18/09/12

I Social Network, Diaspora e la Stupidità Intelligente



A mo’ di sfogo..

Ho un account 'istituzionale su Facebook. In realtà, avevo resistito anni prima di attivarlo e una volta aperto si sono manifestati palesemente tutti i timori e le remore: un social network completamente in mano alle multinazionali che sfruttando le informazioni che gli stessi utenti forniscono, quello che ci piace, quello che facciamo, gli stili di vita, ci bombardano con pubblicità mirate. I nostri dati personali che finiscono in enormi database e messi a disposizione delle autorità, il rilevamento dei nostri spostamenti, il continuo monitoraggio da parte di aziende e datori di lavoro. Insomma, una schedatura di massa in piena regola cui, sembra, nessuno dei milioni di utenti da peso, continuando a spiattellare pure quante volte si va al bagno, in quale posizione fanno l'amore, quello che comprano per la cena della sera. Cosi ho limitato il mio account, fornendo semplicemente la mia vera identità (Facebook non accetta anonimi), e la città dove vivo, pochissimi amici intimi con cui condividere solo informazioni di servizio e ricevendo (cliccando sul famigerato "mi piace") solo notizie da alcuni organi d’informazioni on-line e aggiornamenti sui concerti che si svolgono in città. Lo stimolo maggiore è arrivato comunque dalla famiglia, e in particolare dai nipotini, che ho la sfortuna di avere lontani, autentici geek, famelici di contatti e condivisioni e che preferiscono la rete al cellulare per comunicare, ormai come la stragrande maggioranza della loro generazione. E poi per il lavoro: paradossalmente, si desta più di qualche sospetto: non hai un account Facebook, allora hai sicuramente qualcosa da nascondere. Quindi informazioni e contatti ridotti al minimo indispensabile, mentre i miei interessi, i miei acquisti, le mie posizioni politiche (per quanto evidenti), i miei stati d'animo e le esperienze che mi sento di condividere li ho spalmati su altri siti: un blog personale "generalista", un account per i video, uno per la musica. Google+, per curiosità e subito abbandonato, dopo la censura di una vecchia foto tratta dagli archivi di Life, pensate come stanno messi.. E Twitter, che comunque uso pochissimo. Per discussioni più approfondite, mailing list su argomenti specifici.

Già Robert Musil osservava che ' la stupidità è ormai a tal punto compenetrata nelle forme alte del nostro sapere, da renderla assolutamente inseparabile dall'intelligenza che la produce', potendo cosi parlare di "stupidità intelligente" e di "intelligenza stupida". Forse è impossibile aggirare la stupidità dei singoli (soprattutto la propria!), ma qualcosa si potrebbe e si dovrebbe pur fare contro quella collettiva e sistematica, che ha condotto e conduce a un vero e proprio regresso della ragione. L'intelligenza è sempre scaturita dall'ambiente in cui essa si sviluppa: l'intelligenza è ciò che permette di collegare gli individui sconnessi tra loro e da loro stessi...

Ero dunque curioso e contento quando lessi di un nuovo social in arrivo: una federazione di pod sparsi per il mondo, quindi dislocati e indipendenti anche se riconducibili a un unico server, progetto open source, cioè l'opportunità da parte degli utenti di poter intervenire sul codice sorgente e migliorarlo, niente pubblicità, più attenzione alla privacy mediante gli aspetti (una classificazione e sotto classificazione dei contatti, per scegliere più facilmente e con più attenzione cosa e con chi condividere i post..), la totale proprietà dei nostri dati e del materiale postato e la liberta di chiudere l'account in qualsiasi momento e in maniera definitiva. Be, con queste premesse, chi non avrebbe voluto partecipare? E poi..mi piaceva far parte di un progetto nuovo, costruito da un gruppo di ragazzi indipendenti, auto finanziato, aperto e totalmente in linea con le mie idee e la mia visione di una rete più aperta, sganciata dal potere e dalle pressioni dei grandi colossi commerciali, più rispettosa della liberta e della privacy degli internauti. Cosi ho spedito la richiesta (sul pod principale era richiesto un invito..) e dopo un po’, un bel po’ in verità, ho finalmente avuto un account su Diaspora.


Al primo colpo d'occhio risulta evidente che il codice della piattaforma è scritto un po’ alla carlona: semplice, essenziale, graficamente bruttino. Poco intuitivo comunque, per chi è a digiuno di linguaggi di programmazione e difficoltà a installare plug-in per utenti non esperti. La prima sensazione quindi è stata quella di un progetto debole, pieno di falle e bug, anche dopo il rilascio di una nuova versione. Ma non si può non dare fiducia a un impegno simile: ragazzi universitari che sottraggono tempo e risorse alla loro vita privata per tentare di sviluppare qualcosa in larga scala forse mai vista prima in rete: un connubio tra privacy e connessioni sociali. Fiducia accordata anche dopo le voci filtrate (e verificate) di un interessamento con relativa donazione da parte di Zuckerberg, dell'indicizzazione dei contenuti pubblici degli utenti da parte di Google e la destinazione finale delle foto e delle immagini, che finirebbero sui server di Amazon, altro colosso commerciale della rete.

