico non è iniziato nel 1980 con Viktor Tsoi e i "Kino", come ritenuto da molti. Il film contiene registrazioni dei concerti “underground” risalenti agli anni '70, con esibizioni di band come "Rubinovaya Ataka" , "Visokosna Leto" e "Mashina Vremeni”. Sono session non del tutto legali in quel momento, il che rende le riprese ancora più esclusive. Six Letters About Beat è stato diretto da un regista di documentari, Aleksei Khanyutin, allora studente all’VGIK (All Union State University of Cinematography), e fu parte integrante del suo corso universitario. Questo originale documento giaceva nella polvere su uno scaffale di qualche archivio segreto, aperto al crollo dell'URSS, soprattutto perché il film non presenta alcun atteggiamento negativo nei confronti della scena musicale rock e pone persino delle domande, come ad esempio, se questa musica può essere considerata una forma d'arte. Qui la musica non è necessariamente strabiliante, ma è interessante notare come nel 1977, anno di produzione, la musica di sottofondo suoni molto '60s, datata, quando il resto del mondo stava subendo quell’autentica rivoluzione musicale che fu il punk, la “dance” impazzava, stava nascendo l’ hiphop, ma quasi nulla è degno di attenzione nella contro-cultura della gioventù correlata. Vale assolutamente la pena dare un'occhiata a questo breve documento, non solo per l’ interessante visione sovietica della musica rock, ma per ammirare gli attraenti ragazzi russi che ballano al ritmo rock. Ecco "Sei lettere a proposito del Beat."






18/02/16

The rise and fall: Google +, un prodotto dolorosamente senza successo




"Facebook sta per ucciderci.. Facebook sta per ucciderci.. Facebook sta per ucciderci.. Facebook sta per ucciderci'"...

La voce che batteva all'orecchio di Larry Page, il co-fondatore di Google tornato come CEO a inizio del 2011, dopo un decennio dietro le quinte, è quella di Vic Gundotra, descritto dai colleghi come uomo carismatico e politicamente di buon senso, e alla fine, Vic riuscì a spaventare e convincere Larry. E' così che nasce Google +.

Era il 2010 e Google non sembrava esattamente come una società a rischio di essere superata e affossata da qualcuno o qualcosa. Da tempo dominava la ricerca online e stava rapidamente diventando uno dei principali attori nel settore smartphone grazie ad Android. Google aveva mappato gran parte del mondo, indicizzato milioni di libri e stava già iniziando a costruire automobili con pilota automatico. Era praticamente impensabile che un social network, per quanto forte come Facebook potesse insidiarne la potenza. Inoltre una semplice ricerca proprio su Google rivelava la lunga lista di fallimenti e false partenze: Orkut, lanciato pochi giorni prima di Facebook nel 2004 era stato rapidamente superato; Reader, un cult dei feed RSS lanciato nel 2005 era "morto" nel 2013: e, naturalmente, Buzz, sfortunato social network costruito sulla scia di Gmail, era imploso velocemente all'inizio del 2010, dopo un catastrofico problema di privacy . Mentre Google inciampava in questi tentativi Facebook è cresciuto, ancora più potente, e più influente. Nel 2010, Facebook era stato valutato intorno ai $ 14 miliardi di dollari e si avvicinava ai 500 milioni di utenti - conti fatti con nomi reali, compleanni, foto, e una rete vibrante di feed di notizie. Google era molto più grande, con una capitalizzazione di mercato di circa 200 miliardi di $. Facebook ha iniziato una campagna acquisti nell'ambito dei dipendenti di Google, così ad esempio Paul Adams, ex membro del team che aveva creato Google+ e che aveva contribuito a ispirare l'idea delle cerchie finì a lavorare per Facebook. Lo sforzo di Google per creare un social network per rivaleggiare con Facebook iniziò con un audace e altisonante campagna e ora si spegne con un flebile gemito. A cinque anni dal lancio di Google+, con la missione dichiarata di "fissare" definitivamente la condivisione online, Google ha annunciato di voler eliminare un requisito molto criticato per poter utilizzare un account Google.

Fino a poco tempo fa, chi apriva un account Google si iscriveva automaticamente anche a Google Plus. Di conseguenza, non era possibile creare un canale di YouTube senza incappare in G+. Ora, finalmente l’iscrizione a Google Plus sarà a discrezione dell’utente, come spiega l’ex capo di Google +, Bradley Horowitz, ora vice presidente dei servizi streaming, foto e condivisione. Un account Google e non sul social Plus sarà “l’unica cosa di cui si avrà bisogno” per usare i prodotti Google. Il cambiamento non è immediato: non bisogna cancellare il proprio account Google+, altrimenti si cancellerà anche il canale YouTube. Tuttavia – promette Horowitz – Google Plus non morirà ma verrà potenziato come luogo in cui condividere interessi comuni. Google aveva lanciato il suo social con grandi aspirazioni, ma senza uno scopi ben definiti per gli utenti; e senza un chiaro piano per differenziare il servizio da Facebook. Ora, molto tardivamente, sta cercando di porvi rimedio. Le interviste con più di una dozzina di addetti, manager e analisti Google negli ultimi mesi, molti parlando a condizione di anonimato per timore di ritorsioni, dipingono il colosso nel periodo 2010/2011 come sempre più timoroso di Facebook, che strappava utenti, dipendenti e inserzionisti. Google ha cercato di mobilitarsi rapidamente, ma con tutta la goffaggine di un gigante che cercava di ballare con uno più giovane e agile.

Secondo alcuni dipendenti, quindi, Google+ sarebbe stato concepito per risolvere i problemi di Google, invece di offrire una piattaforma facile da usare per interagire con gli altri: a Mountain View avrebbero infatti realizzato un tool in grado di connettere insieme tutti i servizi offerti dall'azienda, senza però mettere in piedi una vera esperienza social come quella di Facebook o LinkedIn
La mossa odierna è l'indicazione più chiara che Google sta abbandonando il suo progetto imperioso di cercare di spingere tutti nel mondo ad usare il suo social network. Google all'inizio di quest'anno ha iniziato a girare su caratteristiche più popolari del servizio, come il potenziamento delle foto e dei luoghi di ritrovo. Ciò che rimane deve essere ri-lavorato (o imperniato, come ha detto Bradley Horowitz nel suo ultimo post del blog) per trovare un kernel salvabile di una esperienza sociale che potrebbe ancora essere costruita, fino a fare appello ad un vasto pubblico.

La lenta discesa di Google+ getta luce su come una società ad alta tecnologia prova, e spesso non riesce a innovare quando si sente minacciata. Facebook è ora più grande che mai, con 1,4 miliardi di utenti e una capitalizzazione di mercato che vale oltre la metà di Google. Continua ad assumere ex dipendenti di Google. Facebook e Twitter stanno anche lentamente intaccando il dominio di Google nei ricavi negli annunci pubblicitari. Il progetto Google+ ha portato a nuovi servizi e ha creato un'identità utente più coerente che continua a beneficiare di Google, ma il social network non si mai veramente buttato indietro i rivali esistenti: un identità senza soluzione di continuità e senza un'altra destinazione per consumare cose: il "fallimento" di Google+ sarebbe stato dettato dal suo voler assomigliare troppo a Facebook, arrivando tardi su un mercato ampiamente saturato dalla creatura di Mark Zuckerberg, data anche come spauracchio all'epoca dello sviluppo di Google+, mantenuto in gran segreto all'interno della stessa azienda guidata da Larry Page. Stesso problema anche per l'attenzione nei confronti del settore mobile, aumentata con colpevole ritardo rispetto a Facebook..
Kent Walker, consigliere generale di Google, è stato ancora più schietto nelle sue osservazioni circa Google+ durante un incontro con imprenditori e le autorità di regolamentazione antitrust in Germania questo mese di marzo. Ha fatto riferimento alla rete sociale, come parte di un "lungo elenco di prodotti di Google, dolorosamente senza successo." E alla fine, anche Vic Gundotra, è andato via dalla società, ritrovatasi senza un piano di successione vero e proprio.