E forse è proprio il connubio tra il tentativo di mantenere un livello di privacy accettabile e i rapporti tra utenti che riserva la delusione peggiore. C’è un po' aria da..unti del signore: un po’ per la vecchia faccenda degli inviti, e un po’ per il fatto di essere su di un social nuovo con tutte le aspettative descritte sopra. Per autodefinizione, tutti alternativi, anarchici, 'pieni di diversità, (sì, qualcuno, legittimamente per altro, si definisce cosi!), visionari, ecologisti, rivoluzionari... Io personalmente ho sempre diffidato di chi si auto definisce diverso, ma tant'e.. Gli aspetti, in definitiva, risultano quasi inutili: la maggior parte dei post sono pubblici, questo perché' si è sempre a caccia di nuovi contatti e una volta ottenuto uno nuovo, si passa oltre. La connessione sociale si limita al "mi piace" di Facebukkiana memoria e a qualche commento sui post: un fiorire di..wow!, wonderful, e soprattutto di 'LOL, il nuovo intercalare per bimbominchia deficienti e su cui hanno fatto addirittura un film che più idiota non si può. Ho già diffidato per altro, quelli che insistono con un altro intercalare, 'ehi man..ehi brother'..all arabs are terrorists: io non ho fratelli, né sorelle, coglione! .. Un flusso di post che scorrono sulla bacheca su arte (presunta e non), immagini, foto, gif stupidine e video musicali che per lo più non vengono riconosciuti, non si capisce se per un bug di sistema o per problemi di copyright. (Su gli altri social sono tutti ben visibili..). E a proposito di copyright, tutti anarchici e rivoluzionari, pronti pero a rimbrottarti se non metti la discalia dell'autore della foto o dell'immagine, cosa a volte impossibile dato i continui reshare che queste subiscono ogni giorno sulle sterminate highway della rete, e poi appropriarsi di vecchi post di altri utenti a nome proprio. Dopo le foto, le gif e i video, l'ingrediente più postato sono le citazioni: frasi storiche, proverbi, battute di cantanti e attori, versi, pezzetti di romanzi, barzellette: servono a dar prova di conoscenza diretta, di vastità d’interessi, puntando a far colpo e però alimentando il narcisismo che contraddistingue noi utenti della rete. (Sappiamo benissimo che le citazioni non provengono dalla conoscenza dei testi, ma dalle raccolte di citazioni, veri e propri dizionari presenti a migliaia sulla rete e in tutte le lingue, Google e Wikipedia in testa).



Ci sono poi quelli che occupano "militarmente" la bacheca e la quantità di tempo trascorso sui social network è sempre proporzionale alla qualità di post e commenti: la società odierna, più che di consenso, ha bisogno di attenzione, ma la troppa sollecitazione all'attenzione produce alla fine solo..insensibilità'. (In altre parole, alla fine più richiedi attenzione, più non ti si fila nessuno..)

Certo, ci sono persone e post interessanti, ma tocca stare sempre allerta.. Ci sono pochissimi utenti che esprimono qualcosa al proprio riguardo, alla propria vita, alle esperienze, che non significa dire a tutti che ti stai facendo una pasta e fagioli: quello, si chiama cazzeggio, ed è comunque lecito. Comunicazione, quindi, pari quasi a zero. Personalmente avevo più volte pensato di chiudere l'account. Tanti l'hanno fatto ed erano quelli tra i più interessanti, poi ho deciso di trasformarlo in una specie di diario personale per immagini e musica: tutto quel che posto ha un riferimento alla mia vita, un episodio, un’esperienza, uno stato d'animo, un riferimento al lavoro o a una situazione sentimentale o familiare e a notizie di attualità che mi stanno particolarmente a cuore. Me ne strafrego del "mi piace".

Va bene, come asserisce Fatamorgana, il cazzeggio è la base di tutti i social, nessuna discussione di rango, per lo più chiacchiericcio, riflessioni nervose, frettolose e in molti casi incivili. Si aggiungono poi piccole e grandi molestie reciproche associate a una malignità e un qualunquismo di fondo, schizofrenia, commenti fuori luogo, gioiosa stupidita..
Da un progetto nato non solo per dare un semplice servizio agli utenti ma per sensibilizzare e proporre un modo nuovo di stare in rete (e di socializzare..) ci si aspetterebbe qualcosina in più. Per il momento, ferme tutte le novità annunciate (tra cui una chat video, nuova gestione dei profili e la non risoluzione dei bug e delle falle) due pod hanno già chiuso i battenti, quello italiano (al solito) e quello canadese, ben più frequentato. Quel che resta è l'upload di foto e video, che fanno di Diaspora per il momento, uno dei tanti social sulla rete..

Forse sono solo un vecchio nostalgico: l'unico social davvero degno di questo nome era MySpace, finchè ha funzionato. Invece di potenziarlo, facendo accordi con siti di contenuti musicali, video e altro, preferirono seguire le strategie di Zuckerberg. E si è visto com’è finita. Proprio sullo Space conobbi la mia attuale compagna, come a dire: "Ho detto tutto"..

Per i più curiosi,
questa è la mia pagina su Diaspora



It Was A Pleasure  (E' stato un piacere..)





16/09/12

Jean Genet: Sabra e Shatila

Trenta anni fa, nella notte tra il 15 e il 16 settembre si scatenò il massacro contro i profughi palestinesi nei campi in libano.Tremila morti tra Sabra e Chatila. Una strage mai giudicata da un tribunale internazionale ma neanche dimenticata Anche il degrado dei luoghi ha un peso. I cumuli di rifiuti nascondono esistenze e drammi, i vicoli stretti e bui allontanano persino i più curiosi. Un campo profughi palestinese è così e tanti in Libano li evitano, fingono di non vederli più. Nulla però potrà nascondere e annullare la memoria di tremila uomini, donne e bambini, massacrati trent'anni fa a Sabra e Shatila. Quei volti rimarranno scolpiti nella storia se la scrittura, come avvenne la prima volta con il grande scrittore Jean Genet, ne testimonia l'orrore.

Quattro ore a Shatila

Una fotografia a due dimensioni, e anche lo schermo televisivo - né l'una né l'altro si possono percorrere. Da un muro all'altro di una via, curvi o inarcati, i piedi contro un muro e la testa appoggiata all'altro, i cadaveri neri e gonfi, che dovevo scavalcare, erano tutti di palestinesi o libanesi. Per me come per quello che restava della popolazione, la circolazione a Chatila e a Sabra somigliava a un gioco di "saltacavalletta". Un bimbo morto, a volte, può bloccare le strade, che sono così strette, quasi sottili e i morti sono così tanti. Il loro odore è indubbiamente familiare ai vecchi: non mi infastidiva. Ma quante mosche! Se sollevavo il fazzoletto o il giornale arabo posato su una testa, le disturbavo. Inferocite dal mio gesto, arrivavano a sciami sul dorso della mia mano, cercando nutrimento.