 

16/02/16

L'uomo che cadde sulle strade: la Street Art celebra David Bowie

Il mondo della musica, e i fan continuano a ricordare, e a onorare, David Bowie, la sua eredità e la sua visione del Rock'n'Roll e del mondo, continuando a condividere storie, video, musica e opere d'arte. Anche noi di Interzone lo facciamo e lo faremo ancora: oggi sono i murales a lui dedicati, gli omaggi della street art che hanno iniziato ad apparire in diversi luoghi del dopo la sua scomparsa. Evidenziamo alcuni dei migliori, catturati dagli obiettivi di passanti e dagli artisti stessi che li hanno realizzati, poi raccolti e pubblicati su Flavorwide. Se conoscete altri eventuali e significativi tributi di artisti di strada quì non documentati, potete aggiungerli e condividerli con noi su questa pagina.






Realizzato a Birmingham da Annatomix,su Dudley Street




L'artista  australiano Jimmy C ha creato questo murales  nel quartiere di nascita di Bowie, Brixton, a South London




Bowie a Bologna, Italia




StreetArtEverywhere, Bowie a New York




"Bowie on the Wall", dell'artista Otto Schade a Santiago del Cile




Catturato da Rita Hunter, artista sconosciuto 




 Street art a Turnpike lane 




Opera di Jules Muck, città sconosciuta




Bowie nel quartiere Wynwood, a Miami,dell'artista David Flore




A Dublino, di Jess Tobin e Vanessa Power




Murales apparso a Sheffield, ad opera dell'artista Trik 




Uno Stencil a Padova




Starman a Toronto

 

13/02/16

Kureishi: Il racconto dello stronzo

Dieci storie, affreschi che ci dipingono la Londra multietnica di questo scorcio dl fine secolo. Storie di razzismo; di incomprensioni tra padri e figli nella comunità pakistana; di coppie che si fanno fotografare mentre fanno l’amore perche "vogliono immortalare il grande momento”; di vecchi amici, passati attraverso tutte le mode culturali che sono lo specchio dei successi e i fallimenti di una generazione. Storie di gente in fuga da se stessa, rassegnata perche sa che "oggi, dove si può fuggire?".
Anglo-pakistano, Hanif Kureishi nato a Londra nel 1954.  The Mother Country è del 1980 . Sceneggiatore dei film My beautiful Laundrette (1985) dl Stephen Frears (candidato all’Oscar), Intimacy,  Mio figlio, il fanatico  e Sammy e Rosie vanno a letto (1987). Il Buddha delle periferie,  The Black Album (1995)  e Nell' intimità (1998) i maggiori successi. "Il racconto dello stronzo"  è tratto da Amore blu (trad. di Ivan Cotroneo), del 1998,  pubblicato da  Bompiani. 



Il racconto dello stronzo
Sono a questa cena. Lei ha diciotto anni. Sei mesi che la frequento, e sono stato invitato a conoscere i suoi genitori. Ho, cosa che mi sorprende molto, quarantaquattro anni, la stessa età di suo padre, un professore, uomo arrivato ma non troppo. Lui mi sta guardando o, come immagino, mi sta esaminando attentamente. La donna-bambina che ha davanti sarà sempre sua figlia, ma per adesso è la mia amante. Le due sorelle minori di lei sono a tavola; sono belle anche loro, ma hanno una tendenza a ridacchiare, particolarmente quando sono rivolte dalla mia parte. La madre, un’insegnante, sta servendo a tavola una trota, rosa e soffice. Per una volta penso, si, questa è vita, quello che si dice una famiglia felice; hanno chiesto loro di incontrarmi, perché non mettersi tranquillo e godersi la situazione? Ma ecco quello che succede: nel momento in cui sono a mio agio devo fare una cacata. Io sono irregolare in tutte le mie cose. Da due giorni neanche una pallottolina secca. E quando me ne sto seduto con i miei migliori vestiti addosso, ecco che devo andare. Queste qui sono brave persone, ma un po’ severe. Ho degli svantaggi, la mia età, nessun lavoro -mai avuto uno - e le mie... tendenze. Mi piace dire, ma non lo farò stanotte a meno che le cose non mi sfuggano di mano, che la mia professione è il fallimento, cosa nella quale, dopo anni di pratica, ho raggiunto il successo. Lungo la strada mi sono fermato a bere un paio di bicchieri, senza i quali non avrei mai avuto il coraggio di varcare la porta, e adesso sorseggio vino e discuto degli ultimi film senza essere troppo sarcastico e le mani non mi tremano e la mia piccola ragazza è dall’altro lato della tavola, e mi sorride calorosa e incoraggiante. Tutto è normale, vedete, tranne che per questo mal di pancia, che diventa sempre più forte, sapete com’è quando si deve andare. Ma non mi lascerò smontare, farò una cacata, mi sentirò meglio e poi mangerò.

Chiedo a una delle sorelle dove si trovi il posto e gentilmente lei indica una porta. E vicinissima, grazie a Dio, e attraverso la stanza appena un po’ piegato in avanti; non voglio certo che la famiglia pensi che io sia gobbo. Mi siedo e mi preoccupo che sentiranno ogni tonfo nell’acqua ma è troppo tardi; la piccola testa nodosa già spinge per venire alla luce, un fiore che sorge dalla tetra, robusto e lungo, e non devo neanche sforzarmi, sento il suo movimento soffice attraverso il mio intestino, un pezzo unico che avanza. E l’avere aspettato il momento giusto che fa andare lisce le cose, come in amore. Chiudo gli occhi e mi godo la sensazione di sollievo, mentre il cadavere dei miei giorni passati scivola nella sua tomba acquatica.
Quando ho finito non riesco a trattenermi dal gettare uno sguardo in basso - cosa che fa anche la regina - e lo stronzo è li, intero, grande quanto una melanzana e violaceo; guardando più da vicino noto tracce di carota, ma, ah ecco, probabilmente é pomodoro, mi viene in mente che é praticamente la sola cosa che ho mangiato in ventiquattro ore. Tiro lo sciacquone e controllo il mio aspetto. Sono stanco e adesso tendo al grigio, ho un taglio sull’occhio e un livido sulla guancia, ma mi sono rasato e mi sento bene come meglio non potrei, e ho quel sorriso giovanile che dice non posso farti del male. E ad aspettarmi fuori c’é la ragazza che mi ama, l’ultima di molte, che mi inonda di vibrazioni di fiducia. La mia mano é gia sulla maniglia, quando do un ultimo sguardo e scorgo la prua dello stronzo che viene su dall’ansa del gabinetto. Oh no, sta galleggiando di nuovo nel vaso; mi piego per guardarlo meglio. E uno degli stronzi più grossi che abbia mai visto. Lo scroscio d’acqua lo ha sciacquato e non c’è dubbio che come stronzo é raffinato, variegato e intarsiato come un mosaico che ritrae, diciamo, una scena storica. Riesco a distinguere sagome che si avventano in lotta l’una contro l’altra. Le facce sono sicuro di averle già viste. Scorgo delle parole, ma non ho gli occhiali a portata di mano. Potrei fotografare lo stronzo, se avessi portato una macchina fotografica, se ne avessi mai avuta una. Ma adesso non posso gingillarmi, la trota si starà raffreddando e questa é gente troppo educata per cominciare a mangiare senza di me. ll problema è che lo stronzo sta venendo a galla. Aspetto che lo scarico si riempia di nuovo e ogni goccia è un’eternità, sento i momenti che si dilatano e la fuori ascolto il mormorio della famiglia del mio amore, ma non posso lasciare quel sottomarino li, che poi la madre entra e lo vede li che dondola. Lei lo sa che sono stato in clinica e può anche accorgersi che sto bevendo di nuovo. Ho assistito impotente alla mia distruzione, come si dice, ma evidentemente non riesco a fermarmi; allora lei prenderà sua figlia da parte e...

Ho fatto un’endovena alla mia piccola ragazza. “Che modo delizioso di prendere droghe,” dice lei dolce. Vuole provare tutto. Su questo argomento non voglio discutere e non voglio incoraggiarla. Comunque lei é un affarino biondo molto determinato, e per i suoi amici farlo è una cosa alla moda e eccitante. Mi sa che si è messa in testa di diventare tossicodipendente. Mi ci sono voluti giorni per trovare la roba migliore per lei, roba farmaceutica. Erano cinque anni che non mi facevo, ma l’ho presa insieme a lei per essere sicuro che non facesse errori. Se non che un suo ex ragazzo ci ha raggiunto dopo che l’avevamo fatto, mi ha gettato sulla strada e mi ha spaccato la faccia perché l’avevo rovinata. Comunque lei salta la scuola per stare con me e visitiamo Kensington Market e Chelsea, di cui io spiego l’importanza nella storia della moda e della musica. I dischi che le dico di ascoltare, i libri che le passo, le band con cui ho suonato, le persone creative di cui le parlo, le profonde chiacchierate che ci facciamo, valgono quanto le cose che sente a scuola. Lo so bene. Ma comunque sono terrorizzato da quello in cui mi sono messo.
Finalmente tiro di nuovo lo sciacquone. Ragazze come lei... E’ molto facile parlare di sfruttamento, e in effetti lo fanno tutti. Ma é tempo e incoraggiamento quello che io do loro... lo so per esperienza, si, quanto possono essere critici e quanto possano buttare giù i genitori, e io invece dico prova, dico si, dico sperimenta qualsiasi cosa... E in cambio per loro sono qualcuno di cui occuparsi. E una cosa che mi spezza il cuore, ma ho al massimo due anni con lei prima che si accorga che non posso essere aiutato in nessun modo; poi passerà oltre per entrare in mondi interessanti in cui io non posso accedere. Prego solo che non si stia tirando su la manica e lisciando i lividi, immaginando che chi la conosce possa rimanere impressionato da quei portafortuna, le cicatrici autoinflitte dell’esperienza; ragazze come lei hanno una passione per la verità, adorano mostrare ai loro genitori quanto possano essere ribelli. Vado alla porta, l’acqua é chiara e immagino che lo stronzo stia già nuotando in direzione Ramsgate. Ma no, no, no, non guardare giù, cos’e quello, il bombardiere marrone deve avere un avversione per il mare aperto. Lo stronzo mostruoso non va da nessuna parte e nemmeno io finché rimane una ricorrenza eterna. Scarico ancora e aspetto, ma non lascia il suo porto, e cosa devo fare?, questo deve essere uno di quei momenti chiave dell’esistenza, tutti i miei giorni devono essere confluiti in questo posto. Tremo e grondo di sudore, ma non ho ancora perso. Mi arrotolo la manica del mio abito italiano, e Vecchio, si, ma e la giacca migliore che ho, non ho molti vestiti, metto quello che la gente mi da, quello che trovo nei posti in cui finisco e quello che rubo. Dentro di me urlo a squarciagola, sapete, ma non posso fare nient’altro che infilare la mano giù nella tazza, nell’acqua pisciosa, esatto, scura, scura, scura e cercare finché le mie dita non si infilano nello stronzo; stringo il pugno nella massa fangosa e lo tiro fuori dall’acqua. Per un momento sembra diventare vivo: si agita come un pesce.
L’istinto mi dice di calmarmi, e cerco nella stanza da bagno un posto per spaccarlo, pero non voglio spappolarlo dappertutto, non voglio che pensino che avevo in mente di sporcare per protesta...Adesso avranno cominciato a mangiare. E cosa sto facendo io? ,Me ne sto qui con uno stronzo gigante nel pugno. E non e solo questo, le mie dita sembrano attaccate allo stronzo; pezzetti di carne vengono strappati via e la mano mi diventa marrone. Devo avere mangiato qualcosa di insolito, perché le unghie e le palme delle mani stanno assumendo il colore di un sugo di carne. Gli occhi luminosi della mia ragazza, la sua adorabile dolcezza. Pero é un tipo esigente, in tutti i sensi. Insiste a provare altre droghe; di pomeriggio giochiamo come bambini, ci travestiamo e inventiamo personaggi, finché la mia bussola non smette di puntare sulla realtà. Sono il suo assistente e lei prova i limiti del mondo. Quanto può arrivare lontano e ritornare comunque a casa puntuale per il te?
Devo provate, continuare a esercitarmi, perché lei è la mia consolazione. Con lei sto vivendo di nuovo la mia vita, ma troppo in fretta e tutto in una volta. E alla fine, per liberarsi, per vivere la sua vita, lei mi lascerà; o, per darle una possibilità, devo lasciarla io. Sogno, comunque, il matrimonio e sogno di portare i bambini a dormire la sera. Ma per tutto questo, mi hanno detto, e già troppo tardi. Quanto in fretta tutto diventa troppo tardi, prima ancora che uno si sia acclimatato! Guardo incredulo lo stronzo e noto qualcosa, oh no, si, è vero, oh, no, non é vero, vedo dei dentini nella sua testa vellutata e una piccola bocca che si apre e mi sorride, oh no, sta sorridendo e cos’è questo?, mi sta facendo l’occhiolino, si, il pezzo di merda mi sta facendo l’occhiolino, e che cos’è quella all’altra estremità, una specie di coda, si muove, si, si muove, e oh Gesù, sta cercando di dire qualcosa, di parlare, no, no, credo che voglia cantare. Anche se si dice che la verità si può trovarla dappertutto e che l’universo dello sporco può mandate strani messaggeri per parlare con noi, l’ultima cosa che voglio, a questo punto della mia vita, e uno stronzo canterino.
Voglio ficcare di nuovo lo stronzo giù nell’acqua, e tenerlo sotto e scappare fuori di lì, ma la madre, quando la madre entra e io mi sto abbuffando di trota e lei si tira giù i mutandoni, poi sto li a preoccuparmi che lo stronzo nascosto sotto l’ansa salti su come un piranha e si attacchi alla sua fica, magari dopo avere cantato un’arietta sarcastica; lei ne ricaverebbe un impressione di me che non voglio che abbia. Ma non voglio fermarmi a pensare questo, ho intenzione di riflettere costruttivamente se è possibile, anche se i suoi piccoli occhi scintillano e la bocca si muove e ha sviluppato delle squame sotto le quali la fanghiglia". Non pensarci. E cosa sono quelle? Piccole ali.. Afferro il rotolo di carta igienica, strappo più di un chilometro di carta e comincio a avvolgerla intorno allo stronzo, intorno e intorno, cosi quegli occhi non mi guarderanno più, né sorrideranno in quel modo. Ma anche nel suo sudario di carta e caldo, diventa sempre più caldo, caldo come la vita, e pulsa e emana odori. Guardo disperatamente nella stanza in cerca di un posto in cui ficcarlo, un tubo, o dietro un libro, ma puzzerà, lo so, e se comincerà a muoversi potrebbe finite dovunque nella casa. Qualcuno bussa alla porta. Una voce amica: il mio amore. Sto per rispondere oh amore amore quando sento altre voci più alte e memo affettuose. Nasce una discussione. Qualcuno gira la maniglia; un’altra persona prende a calci la porta. Quasi mi viene addosso, stanno cercando di buttarla giù!
Lo getterò fuori dalla finestra! Appoggio lo stronzo sul davanzale e afferro il telaio della finestra con tutt’e due le mani. Ma improvvisamente il cielo mi fa fermare. Da bambino mi mettevo steso sulla schiena a guardare le nuvole; da ragazzo giuravo che in un futuro memo movimentato avrei contemplato il cielo finché la sua bellezza non mi fosse entrata nell’anima, come i quadri rilassanti che volevo studiare, immergendomi nei colori e nelle trame della pittura, le città che volevo attraversare, oziando, le conversazioni inutili che volevo avere, un giorno, fatte di un’inutilità costruttiva. Adesso il vento mi soffia sul viso, mi solleva e quasi cado. Ma tengo duro e lancio lo stronzo lontano, come un piccione caldo, e urlo, fuori, fuori nell’aria, uccello stronzo via via via. Mi lavo le mani nel lavandino, carico di nuovo il gabinetto e ritorno alla vita. Andiamo, andiamo, si va, nonostante tutto, senza sapere perché o come.