Il primo cadavere che ho visto è stato quello di un uomo di cinquanta, sessant'anni. Avrebbe avuto una corona di capelli bianchi se uno squarcio (un colpo d'ascia, mi è parso) non gli avesse aperto il cranio. Una parte nerastra del cervello era a terra, accanto alla testa. Il corpo era accasciato in un mare di sangue, nero e coagulato. La cintura non era allacciata, i pantaloni tenuti su da un solo bottone. Piedi e gambe del morto erano nudi, neri, violacei, forse era stato sorpreso durante la notte o all'alba. Si stava mettendo in salvo? Era steso in una viuzza a destra, subito dopo l'entrata del campo di Chatila che è di fronte all'Ambasciata del Kuwait. Il massacro di Chatila si è compiuto nel brusìo o nel silenzio totale, se gli israeliani, soldati e ufficiali, sostengono di non aver sentito nulla, di non aver dubitato di niente mentre occupavano questo edificio, da mercoledì pomeriggio?

La fotografia non coglie le mosche, né l'odore bianco e greve della morte. Non racconta il salto che si deve fare quando si passa da un cadavere all'altro.
Se si guarda attentamente un morto, si può cogliere un curioso fenomeno: l'assenza di vita di questo corpo equivale a una assenza totale del corpo o piuttosto al suo ininterrotto distacco. Anche se ci si avvicina, si pensa, non lo toccherà mai. Questo se lo si contempla. Ma un gesto fatto nella sua direzione, che ci si abbassi verso di lui, che gli si sposti un braccio, un dito, ed è all'improvviso presente e quasi amichevole.

L'amore e la morte. Questi due termini, quando uno dei due viene scritto, si associano subito. Sono dovuto andare a Chatila per percepire l'oscenità dell'amore e l'oscenità della morte. I corpi, nei due casi, non hanno più nulla da nascondere: posture, contorsioni, gesti, segni, i silenzi stessi appartengono all'uno e all'altro mondo.
Il corpo di un uomo dai trenta ai trentacinque anni era steso sul ventre. Come se tutto il corpo non fosse altro che una vescica dalla forma umana, sotto il sole e a causa del processo di decomposizione si era gonfiato fino a tendere i pantaloni che rischiavano di esplodere alle cosce e alle natiche. La sola parte del viso che sono riuscito a vedere era violacea e nera. Un po' sopra il ginocchio, sotto la stoffa lacerata, la coscia piegata mostrava una ferita. Origine della ferita: una baionetta, un coltello, un pugnale? Mosche sulla ferita e attorno ad essa. La testa più grossa di un'anguria - un'anguria nera. Ho chiesto il suo nome, era musulmano.

- Chi è?
- Palestinese, - mi ha risposto in francese un uomo sulla quarantina - Guardi quello che gli hanno fatto.

Ha tolto il velo che copriva i piedi e una parte delle gambe. I polpacci erano nudi, neri e gonfi. I piedi calzavano stivaletti neri, non allacciati, e le caviglie erano strette, fortemente, dal nodo di una corda resistente - la sua robustezza era ben visibile - lunga circa tre metri, che ho disposto in nome che la signora S. (americana) potesse fotografarla con decisione. Ho chiesto all'uomo se potessi vedere il viso.

- Se vuole, ma se lo guardi da sé.
- Mi aiuta a girargli la testa?
- No.
- L'hanno trascinato per le strade con questa corda?
- Non so.
- Quelli del comandante Haddad?
- Non lo so.
- Gli israeliani?
- Non lo so.
- I kataeb?
- Non lo so.
- Lo conosce?
- Sì.
- L'ha visto morire?
- Sì.
- Chi l'ha ucciso?
- Non so.
In tutta fretta si è allontanato dal morto e da me. Mi ha guardato da lontano, ed è scomparso in un vicolo laterale.
Quale vicolo prendere adesso? Ero strattonato da cinquantenni, da giovani ventenni, da due vecchie arabe, e avevo l'impressione di essere al centro di una rosa dei venti i cui raggi contenevano centinaia di morti.
Annoto quanto segue, senza sapere bene il perché, a questo punto del mio racconto: "I francesi hanno l'abitudine di usare questa scialba espressione: 'lavoro sporco'; ebbene, come l'esercito israeliano ha ordinato il 'lavoro sporco' ai Kataeb, o agli hassadisti, i laburisti lo hanno fatto portare a termine dal Likud, Begin, Sharon, Shamir, questo 'lavoro sporco'". Ho appena citato R., giornalista palestinese, ancora a Beirut domenica 19 settembre.

In mezzo a tutte le vittime torturate, la mia mente non può disfarsi di questa "visione invisibile": come era il carnefice? Chi era? Lo vedo e non lo vedo. Mi acceca gli occhi, e non avrà mai altra forma che quella disegnata da pose, posture, gesti grotteschi dei cadaveri divorati, sotto il sole, da schiere di mosche.

Jean Genet - Quattro ore a Shatila
Gamberetti Editrice (L'alfabeto Umano) - Euro 5,16


La mostra
“Notte Molto nera, Sabra e Chatila una memoria scomoda”




Io sono stato nel Libano. Ho visitato i cimiteri di Chatila e Sabra. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quel massacro orrendo. Il responsabile di quel massacro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro fatto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando della società.
Sandro Pertini, messaggio di fine anno agli italiani, 31.12.1983



Diego







12/09/12

Belsen was a gas. L'inedito



E' online su YouTube un pezzo che si pensava fosse andato perduto: è la versione di 'Belsen was a gas' dei Sex Pistols registrata in studio nel 1977 con Johnny Rotten al microfono e Sid Vicious al basso, di cui finora vi erano solo versioni live. Il pezzo verrà pubblicato il 24 settembre nel cofanetto per i 35 anni dall'uscita della pietra miliare "Never Mind the bollocks".