Ritual Spirit, il ritorno dei Massive Attack: la minaccia incombe su di noi

La scorsa settimana, i Massive Attack ha lanciato una applicazione per iPhone chiamata Fantom che conteneva frammenti di quattro canzoni inedite.  Si tratta di un player musicale sensoriale che remixa e riassembla i brani in base a una serie di variabili ambientali fra cui il luogo, il movimento, l'ora del giorno e la fotocamera. Fantom offre all'utente la possibilità di creare e registrare clip audio e video unici, che possono essere salvati e condivisi facilmente sui social, via SMS e sui peer-to-peer. L'App, purtroppo, è solo per IPhone.

Esce ora Ritual Spirit, EP contenente le versioni definitive delle quattro tracce, per Virgin / EMI. Per questo nuovo lavoro torna a collaborare il vecchio compagno di viaggio della band Tricky, Young Fathers, Roots Manuva, e Azekel, sconosciuto vocalist britannico. La produzione è affidata totalmente a 3D. Un secondo EP, scritto e co-prodotto da Daddy G, è in arrivo in primavera, con un album a seguire entro la fine dell'anno. Heligoland era stato l’ultimo lavoro della band ed era del 2010.

Non uno, ma tre degli album che definiscono gli anni '90, sono dei Massive Attack la band è quasi da sola responsabile della nascita e la diffusione del trip-hop, che, il genere più diffuso e amato della seconda metà del decennio . I Massive Attack hanno poi superato alcuni momenti difficili dopo la fine del millennio, e lo hanno fatto alla loro maniera, con i membri della band che si sono dedicati ad altri progetti, lasciando solo Robert "3D" Del Naja, e il suo stile di produzione sempre più claustrofobico. I tempi sono oggi più ragionevolmente tranquilli, e mentre Helgoland del 2010 regge ancora sorprendentemente bene, e il "trip-hop" non è del tutto l'epiteto ghettizzante di una volta, torna la formazione originale, con Grant “Daddy G” Marshal, Andrew “Mushroom” Vowles e Tricki. I Massive Attack hanno trascorso gran parte del nuovo decennio in un lungo e prolungato processo di ricostruzione del combo. Colonne sonore per documentari su temi di forte impatto, come l’evasione fiscale e il riscaldamento globale, e uno spettacolo dal vivo che nelle parole di Del Naja, è un utopia tecnologica: caratterizzato sempre dal grande Horace Andy e da Martina Topley-Bird, collaboratrice di lungo corso di Tricky e già presente su Heligoland. E lo stesso Tricky, che lasciò la band nel 1995 per accrescere il proprio potere necrotico pubblicando quel mezzo capolavoro che è Maxinquaye e il cui nuovo singolo "Take It There" è un grande ritorno alla forma migliore di quel disco, appare su Ritual Spirit. Oltre a Tricki, che non molto tempo fa aveva rilasciato dichiarazioni non proprio benevole su i suoi ex compagni, troviamo Roots Manuva, rapper britannico e Azekel. Il disco inizia con con il piglio di 100th Window, ma si rivela subito come qualcosa di più interessante, con paesaggi sonori poderosi. Tricky e 3D s'intrecciano, con le voci che sanno esattamente quali poteri che possiedono di infiltrarsi e affascinare, Marshall ritorna con una sensazione di oscurità invadente con Dead Editors mentre nel frattempo, "Voodoo in My Blood" cattura "migliori impulsi, una versione più dinamica degli ultimi lavori di Del Naja. Ritual Spirit è il loro territorio, e ci stuzzica con la promessa di una forza sconcertante a venire con il prossimo LP. Invita anche a qualche domanda – come quella per esempio del ruolo che avrà Tricky nel futuro della band, se lo avrà.  Un Ep oscuro, cupo, velato da una foschia sonora e da  una minaccia diabolica incombente. E l’unica pecca importante che sembra avere Ritual è proprio che non è un album, ma solo un ep di 4 canzoni. Abbiamo visto la band dal vivo in passato, e per questo riteniamo sia sempre uno spettacolo imperdibile: le date del tour che toccherà anche l'Italia, con gli appuntamenti di  Milano e Padova, sono andate sold-out in brevissimo tempo, e questa è un'altra nota dolente. Speriamo in un ritorno in estate, magari anche in altre città. 




Qui di seguito, il video di Take It There, diretto da Hiro Murai con la  collaborazione sempre di Tricky, che riassume il carattere dark e claustrofobico che pervade il disco. Il video ha come protagonista John Hawkes, già visto nel serial Deadwood , che vaga brancolando di notte in una città deserta, accompagnato da un misterioso gruppo di ballerini, e sentiamo Tricki snocciolare le sue rime su un tappeto dolente e malinconico di  pianoforte. 


01 Dead Editors [ft. Roots Manuva]
02 Ritual Spirit [ft. Azekel]
03 Voodoo in My Blood [ft. Young Fathers]
04 Take It There [ft. Tricky]




Ritual Spirit.zip



11/02/16

David Bowie è stato il mio eroe

INCIPIT
Una vita vissuta .. all'insegna della necessità bruciante di correre, di metersi alla prova. L'ingiunzione al piacere e , inevitabilmente alla sofferenza. Si arriva prima o poi e tutti, a fare dei bilanci. Perchè tutti compiamo delle scelte e viviamo con le conseguenze di queste scelte. Non si deve essere o sentirsi "vecchi" per sentirsi vicino al giro di boa. In qualunque momento puoi sentire che ancora non sei riuscito a stringere con la vita il patto giusto per te. E non si riesce a liberarsi dal passato. Bisogna fare i conti con il fatto che ho (...) anni. Che iniziano ad arrivare i primi segni di cedimento. . Che le sperimentazioni che facevano un bell'effetto a 20,  ora ne producono un altro.Che per lungo tempo si è vissuto negando il tempo che passava..O forse sono solo stanco

Mai, la scomparsa di un artista ci ha colpito così tanto, e così da vicino.

Heroes
Senza ombra di dubbio David Bowie è stato il mio eroe. E' passato ormai del tempo da quando è scomparso, e  come molte altre persone, sto ancora ragionando sul significato che questo ha sulla mia vita. Giornalisti, esperti, sicuramente tanti più qualificati hanno e stanno documentando la lunga ombra che quest'uomo ha proiettato sulla cultura mondiale, negli anni passati e su quelli a venire; da parte mia, voglio solo condividere l'impatto che ha avuto sulla mia vita personale,  sul mio piccolo angolo in questo mondo. Sono cresciuto in una famiglia nonostante tutto , della piccola borghesia, un figlio degli anni '60. Sono e sono sempre stato ambiguo rispetto al posto che avrei dovuto accupare nella società: un miscuglio di voglia di arte, di tecnologia, di impegno. Sempre impicciato in tutto questo, ma mai completamente a proprio agio, e sempre e ancora alla ricerca di un modo per conciliare tutte questa cose. E per tanti anni, David Bowie ha fatto da sfondo a questo balletto interno, una presenza costante nel mio processo di scoperta di sé. E' ora se n'è andato. E io mi sono un pò perso. Chi sarà ora il mio spirito guida? E la mia pietra di paragone? Forse un giorno potrò imparare qualcosa dalla grande uscita di scena di Bowie con Blackstar. Ma per il momento, non sto pensando di morire. Quindi per ora, posso solo piangere, e scavare nella mia anima e ascoltare la musica e le canzoni di Bowie. Ho scoperto Bowie mentre frequentavo la scuola media, attraverso la radio e poi i dischi di un mio cugino maggiore. Questa musica non aveva niente  a che fare con le Hit Parade con cui ci nutrivamo con una dieta costante. Le canzoni, - né hard rock né pop né jazz, ma qualcosa di completamente diverso - la voce, la cadenza, così britannica ed esotica. E i testi, lasciamo perdere.. L'album era Hunky Dory, che ho amato subito, ed è stato il mio album più caro attraverso gl' anni della mia adolescenza. Tra i miei coetani della scuola media forse ero l'unico. Per un pò lo abbandonai, ma alle superiori e con l'ingresso in un gruppo di amici più grandi Bowie ritornò prepotente e stavolta in modo definitivo. Tralasciai l'aspetto selvaggio, la androginia e la bisessualità, le leggende di sesso orale sul palco e  altre buffonate. Era troppo strano, troppo glam e troppo ... queer  e quei tre dischi mi fornirono la prova definitiva che tutto il movimento di quel periodo, new wave, postpunks e new romantics che stava combattendo gli eccessi dei vecchi dinosauri della scena rock, esisteva in non una piccola parte grazie all’esplosione creativa di Bowie a Berlino.

In un tentativo estremo di rehab e in profonda introspezione, Bowie risucchiò e metabolizzò tutto il Krautrock, vomitando tre dei dischi più belli e influenti della musica pop, con il rock ridotto ad  essenza nuda, e world music integrata, qualcosa che pochi stavano facendo in quel momento. Nel processo, non solo Bowie si era reinventato ancora una volta; ma aveva talmente mischiato le carte  che niente sarà più come prima. E io ero nel bel mezzo di tutto questo, un figlio musicale di Bowie, di seconda (o terza) generazione. Alla fine ho conseguito il mio diploma e dopo un po’ ho iniziato a lavorare. La mia passione profonda e costante per David Bowie non è diminuita: ho condiviso con lui non solo il suo geniale talento come scrittore di canzoni ma anche il suo approccio alla della vita, lo stile, la gentilezza evidente , il maestoso fascino dandy, e l'amore genuino per il rock n’ roll.
Bowie è stato una rara leggenda del rock, la cui mitologia è stata definita più dalla sua curiosità intellettuale che dalla sua dissolutezza, legata al consumo delle sostanze, in particolare la cocaina. La sfilata dei personaggi che ha creato durante la sua incredibile discografia ha rappresentato non solo nuovi suoni ed nuova estetica; Bowie è stato essenzialmente un Internet umano, con ogni suo album come un collegamento ipertestuale in una vasta rete di musica underground, arte d'avanguardia, cinema d'essai, e anche un certo tipo di letteratura. Bowie è stato il nesso attraverso il quale (io) e molti fan del rock sono stati introdotti non solo ai Velvet Underground, a Iggy e agli Stooges, ai Kraftwerk e ai Neu !, ma anche a William S. Burroughs e Klaus Nomi, Nicolas Roeg e Ryuichi Sakamoto, fino a Nina Simone. Ha dominato l’era di MTV con Let’s Dance, e mentre la vendita dei  suoi dischi poteva diminuire notevolmente dalla metà degli anni '80, la sua influenza è diventata ancora più profonda e radicata: attraverso gli anni '90, la sua presenza ha permeato l’inconcludente Britpop dei Suede, le opere industriali di Nine Inch Nails, l’anima plastilina di Beck, e quella più dolce di kurt Cobain; drum’&bass, break beat, jungle,chili, elettronica. Ha proseguito nel nuovo millennio con LCD Soundsystem, le reinvenzioni di Kanye West e persino Lady Gaga. L’elenco sarebbe interminabile.
Ho immaginato Bowie come una grande stazione centrale, una ferrovia che si dirama in infinite nuove direzioni. Ho condiviso tutto questo e  anche i tanti problemi: sono caduto duramente. Usci Cristiana F, chi meglio di Bowie poteva sottolineare le vicende dei ragazzi dello zoo di Berlino e di tanti altri sparsi per le città europee? In quell’epoca eravamo delle figure tragiche, accomunati dall’essere inclini a trascorrere giornate svegli a guardare gli stessi film in un lungo e interminabile loop.
"Heroes" è il culmine, l'apice del suo scrivere canzoni, così semplice, così puro, così pieno di emozione. "Heroes" è una storia d'amore in un contesto tragico, un addio alle armi in appena una manciata di versi. E’ una canzone epica e commovente, un inno alla speranza, e alla consapevolezza che nonostante siamo impotenti rispetto ai grandi temi della vita, in definitiva siamo in grado di rubare e assicurarci alcuni momenti solo per noi, e tutti siamo in grado di battere tutti i bastardi che ci ostacolano, anche se solo per un giorno. Sono caduto più volte, ma mi sono sempre rialzato, perché ..<< "..Non smettere mai di cambiare. Reinventa sempre te stesso - anche quando il corpo sta cedendo..>> Una delle tante cose che ho appreso da lui. Un uomo con un talento musicale preternaturale, di una bellezza ultraterrena, e una straordinaria capacità di cambiare la natura stessa della realtà che lo circondava. E lo ha usato per rendere il mondo un posto migliore. Ho avuto la fortuna di vedere David in concerto, più volte. Notti di cui non dimenticherò mai il suono, l’odore, il sapore

La verità è che mi stavo preparando a perderlo un po’ di vista. Sin da quando un attacco di cuore sul palco nel 2004 accelerò la fine della sua carriera da giramondo e l'inizio di una pausa prolungata dalle registrazioni. Ma non ero preparato per un mondo senza David Bowie. Avevo accolto calorosamente nel 2013 The Next Day, era stato un ritorno quasi trionfale, ma non avevo capito, non mi ero accorto che fosse anche l’ un'ammissione che stava lavorando a tempo determinato. Quando ho ascoltato Blackstar  ho pensato che Bowie stesse raccogliendo gli esperimenti che aveva lasciato fuori, alla fine degli anni '70, ancora una volta, spingendo la sua la musica in un lato oscuro, in un territorio ancora inesplorato. E quando ho avuto la conferma che aveva combattuto il cancro che alla fine lo ha stroncato, è impossibile per Blackstar suonare come qualcosa di diverso da un rito funebre esteso. Ogni momento dell'album è intriso di cupa profezia, dal flauto polverizzante che chiude la title track, ai i respiri palpitanti che la aprono. "È un peccato che lei fosse una puttana". La qualità sempre più disincarnata della sua voce, sulla dissolvenza di "Dollar Day," al sassofono onnipresente che suona come se fosse sempre lui a suonarlo. Gli album di David Bowie mi hanno aperto sempre a nuovi mondi; Blackstar mi conduce al più misterioso, spaventoso, e inconoscibile di tutti.
Ed ora eccoci qui. Ci sentiamo come aver perso qualcosa di elementare, come se un intero colore se ne sia andato, e per me è più come se avessi perso un arto, e ancora sento il dolore. "Non smettere mai di cambiare. Reinventa sempre te stesso. Non smettere mai - anche quando il corpo sta cedendo. Cerca di creare qualcosa, fino alla fine. " E’ questo il suo lascito. Il mio eroe. E ho intenzione di fare del mio meglio per onorare la sua memoria, nella mia vita e nel lavoro, si spera, fino alla fine.