Secondo l'Herald Sun australiano la traccia inedita sarebbe stata ritrovata dopo il trasferimento del gruppo dalla Virgin Records alla Universal Music



Dall'Inferno di Gaza a quello del Cie

Gaza è un paese davvero imprevedibile. E' faticoso vivere e crescere in sintonia con se stessi e con tutte le bellezze che il luogo può offrire. Si deve essere estremamente fantasiosi e amarsi allo sfinimento per poter far finta di nulla e resistere in quel clima rovente. Se guardavo solo i lati negativi e mi buttavo giù in continuazione, vivevo immerso nella disperazione e non riuscivo ad alzare la testa. Da molti anni fame, violenza, morte e terrore hanno accompagnato la routine quotidiana della mia vita, della città e di tutto il territorio circostante. Quella non era vita, non era libertà. Era solo terrore.' Feisal è un ragazzo palestinese nato tra la guerra e la disperazione della Striscia di Gaza, catapultato nell'inferno dei Cie italiani, ritrovandosi cosi dietro le sbarre del centro di Ponte Galeria, a pochi km dalla capitale e qui inizia a raccontare la sua vita, la sua terra, reclamando nient'altro che..umanità'. Non si arrende, Feisal, lui prigioniero come i più di quaranta milioni di persone costrette alla fuga a causa di guerre e ingiustizie: 16 milioni di rifugiati, 27 milioni di sfollati interni, 850 mila richiedenti d'asilo che il mondo respinge, negando la liberta alle vittime di quei conflitti che lo stesso occidente sostiene e ingaggia.

'Pozze di sangue, secco o vivo, riuscivi a trovarlo ovunque a Gaza. Ogni persona poteva rientrare con i vestiti, le mani o la faccia imbevuti di sangue. O peggio ancora non rincasare proprio. Si versavano lacrime in continuazione, dato che c'era sempre il padre o la madre di qualcuno che perdeva la vita.'

Una vera e propria lotta per la sopravvivenza in cui gli ultimi degli ultimi sono i bambini e gli adolescenti, che dai campi profughi di Beach Camp, da dove proviene Feisal, vengono portati al di la della propria volontà in un occidente ostile, dove, come minori di serie b, vengono spogliati di quei diritti fondamentali che lo stesso paese ospitante ha messo nero su bianco nelle Convenzioni Internazionali e sbandierate come cartina di tornasole di civiltà e democrazia. Il nostro paese, l'Italia, è stato condannato dalla Corte Europea dei diritti umani per i respingimenti dei profughi libici, in fuga dal loro paese straziato dal conflitto, e per aver infranto l'articolo 3 della Convenzione dei diritti umani, sui trattamenti degradanti e la tortura.

Feisal qui parla al passato, ma quella che descrive è la condizione odierna e permanente della Striscia di Gaza, sotto la feroce occupazione del libero e democratico stato d'Israele..




FEISAL - Andrea Onofri
Book sprint edizioni









10/09/12

Hipsters



Sub-Cultura, le origini
Hipster è un termine nato negli anni quaranta negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop. Si trattava in genere di ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani. Questo tipo di sottocultura si ampliò rapidamente, assumendo nuove forme dopo la seconda guerra mondiale, quando al movimento si associò una fiorente scena letteraria. Jack Kerouac descrisse gli hipster degli anni quaranta come anime erranti portatrici di una speciale spiritualità. Fu però Norman Mailer a dare una definizione precisa del movimento. In un saggio intitolato Il bianco negro (1967), Mailer descrisse gli hipster come esistenzialisti americani, che vivevano la loro vita circondati dalla morte - annientati dalla guerra atomica o strangolati dal conformismo sociale - e che decidevano di «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell'io»

L'autore Frank Tirro, nel suo libro Jazz: a History (1977), definisce in questo modo gli hipster degli anni quaranta:

«Per l'hipster, Charlie Parker era il modello di riferimento. L'hipster è un uomo sotterraneo, è durante la seconda guerra mondiale ciò che il dadaismo è stato per la prima. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza. Conosce l'ipocrisia della burocrazia e l'odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l'esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz.»

(Wikipedia)

Le origini esatte sono pero ancora in discussione, e alcuni affermano che era un derivato di "hop", termine che in gergo stava per indicare i consumatori d'oppio.




Inizio anni 90, le intenzioni

Hipsters, indipendenza, contro-cultura, politica progressista, impregnati di arte e indie-rock, creatività, l'intelligenza e battute argute. Anche se "hipsterismo" è in realtà uno stato d'animo, spesso intrecciato con sensibilità distinte. La cultura Hipsters respinge l’ignoranza, gli atteggiamenti dei consumatori tradizionali e hanno un gusto estetico ispirato agli stilisti creativi delle citta urbane, caratterizzato per lo più dai pantaloni a vita bassa attillati, scarpe da ginnastica, capelli androgini disordinati con tagli asimmetrici. Nonostante i pregiudizi sul gusto estetico, gli hipsters tendono a essere ben istruiti e molti sono ben introdotti nel mondo della musica, dell'arte, della moda. E 'un mito che la maggior parte siano disoccupati e che vivono alle spalle dei loro genitori. Tendono di evitare le tradizionali convenzioni sociali e di non essere influenzati dalla pubblicità mainstream e dai media, che tendono a promuovere solo gli ideali di bellezza etnocentrici. I concetti di androginia e il femminismo hanno influenzato la cultura hipster, e vedono come simboli di oppressione maschile il sessismo e la misoginia. La cultura Hipster ama il melting pot, lo scambio interrazziale e sono pionieri nelle ultime tendenze culturali. Una caratteristica  di cui si vanta la cultura Hip è la continua ricerca del nuovo: correnti musicali, letterarie e di moda che raggiungono il grande pubblico vengono abbandonate o quantomeno rielaborate e migliorate.

Christian Lorentzen di Time Out New York, sostiene che "hipsterismo feticizza gli autentici" elementi di tutti i "movimenti marginali del dopoguerra, dall'era beat, al flower power hippy, fino al punk e al grunge.

Epilogo
Hipsterismo moderno viene spesso liquidato oggi come una moda, un atteggio e un’operazione d'immagine. Un ghetto sociale, uno dei tanti prodotti dalle subculture urbane, in cui rinchiudersi e cullarsi nell'idea che assumere un canone estetico particolare (occhiali dalla montatura spessa, stesso taglio di capelli, jeans attillati) possa bastare a distinguersi dalla massa e a non omologarsi, finendo poi in un calderone mainstream più anonimo che mai..




 

YOU ROK HIPSTERS!