07/02/16

Love & Gratitude

"A volte non sappiamo riconoscere il vero valore di un momento fino a quando questo non diventa un ricordo.."



IMAN to all fans...








06/02/16

New Dark Age: The Sound


<<C’é sempre la stazione ferroviaria>>. Alla fine, <<c’e sempre la stazione ferroviaria>>.

Al momento della sua improvvisa scomparsa, avvenuta il 26 aprile del 1999, Adrian Borland, cantante / compositore e leader dei The Sound stava finendo il suo nuovo album solista, Harmony And Destruction, e si preparava ad un nuovo tour a sostegno del precedente White Rose Transmission. Per questo, la sua morte apparve ancora più insensata, ponendo fine ad una carriera travagliata, a tratti triste e disperata ma affascinante, che aveva prodotto 14 album ambiziosi in studio, 10 altri LP (e un EP) tra varie collaborazioni, un best-of, e diversi progetti collaterali. Noi ricordiamo Adrian Borland con la sua prima band, The Outsiders, che leggenda vuole sia stato il primo gruppo in lingua inglese nella storia del punk, anche se il grosso, e con i The Sound, la band di culto che ha guidato dal 1979 al 1987.

Borland, cantante, compositore e chitarrista del gruppo post-punk The Sound, è stato profeta inascoltato della new/dark/age, ma i suoi demoni stavano sempre li, in agguato, pronti a farlo a pezzi. Adrian sentiva delle voci che provenivano dall’altra parte di se stesso, le sentiva ormai di continuo, voci di qualcuno che gli somigliava ma che non riconosceva, un estraneo fuori da sé. I Sound furono la più grande distrazione della dark-wave inglese, ignorati con accanimento quasi sistematico. In gran parte a causa della mancanza di un'immagine commerciabile. E i testi di Borland erano probabilmente troppo emotivamente nudi e crudi, troppo letterari per il grande pubblico. Ciò nonostante, il suono della band era l'anello mancante tra i Joy Division e gli Echo & Bunnymen e forse ci vorrà ancora del tempo perchè questo potrà essere riconosciuto.

L’epopea Sound è stata cadenzata da dischi che messi insieme offrivano una splendida sintesi della sconfitta e del fallimento e la caduta a ogni nuovo disco era sempre più rovinosa. I primi due capolavori, Jeopardy del 1980 e From The Lions Mouth del 1981, sembravano promettere a Adrian un sacco di cose, forse il successo. Un rapporto combattuto, quello tra Adrian e il successo: non lo cercava, cosi diceva, eppure, quando non arrivava, quando ormai era chiaro che non sarebbe più arrivato, ne soffriva eccome. Da All Fall Down del 1982 niente poté arrestare il loro precipitare inarrestabile nel limbo dell’indifferenza. Eppure, il loro non era uno spettacolo da lasciare indifferenti: Graham “Green” Bailey sanguinava sulle corde del basso e dovette ricorrere ai guanti, per poterlo ancora suonare a quel modo. Adrian, invece, era senza protezioni: affrontava la scena con la faccia da bambino triste e introverso che mangia troppi dolci per mancanza d’affetto, in preda al panico davanti al giudizio del ristretto pubblico che lo applaudiva, o davanti ai discografici, sempre diversi e sempre uguali, che gli chiedevano di vendere di più. I primi due album della band londinese avevano evidenziato la sensuale essenzialità del sound originario dei quattro. Jeopardy del 1980 e From The Lions Mouth del 1981 sono due album fondamentali per comprendere gli sviluppi del post-punk inglese del tempo che fu. Eleganza romantica e emozionale, sensibilità quasi decadente senza mai scivolare nel “maledettismo”.
Che ci facevano delle poche migliaia di copie di Shock Of Daylight del 1984 o di Heads And 'Hearts del 1985? Quest’ultimo disco vide manifestarsi, mostruosa e annichilente, alienante, la malattia mentale nei suoi primi sintomi. Thunder Up, del 1987, la rivelò chiara in alcune canzoni. I ricoveri in clinica per i malori causati dall’alcol e dalla sua schizofrenia erano sempre più frequenti. Come anche i tentativi di suicidio, due in quegli anni, anch'essi venati dall'insuccesso. Nei primi mesi del 1988 la band non può che arrendersi e annunciare il suo scioglimento ufficiale

Perseguitato da quelle voci che gli giravano continuamente in testa, decise di andare avanti, abbandonato anche dai suoi vecchi amici, sfiniti dalla follia e da quel girare a vuoto da un insuccesso all’altro. Cosi, nel corso degli anni mise insieme nuovi gruppi, i Citizens, con cui incise Alexandria nel 1989 e Brittle Heaven del 1992, anch'essi accolti con indifferenza, poi i Second Layer e i White Rose Transmission. Quindi, visto che continuava a fallire, prosegì da solo. Ma Adrian non era mai completamente solo. C’erano sempre le voci, a dirgli che sta sempre più male, che la sua musica non servirà a lenire la sua malattia. Beautiful Ammunition (1994), Cinematic (1995) e 5:00 AM del 1997 sono clamorosi insuccessi, anche da sole 1.000 copie - tra un disco e l’altro registra anche in completa solitudine a casa con una chitarra su un registratore a quattro piste e due microfoni le canzoni acustiche che nel 2000 verranno raccolte sotto il titolo di The Last Days Of The Rain Machine.
Adrian vaga per le strade di Londra, quelle strade in cui invano cercò la soluzione finale, buttandosi sotto un’automobile.

<<Ma c’e sempre la stazione ferroviaria». Glielo senti dire, il giorno prima che si recasse alla Wimbledon Station, la sua ex fidanzata, che era andato a trovare senza un motivo apparente; gli senti pronunciare proprio quella frase. Lei non capi subito cosa volesse dire; ci ripensò però qualche ora dopo quando chiamò il 999. Ormai aveva compreso.
Ormai dal 1985 della comparsa della sua infermità - era il 1999 - erano passati quattordici lunghi e dolorosi anni, e la depressione e la schizofrenia gli avevano sbranato il cervello. Con Harmony And Destruction ormai già quasi terminato, la reunion dei The Sound che si disperse in alcuni concerti londinesi in compagnia dei Sad Lovers And Giants, e dopo la morte per AIDS del tastierista, chitarrista e amico Colvin “Max” Mayers, nel 1993,  Adrian si avviò verso la sua capitolazione. Ogni fallimento, ogni indifferenza, erano state medicine sbagliate somministrate ai suoi disturbi.

New dark age
“Non è un bello spettacolo nella luce del mattino”, aveva cantato Adrian Borland, che si buttò sotto il treno. <<C’è sempre la stazione ferroviaria>>. Eccola finalmente. Il giorno seguente i pendolari di quel treno avrebbero letto sul giornale della morte del cantante, compositore e chitarrista del gruppo post-punk The Sound Adrian Borland, la gran parte senza neanche sapere chi fosse.