09/09/12

Moonface, il coraggio struggente di andare avanti

'Moonface non è una band, è semplicemente un mezzo, la mia metà, la parte vecchia di me che metto in tutti i progetti solisti o di collaborazione in cui sono coinvolto'. Cantante, compositore, tastierista, Spencer Krug è stato in precedenza leader dei Wolf Parade e uno degli alfieri della nuova ondata rock canadese, con Arcade Fire, Broken Social Scene ed altri.
Questa volta è toccato a Siinai, band finlandese, che si potrebbe tranquillamente definire una band progressive con influenze evidenti di kraut rock. Le loro canzoni sono lunghe e pesanti, spesso ripetitive, ipnotiche, ma alcune davvero bellissime.Hanno dato a quest'album un alone di luce fredda e di oscurità, ma per Krug è comunque una sorta di "ritorno al rock", dopo aver abbandonato la ridotta strumentazione utilizzata nei due album precedenti, strumentali, con pezzi lunghissimi e in definitiva un pò spossanti.

Bravery è un disco struggente, come semplifica il titolo, di come si facevano una volta. Krug canta, una voce profonda e potente sui synth minacciosi, e il piano che ricorda l'era Joy Division.
L'inevitabilità dei rapporti interpersonali imperfetti, i fallimenti nella vita, con i sentimenti di merda che ne derivano, la bruttezza, il coraggio, sono i temi esplorati in queste canzoni. Non si tratta di temi particolarmente originali, ma questo disco li affonta forse più in profondo, con i suoi personaggi dai cuori spezzati (credo che ci sia molto di autobiografico..), l'amarezza, la delusione.
E questo sound dark, notturno, sembra fatto apposta per essere ascoltato in una fottuta giornata di pioggia, osservando dietro la finestra, il mondo e le sue miserie umane..
Una delle poche novità che vale la pena di ascoltare.

HEARTBREAKING BRAVERY




08/09/12

Fuck! Ramones Live





Ma chi cazzo è sto Casaleggio?

Lui e Grillo proibiscono ai rappresentanti del movimento di andare in tv: E ci credo. Gli unici interventi pervenuti ci informavano che loro, i grillini, gli alternativi, riuniti in una casa-sezione  a discutere dei gravi problemi del paese tra una partita a carte e un bicchiere di vino, alle ultime elezioni avevano votato Berlusconi, alcuni per la Lega. Quando gli è stato chiesto se questa non fosse un incongruenza, una contradizione politica macroscopica, senza battere ciglio confermavano (e cito parole testuali): <<"Votavo Berlusconi perchè era divertente, mi faceva ridere...">>. Immagino Grillo e questo..Casaleggio davanti allo schermo. Certo non tutti avranno questo pò pò di background politico alle spalle, ci sono ragazzi e gente che ci crede davvero, al cambiamento, ma la base è la base, e non ci possiamo lamentare solo di quei quattro vecchi bacucchi ingioellati e impellicciati che inneggiano al ritorno del messia in una desolata piazza deserta, ormai. La verità è che, a suo tempo, avevo anche provato ad avvicinarmi ad uno dei banchetti grillini presenti in città: niente, ti squadrano da capo a piedi un pò infastiditi, non ti si fila nessuno, tantomeno se chiedi qualcosa a riguardo dell' iniziativa. Se vuoi, prendi la penna, firmi e te ne vai, altrimenti sei uno zombie, un cadavere, un invisibile ai loro occhi. Contenti loro..Tanto, dopo il famoso fuori onda del consigliere regionale emiliano che attesta che nel movimento non conta un cazzo nessuno, hanno proposto di far fuori chiunque superi di qualche minuto la soglia dei quarant'anni. Che abbia inizio la festa..



Federica Fantozzi 
(l'Unità on Line)

Il Rasputin del web. Il Gianni Letta 2.0 di Beppe Grillo. Il capo del misterioso Staff che fa il bello e il cattivo tempo dentro il Movimento 5 Stelle. Il Guru del Comico. Un padre-padrone onnisciente e dispotico. Un Angelo Branduardi ingrassato (secondo Filippo Facci). Un Bill Gates con la zazzera (secondo il mensile GQ). Di se stesso dice: “Mi hanno definito il Piccolo Fratello di Grillo (di orwelliana ispirazione, ndr), è vero solo che a Beppe voglio bene come a un fratello”. Nel M5S di questo ingombrante personaggio si sussurrava da mesi, ma dopo il fuorionda di Giovanni Favia a “Piazza Pulita” (GUARDA IL VIDEO), Casaleggio è uscito suo malgrado da dietro le quinte.

“Spietato, vendicativo, (uno che) prende per il culo tutti perché la democrazia da noi non esiste, una mente freddissima, intelligente, acculturata...” ha detto il consigliere regionale emiliano. Sulla Rete la questione è esplosa, condita da illazioni sull'ipotesi di un fuorionda concordato. Favia smentisce, ma è un giovanotto ambizioso. Di certo, da oggi sarà più difficile ignorare le sue domande: è vero che Casaleggio “controlla tutto dall'alto”? Che manderà in Parlamento “chi vuole lui”? Che online “non si può più parlare né organizzare incontri”?

Casaleggio nega. Il suo rapporto con il leader del M5S è da gemelli siamesi. E' stato lui a convertirlo alla tecnologia, ai tempi in cui il comico credeva che il virtuale fosse il male assoluto e fracassava un pc dopo ogni show: “Pensai che fosse un genio del male – riporta Repubblica – o un San Francesco che anziché agli uccellini parlasse a Internet”. Anni dopo, quel nodo resta irrisolto. E' il proprietario della Casaleggio Associati, società che si occupa di comunicazione e marketing, presieduta dal giornalista economico Enrico Sassoon. Gestisce il blog, la rete dei meet-up, pubblicazioni e tournée. Secondo alcuni sarebbe il proprietario occulto del simbolo del Movimento, ma Grillo ha smentito con durezza: “E' mio, basterebbe una verifica per evitare figure di merda...”.

Riccioli color sabbia, occhialetti tondi, una carriera iniziata alla Olivetti, ha studiato e modernizzato il concetto di opinion leader, plasmandolo sui modelli di comunicazione online. Per i detrattori, una sorta di “Uomo che Sussurra alla Rete”. Un Suggeritore dei politici in cerca di visibilità non convenzionale, di spazi poco mediati con la gente, di canali di coinvolgimento diretti e convincenti. Infatti si è occupato in passato anche del sito-blog di Antonio Di Pietro, poi il rapporto si è interrotto. Ebbene: il vero capo del M5S è lui e Grillo è il suo megafono? Tra i militanti c'è chi lo pensa. Quantomeno ne individuano lo zampino nelle brusche espulsioni, nella nebbia che avvolge le prossime candidature in Parlamento. Il “Movimento Revolution”, formato da sedicenti grillini “epurati” ha presentato un esposto all'Autorità garante per la concorrenza e il mercato contro la “Casaleggio e Associati”: il sospetto (respinto da Grillo) è che si tratti di una società di e-commerce realizzata per fare utili attraverso il blog e la vendita di alcuni prodotti.

L'Agcm ha aperto un fascicolo per pratica commerciale scorretta e pubblicità non trasparente. Adesso Favia, turlupinato o consapevole, ha portato tutte le perplessità fuori dalle segrete stanze. E per Grillo sarà più difficile liquidare tutto con un PS: “Puoi Sparire”. Destinato a chi, poi? 


01/09/12

Sei Fantasmi per una Band: Checkmate Savage

Di folk, nella Phantom Band, io non ne vedo molto, anche se tutti si affannano ad etichettarli come band folk, per poi aggiungere che però sono anche rock, kraut, pop e chi più ne ha più ne metta. Non siamo critici pretenziosi, iper specializzati e un pò snob e questo dischetto d'esordio del sestetto scozzese (che prende comunque il nome dalla band di Jaki Liebezeit, batterista dei Can, leggendario, avanguardistico, futuristico e seminale gruppo tedesco che insieme a Kraftwerk, Neu!, Faust,Tangerine Dream, Cluster ed altri,  hanno lasciato tracce indelebili nella storia della musica alternativa e sperimentale), ci piace non poco. Certo, è un disco d'esordio, e come tale, un calderone di influenze più disparate (d'altronde, negli ultimi anni chi ha sfornato qualcosa di veramente originale, di nuovo, senza guardare al passato?), disgiunto, che lo rende complesso e bisognoso di attenzione e ascolto approfondito. E' piaciuto perchè attraversato da una strana inquietudine, creativo e un pò sinistro, con nove canzoni che ci portano in nove mondi diversi tra loro. E poi, in 'The Whole Is On My Side' affermano: "So di essere stato sciocco, ma stavo solo cercando di comportarmi come un uomo ".. Il disco, Checkmate Savage, è del 2009. 
Buon ascolto.

Checkmate Savage



31/08/12

Il Barbaro che amava i libri: Temujin

Mah..A chi mai potrà interessare un post su Temujin? Migliaia, forse milioni di pagine in rete, tra mito e leggenda, storia e curiosità, tentativi di appropriazioni a fini politici e strumentali. Ma un blog credo sia una specie di diario personale, in fondo, fatto principalmente per chi ci scrive, dove riversare i propri interessi, le cose che più ci piacciono, e quelle che detestiamo. Approfondire. Serve a confrontarci con noi stessi, uno sguardo speculare su quello che siamo, su quello che vorremmo essere. Per scoprire a volte che tutto ciò che detestiamo davvero fa sostanzialmente parte di noi, della nostra cultura, del nostro mondo, pur con tutti i suoi indubbi meriti: un minimo di benessere per tutti, la coesione (mai così in basso come in questo momento) e la sicurezza minima garantita a tutti, a differenza del passato e rispetto ad altre realtà.

 E anche per sfuggire alla logica del.."mi piace", perversa, noiosa e inconcludente dei social network.
Un post su Temujin perché è un personaggio che da sempre mi ha colpito e affascinato, tra i tanti, per motivi che spesso si fa fatica a comprendere. Magari è perché a scuola neanche ce li hanno mai nominati certi personaggi e li abbiamo poi scoperti per caso: un articolo di giornale, attraverso la storia di un paese, un documentario in tv, una trasmissione radiofonica..(bellissima quella su radio2, dedicata al nostro, venti puntate in forma di sceneggiato curate da Vito Bianchi). E si parla di clima, risorse, nomadismo,  di vivere a stretto contatto con gli animali e la natura,  piccoli gruppi familiari autonomi, sempre in bilico tra sopravvivenza ed estinzione.