Discografia :
The Sound,Jeopardy (1980); 
From The Lions Mouth (1981); 
All Fall Down (1982); 
Shock OfDaylight (1984); 
Heads And Hearts (1985); 
In The Hothouse (1986 - live); 
Thunder Up (1987); 
Propaganda (1999 - postumo, prime registrazione della band). 
Adrian Borland, Alexandria (1989 - come Adrian Borland And The Citizens); 
Brittle Heaven (1992 - come Adrian Borland And The Citizens); 
Beautiful Ammunition (1994); 
Cinematic (1995); 
5:00 AM (1997); 
The Last Days Of The Rain Machine (2000 - postumo); 
Harmony And Destruction (2002 - postumo).




Recorded live at The Marquee, London, August 27/28 1985

Tracklist and musicians:
01. Winning
02. Under You
03. Total Recall
04. Skeletons
05. Prove Me Wrong
06. Wildest Dreams
07. Burning Part Of Me
09. Hothouse
10. Judgement
11. Counting The Days
12. Red Paint
13. Silent Air
14. Sense Of Purpose
15. Missiles

Adrian Borland: Vocals, Guitar
Graham Bailey: Bass
Colvin Mayers: Keyboards, Guitar and backing vocals
Michael Dudley: Drums


03/02/16

Unioni Civili: il buon senso di Galimberti, e l'arrogante morale cattofascista

Ecco Umberto Galimberti, che con la ragione LAICA e la filosofia mette a tacere la solita e arrogante morale cattofascista dello scrittore ed ex portavoce dell’Opus Dei, Pippo Corigliano. Il video è tratto dalla trasmissione Omnibus su La7. Sappiamo bene che nel nostro paese siamo al medio evo per quanto riguarda temi e leggi su diritti civili, famiglia, sessualità. E in questi ultimi giorni, si è scatenato il putiferio sulla legge Cirinnà sulle Unioni Civili e non abbiamo potuto fare a meno di ascoltare arringhe di politici e strani individui, dal solito Giovanardi a Gasparri (!), dalla Lega fino alla ridicola sceneggiata della Meloni che và a sbandierare la sua prossima gravidanza in una manifestazione di trogloditi. E a proposito di strani individui, a sorpresa uno come Sandro Bondi, fino a poco tempo fà servo fedele di Berlusconi si è esibito in un quasi appassionato discorso in difesa delle unioni civili. Tra tutto questo parlare, a noi è sembrato che la voce Galimberti, in questo battibecco con Corigliano che non sa argomentare senza appigliarsi al bigotto e stantio ritornello della "lobby omossessuale",  sia stata  la voce del totale buon senso, espressa con impeccabile pacatezza e chiarezza, da una persona dotata di cultura che cerca di infondere questo buon senso senza alcun tipo di offesa personale a un uomo che rappresenta e propone un pensiero oramai obsoleto, lontano da una società che si definisce moderna e attuale, e da un percorso di civiltà che a fatica si tenta di percorrere, e un pensiero che definiamo senza dubbio marcio fino al midollo. A voi (e a noi) il video.





Ecco invece "il buon senso" espresso dai partecipanti alla manifestazione in difesa della famiglia, il  Family Day al Circo Massimo contro il ddl Cirinnà. La manifestazione "a difesa della famiglia", che si dice spinta da valori universali come l'amore, e senza alcuna discriminazione di genere nei confronti di chi vive liberamente la propria sessualità. Alla faccia.. Sentiamo un pò questi cristiani e democratici cittadini..





02/02/16

Daniele Luttazzi Vs quella nullità di Andrea Scanzi

Il grande, si..il grande Daniele Luttazzi risponde ad Andrea Scanzi detto "Slurp", uno dei peggiori giornalisti (?!) italiani: ignorante, arrogante, offensivo, fazioso, servile. Lo avevamo già incrociato tempo fà, quando sulle pagine del Mucchio Selvaggio tentava disperatamente di parlare di musica: inconcludente, patetico, noioso. Scanzi e il Rock'n'Roll,  e sembra che Frank Zappa abbia parlato del giornalismo musicale dopo aver letto due righe dello "slurp": <Buona parte del giornalismo rock è gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere>. Luttazzi dal suo blog risponde dopo che Scanzi  se le presa con Benigni, reo di essere fiancheggiatore del governo, perchè voterà Sì al referendum che distruggerà la Costituzione, e a una filippica sulla satira che, secondo il nostro, sarebbe ormai defunta. Lasciamo parlare Luttazzi, che ritorna anche sulla censura a cui ancora è sottoposto e alla campagna diffamatoria sui suoi "presunti plagi".

Conosco Andrea Scanzi da quando era un giovane giornalista di belle speranze che scriveva di musica sul Mucchio Selvaggio e seguiva tutte le date toscane dei miei tour. Lo ricordo, con la dolce Linda, ospite squisito nella loro bella villa di Rigutino (AR). Un giorno mi chiese se potevo scrivere la prefazione al suo primo libro di racconti. In tono affettuoso, la mia introduzione parodistica sgamava un difetto di Andrea che, purtroppo, col tempo è peggiorato: il kitsch sentimentale. Luogo classico della retorica bassa, il kitsch sentimentale si compiace del patetismo, ed è l’errore artistico che vizia la cultura popolare, cui reca successo: ne originano quegli aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp (Luchino Visconti che guarda Sanremo per sghignazzare con gli amici).
Tollerabile nella cultura di massa, il kitsch sentimentale diventa, quando contagia un giornalista, una vera disgrazia: non per lui, che ne lucra consensi facili, ma per i suoi lettori. Forma e sostanza dei suoi pezzi, infatti, ne vengono così influenzati che la realtà raccontata non corrisponde più al vero.

Forma e sostanza del contenuto
Ogni pezzo di Andrea Scanzi ha la forma e la sostanza di un necrologio. Non solo quando si occupa di grandi artisti defunti che non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa (Gaber e De André, da lui usati come vetrina personale come Koons ha fatto con Piazza della Signoria), ma soprattutto quando prende di mira fenomeni ancora vivissimi, di cui descrive una decomposizione che solo lui vede, e che non c’è. Il modello, che una volta notato diventa stucchevole (la stucchevolezza è il principale indizio di kitsch sentimentale), è sempre lo stesso: X, che una volta era un grande, ora non lo è più. Variante: anche se ora non lo è più, X era un grande. Il modello gli serve per denigrare, la variante per esaltare; ma l’effetto ricercato è sempre lo stesso: il kitsch sentimentale.

Andrea Scanzi, il Mogol dei coccodrilli
Gli ultimi due pezzi di Andrea sono un esempio flagrante del suo modus operandi. Il titolo del primo è tutto un programma: “Benigni, quel che resta di lui”. Siamo già all’ossario.
Andrea comincia accusando Benigni di incoerenza: “voterà sì al referendum che vuole sancire lo sfascio della Costituzione, lui che faceva sermoni sulla sacralità della Costituzione”. E’ un errore di ragionamento piuttosto comune: la petizione di principio. Che il referendum sfasci la Costituzione, infatti, lo sostiene Scanzi. Benigni la pensa diversamente. Non c’è incoerenza.
Posati i binari della premessa fallace, Andrea può farvi procedere il suo solito trenino a due vagoni. Nel primo, fa sedere l’artista che una volta gli piaceva; nel secondo, l’artista di oggi, che non gli piace più. Al suo fermodellismo manca il treno in cui l’artista evolve secondo criteri propri, non quelli scanziani, e quindi il lettore non può giungere ad altre destinazioni. Come se non bastasse, il tono del capostazione Andrea è spesso paternalistico (“voglio essere buono”): ma considerarsi superiori agli artisti è un pregiudizio giornalistico piuttosto diffuso, e non si possono addossare a uno le colpe di tutta una categoria. Sostenere però che un artista, siccome non la pensa più come te, non è più un grande artista, è un salto logico da purismo grillino.