E allora ecco che nel 2004 viene ritrovato in Mongolia un documento sensazionale. Scritto in lingua mongola e risalente al 1219, in uno stile e in un tono assolutamente inconfondibile da non lasciare dubbi: lo scritto è di Gengis Khan e le prove accumulate al riguardo hanno ormai superato il vaglio di storici e archeologi. Le prime tracce di scrittura in lingua mongola risalgono all'inizio del XIII secolo, quando Gengis Khan aveva ormai superato i quarant'anni, essendo nato nel 1167: aveva imparato quindi a scrivere, cosa che fino ad ora era sempre stata esclusa, e ora è dimostrato anche che la sua capacità di lettura era pari ai pochi mongoli letterati della sua epoca. Lo scritto, ritrovato dentro un libro di meditazione dedicato a un religioso taoista, è un editto in cui il grande condottiero ordina ai suoi ministri di compilare un manuale tratto dalle sue lezioni, aggiungendo poi che lo leggerà personalmente. Grazie a questa e ad altre scoperte il giudizio su Gengis Khan è ulteriormente rivisto e rivalutato. Nato da una famiglia di guerrieri Temujin riuscì a unire sotto il suo comando tutte le tribù nomadi mongole travolgendo la Cina, civiltà ben più antica e dilagando in tutta l'Asia islamica e occidentale, sgominando poi russi, turchi e persiani. Anche dopo la sua morte, la civiltà mongola si espanse irradiando la sua influenza in India, in Asia minore, fino all'Europa centro-orientale. In pratica, per estensione, il più grande impero mai esistito. Quindi Gengis Khan, letteralmente "Signore dell'Universo" sapeva leggere e scrivere e ora anche l'arte mongola viene rivalutata, dato che fino ad ora si pensava che la grandezza dell'impero fosse stata costruita sull'assimilazione delle culture dei popoli sottomessi e bisognosa di prestiti altrui, con oggetti e preziosi trasportati da questo popolo itinerante per lunghe distanze. Di là dal revisionismo, il nome di Gengis Khan è sinonimo di barbarie e spietatezza e l'unica superiorità che gli viene riconosciuta è quella militare. Un esercito potentissimo, una cavalleria leggera e molto rapida, sempre in movimento, con i cavalieri addestrati a cavalcare al contrario e a scoccare simultaneamente le frecce. Mentre la sua ferocia, secondo gli storici, era dovuta alla minaccia della siccità e della desertificazione cui erano sottoposte le tribù mongole nelle loro terre d'origine, quindi scaturita da una logica di mera sopravvivenza. Nel corso della storia Gengis Khan è stato omaggiato da molti personaggi illustri, Voltaire che gli dedicò una commedia, L'Orphelin de la Chine, sostenendo che egli fu conquistato dalla civiltà cinese fino a diventarne un ammiratore, mentre Mao, nella poesia Neve gli rende omaggio come grande guerriero descrivendolo però privo di cultura. Gengis Khan amava studiare i paesi conquistati e la storia degli imperi che l'avevano preceduto, ordinò la creazione del primo alfabeto mongolo, concesse nel 1200 la libertà di culto ai suoi sudditi e diffidava degli intellettuali, soprattutto cinesi, non per disprezzo verso la cultura, ma per il timore che la loro influenza potesse minare dall'interno il suo impero. Questa discriminazione rese impossibile la comunicazione con la popolazione cinese e porto al crollo delle dinastie mongole travolte da furiose rivolte contadine. Ironia della sorte, oggi sono i mongoli, ridotti a una minoranza debole e marginale, a doversi difendere da una "sinizzazione" galoppante, mentre Temujin conosce un rilancio in tutta l'Asia e quegli stessi cinesi che lo subirono otto secoli prima come tiranno oggi gli dedicano serie tv e kolossal cinematografici. Nonostante che nel corso dei secoli fossero state individuate almeno quattro località come presunte tombe, nel 2002 gli archeologi annunciarono il ritrovamento della vera tomba del grande Signore dell'Universo, a 330 km da Ulan Bator..









26/08/12

Il peggior inchiostro è sempre meglio della migliore memoria: i miei migliori Live

I migliori Live (parte seconda)

IL PEGGOR INCHIOSTRO E' SEMPRE MEGLIO DELLA MIGLIORE MEMORIA
(proverbio cinese)


Più un esercizio di memoria che vere e proprie recensioni dei concerti visti. Alcuni sono veramente troppo lontani, quindi ci sono ricordi..essenziali, altri più recenti e quindi più nitidi, altri ancora completamente sfuggiti (ma a questo c'è rimedio..).
L'elemento soggettivo della memoria credo sia importante, almeno quanto lo sia quello oggettivo, cioè l'importanza della memoria nella costituzione e nella costruzione dell'identità personale è altrettanto importante di quella collettiva, come la memoria di un popolo, di una comunità, di una nazione. Il non ricordare più niente di se stessi equivale quasi a una condanna a morte. La memoria ci consente di tener traccia del percorso da cui proveniamo, e che ci tiene ancorati al presente per poi proiettarci nel futuro.

A cosa serve la memoria? A ricordare, certo, ma più profondamente, serve a pensare, a riflettere, e più in generale, a conoscere. Platone, criticò la scrittura proprio perché stimolava la memoria esteriore a discapito della memoria interiore, mentre il proverbio cinese ci riporta all'importanza della memoria scritta, che assume un ruolo fondamentale, perché abbiamo l'impressione che perdendone anche un solo pezzo potremmo perdere parte della nostra identità. Come contro altare c'è che spesso abbiamo bisogno di dimenticare, episodi, fatti, accadimenti della nostra vita e il non poter dimenticare è una cosa terribile, un’identica condanna come quella di quanti non riescono più a ricordare niente. Inoltre bisogna andarci cauti perché la memoria non è infallibile e può causare guai seri, come nella testimonianza oculare in un processo per crimini commessi. Ecco perché tra la troppa memoria e la poca memoria c'è  il pensare, che significa appunto..ricordare ma non troppo.

NB: Non c'è un ordine cronologico, ho buttato giù così come la memoria mi suggeriva.



David Bowie

Lo Spider Mars Tour..per promuovere Never Let me Down, un disco mediocre, disconosciuto da Bowie stesso (..lasciai a Carlos Alomar e ai ragazzi il compito di finire e arrangiare l'album a N. Y, mentre me ne andavo in giro a rimorchiare ragazze..) Credo sia stato il tour più disastroso del Duca, con contestazioni a Milano, l'incidente di Firenze con la morte di un tecnico delle luci, una scenografia kitsch, (un enorme struttura a forma di ragno, lui che svolazzava per aria su di una giostra da luna park..), un gruppo di ballerini sconclusionati e..Peter Frampton alla chitarra, e a cui fu affidata Son of the Silent Age in una versione più che disastrosa. Arrivati allo stadio Flaminio, le premesse non erano per niente buone, c'era già tensione nell'aria, tanti erano senza biglietto e i primi tafferugli iniziarono quasi subito. Bowie rientrò in scena con un asciugamano bagnato sul volto: fuori lo stadio impazzava la battaglia, i fumi dei lacrimogeni invasero tutta l'area del concerto che continuò nonostante le molte interruzioni. Impiegammo più di un’ora per raggiungere poi l'auto, tra lacrimogeni ad altezza d'uomo, pestaggi di gruppo, caos e panico totale. Il tour fu ferocemente stroncato in Europa, mentre negli Usa, che di cattivo gusto ne sanno molto più di noi, andò meglio, tra recensioni entusiaste e sold-out.