Satira R.I.P.
Nell’altro pezzo, in un’esagerazione di pompe funebri, Andrea fa addirittura il necrologio a tutta la satira televisiva italiana. Infatti il titolista, che ha capito il trucchetto, compone un fenomenale “Pace alla satira sua”; ma la materia è troppo vasta per l’articolista, e la sua corona di fiori non basta per tutte le bare.
Come da modello, sul primo vagoncino di Andrea troviamo la satira tv di una volta, sul secondo quella di oggi. Il viaggio comincia con la domanda: “Che fine ha fatto la satira in tv?”, e procede bene nel ridente panorama storico ricostruito, ma a un certo punto il trenino scambia le cause con gli effetti, e deraglia. Per riportarlo sui binari, allora, occorre precisare che la nostra assenza dalla Rai, prima, e da altre emittenti, poi, non fu un fenomeno accidentale, di quelli atmosferici, ma un atto di censura, deciso ed eseguito da dirigenti scelti alla bisogna; e quindi sottolineare quali, fra le cause elencate da Andrea, sono invece conseguenze: alcune strategiche (le tv invase da programmi e intrattenitori comici dissimulano l’avvenuta censura alla satira), altre inevitabili, ma che non c’entrano con la sparizione della satira dalla tv italiana (all’estero, il ruolo meno dominante della tv e i gusti delle nuove generazioni non hanno intaccato la quantità e la qualità della satira tv), altre comprensibili, ma non determinanti (l’autocensura dei comici, poiché la censura funziona e stronca carriere; o l’impreparazione satirica dei nuovi). Se nella tv italiana non c’è più satira, ma solo divertimento e caricature irrilevanti, la colpa è esclusivamente della censura di questi anni di inciucio. Dirigere l’attenzione altrove è una mistificazione che sminuisce la portata dell’azione censoria.
Scrive Andrea: “Berlusconi era il nemico e il tuo pubblico naturale lo accontentavi quasi sempre. Oggi è tutto più complicato.” Le cose non stanno così. Innanzitutto non fai satira per accontentare il tuo pubblico naturale: il pubblico naturale non esiste, e la satira non è consolazione. Inoltre, l’unico nemico della satira è il potere, di cui i bersagli non sono che incarnazioni. Ieri si faceva satira su politica, sesso, religione e morte; e oggi pure. Il problema ce l’ha solo chi si serve della satira per fini partitici, cioè di propaganda; ma non c’entra con la scomparsa della satira dalla tv italiana.
Andrea lamenta giustamente la mancanza di una satira tv urticante, per esempio sui teo-con che organizzano manifestazioni contro i diritti civili. Ovvio, la satira la fai sull’attualità. Per questo dà fastidio ai politici, che le impediscono l’altoparlante tv. Riportami in tv e te ne faccio quanta ne vuoi. Nel frattempo, è ancora democrazia?
Scrive Andrea: “Il satirico si sostituiva al politico (…) e a quel punto c’era chi si fermava prima di diventare politico (Luttazzi, Corrado Guzzanti), chi si fermava a metà (Sabina Guzzanti), e chi si faceva megafono di una protesta trasversalmente condivisa (Grillo).” Ahi ahi ahi, qui il giornalista si fa propagandista grillino. Grillo infatti è un megafono solo su Gaia: in Italia, ha fondato un movimento partitico.
Sulla distinzione fra politico e partitico i giornalisti italiani, per vari motivi, hanno serie difficoltà. Repetita juvant: la satira è sempre politica, ma non è più satira quando diventa propaganda partitica. La differenza è che la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Non perché lo dico io, ma perché satira e propaganda partitica sono inconciliabili.
Che io mi sia fermato “prima di diventare politico” è, dunque, una riduzione dell’angolo visivo; mi fermai, chiudendo il blog nel 2006,* perché vedevo la deriva del pubblico che cercava nel satirico un leader senza macchia. Mi fermai per non favorire un circuito perverso di cui vedevo tutti i pericoli. Invitai anche Grillo a chiudere il suo blog, ma non lo fece: abbiamo capito perché.
* Lo riaprii nel 2007 per denunciare pubblicamente la chiusura pretestuosa di Decameron. Lo chiusi nel 2011. La storia completa del mio blog è qui: https://luttazziflashback.wordpress.com
Ma Andrea mi ha già messo nel secondo vagone, quello patetico: “Il satirico si è sostituito al politico (…) situazione anomala e scivolosissima che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tv con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.”
Non mi sono mai smarrito in vita mia, caro Andrea, e sono alquanto prodigo di ciarle, per un muto ostinato e rancoroso. Ho continuato a fare satira, politicamente: come ho spiegato in tutte le interviste possibili, ho deciso di non fare teatro finché non potrò tornare in tv. La censura, eseguita nell’ombra, va portata alla luce: è il senso politico della mia assenza dalle scene, che nessun giornalista ha ancora raccontato. Nel frattempo ho scritto due bei libroni satirici. Li hai letti?
Oh, certo, ricevo proposte per nuovi programmi tv ogni anno, ma tutto si incaglia sempre su scogli di natura legale: le tv vogliono poter tagliare il materiale che non condividono, poiché temono le cause giudiziarie, anche se le mie vittorie giudiziarie dimostrano ampiamente che non sono un irresponsabile. Io tengo il punto: la satira o è libera, o non è.
Raiperunanotte fu uno squarcio nella censura: riuscì grazie alla determinazione di Michele Santoro, ma la stampa italiana minimizzò il più possibile il risultato del mio monologo, trattandolo alla stregua degli altri interventi. Quei 15 minuti di monologo non solo raddoppiarono lo share del programma, ma crearono alcuni record in Rete, compresi le 800mila visualizzazioni in un giorno su YouTube e i 5700 tweet/ora su Twitter. Nessuno ne parlò. Per capire l’anomalia del trattamento: quando Corrado Guzzanti, con Aniene, totalizzò su YouTube 600mila visualizzazioni in una settimana, Repubblica dedicò due pagine al suo successo (meritatissimo).
Non commettere anche tu l’errore di confondere la realtà vera con la realtà creata dai media. E’ il caso della querelle plagio. Dopo quel monologo che denunciava l’inciucio bipartisan, alla minimizzazione seguì una campagna stampa diffamatoria che strumentalizzava falsità diffuse in Rete da anonimi incompetenti. Non c’era alcun plagio, né i comici stranieri gentilmente informati dai diffamatori mi hanno fatto causa. L’orda considerava plagio, fra l’altro, la mia battuta su Giuliano Ferrara, che fu il pretesto con cui Campo Dall’Orto chiuse Decameron; ma una sentenza del 2012 afferma che non era affatto plagio: mi hanno risarcito con un milione di euro. Parlare ancora, dopo sei anni, di generica querelle plagi, è un modo per continuare la gogna a mezzo stampa, parandosi il culo. Continua pure. Se però vuoi approfondire davvero la materia, nelle mie interviste sul Fatto trovi tutti i riferimenti utili. Scoprirai, fra l’altro, che uno dei responsabili di quel killeraggio ha confessato la mascalzonata (nascosero la parte rilevante della vicenda per darmi del disonesto) e mi ha chiesto perdono.
Che bella storia, eh? Puro kitsch sentimentale. Buon appetito.