Tutt'altro il Sound and Vision Tour, con tappa al Palaeur per due date consecutive. Senza fuochi d'artificio, raggi laser e ragni giganti a occupare il palco, con una band di solo quattro elementi, Erdal Kizilcay al basso, Rick Fox alle tastiere, il fido Michael Hodges alla batteria e un superlativo Adrian Belew alla chitarra. Bowie costruì uno spettacolo memorabile anche se essenziale e minimale. La scaletta fu costruita in gran parte attraverso precedenti sondaggi tra i fans, cosi da ripercorrere l'intera carriera non attraverso i successi commerciali ma assecondando le richieste, con brani che non venivano eseguiti ormai da molti anni. Tutto andò per il meglio, per uno dei migliori show mai visti nella capitale. (ps:comunque in questo caso sono proprio di parte, essendo Bowie il mio idolo dalla notte dei tempi).

Massive Attack

Una delle location più belle per un concerto, L'Arena Flegrea alla Mostra d'Oltremare di Napoli, sotto una luna piena spettacolare. Non un vero live dei Massive, piuttosto un set di Robert Del Naja, con Horace Andy come vocalist principale, che veniva a presentare il "suo" album 100th Windows. Daddy G entrò in scena solo per Karmacoma, quasi come guest star, dopo che la band aveva eseguito quasi per intero l'ultimo album. Anche se qualcuno ci rimase male, fu un grande spettacolo, con il megaschermo alle spalle del gruppo ricreato sul modello del sito multimediale dedicato a 100thWindows, una Future Proof iniziale a volume stratosferico con la chitarra elettrica che fece tremare la struttura..e una ragazza minuta al violino elettrico che fece sfaville. Pubblico delle grandi occasioni, sold out e non poteva essere che così: le origini partenopee di Robert e il suo amore per Napoli (e per il Napoli Football Club) hanno reso i Massive Attack il gruppo più amato in ambito alternative in città e in tutta la regione.

Al Roma Rock Festival, allestito presso l’ippodromo delle Capannelle, con il gruppo al gran completo e dieci mila fans e più ad accogliere la band dopo anni di assenza. Dal vivo suoni dei Massive Attack sono ancora più profondi. Ottimi musicisti, ti potevi concentrare su ogni singolo strumento, per un’acustica che rasentava la perfezione. Il dub prende il sopravvento, Mezzanine come riferimento principale, eseguito con un mix di dub, trip hop e rock che mandò in visibilio il pubblico.  Letteralmente osannato Horace Andy, in splendida forma, dalla colonna rasta della capitale, una delle più folte in Italia. Nessun problema, birra gelata, atmosfera di festa e un po’ d’invidia per le persone che avevano i posti migliori ai lati del palco..

The Fall

La verità: uno dei pochi concerti di cui ricordo ben poco. Al Brancaleone di Roma, una di quelle serate in cui magicamente ci si ritrova tutti, ma proprio tutti. Non poteva essere altrimenti, per assistere a un concerto dei Fall, che certo non si può definire uno show. Quello che ricordo è l'arrivo sul palco di Mark E. Smith, il volto invecchiato ed emaciato, scorbutico e distaccato come sempre, quasi accasciato sull'asta del microfono. E la band di quasi ragazzini che lo supportavano. Ricordo un bell’intro e il girone infernale che si scatenò tra noi, con una specie di roulette russa del bicchiere. Mi risvegliai la mattina dopo..incredulo.

  
Fleshtones

Ricordo invece di essermi divertito molto a quello dei Fleshtones, una bellissima serata estiva in giro per Napoli e più esattamente..per i bar di Napoli. Non eravamo in molti nel tenda a strisce e forse fu proprio questo a creare un’atmosfera intima e di festa. Non sono mai stato troppo un tipo da ballo o da pogo ma sfido chiunque a star fermo a uno spettacolo dei Fleshtones, con Peter Zaremba scatenato sulle note dell’organo farfisa e con il resto della band che sembrava davvero divertirsi. Nel lungo viale che ci riportava alla metro, fu tutta una sequenza di fischi e d’inviti da parte di prostitute e travestiti, i più simpatici e spiritosi, alcuni/e si offrivano gratis, ero..molto giovane, davvero un ragazzino.


P.G.R

Nella splendida cornice degli scavi di Ostia Antica. La serie di concerti per presentare l'omonimo disco, prodotto da Hector Zazou, scomparso poi nel 2008, spesso presente anche on stage. Avevo visto più volte Cccp e Csi, che consideravo (e considero) davvero delle formazioni innovative nel panorama italiano, allora veramente vivo, pieno di fermento, voglia di sperimentare; la collaborazione di Zazou non fece per niente bene sia al disco che ai relativi concerti, i suoi arrangiamenti world produssero solo noia e stanchezza, anche se il pubblico, composto per la grand parte dallo zoccolo duro ferrettiano non fischiò, limitandosi ad approvazione di routine. Ferretti, che aveva già manifestato i primi sintomi di squilibrio ai tempi dello scioglimento dei Csi, poco dopo entrò nella vastissima schiera dei pentiti, visto che i tempi erano ormai maturi, e andò perfino in televisione da Ferrara, poi da Chiambretti e ancora su Mtv, il capostipite dei voltagabbana per interesse, a dichiarare il suo amore per il berlusconismo e per il nuovo papa. Dal punk islam al vaticano per una delle giravolte più incredibili che la storia musicale e non ricordi. Non contento, vista l’indifferenza che ne segui, dopo un primo smarrimento dei tanti fans, dichiarò che era una fortuna che in Italia ci fosse la Lega. Visto com’è finita l'allegra combriccola di scrocconi, incompetenti e razzisti padani, direi che porta pure un po’ sfiga. Generosamente qualcuno andò sotto casa sua, limitandosi a una sintesi preziosa: dalle pere a..Pera, in riferimento al senatore Marcello Pera, ultra cattolico e un altra delle grandi teste pensanti che il berlusconismo riciclò e mise in campo, e uno dei nuovi idoli di Ferretti, mentre per le "pere", il riferimento è all'uso di eroina che il nostro eroe ha piu volte ammesso, poi rinnegato, poi di nuovo ammesso e cosi via. Dei concerti dei Cccp non parlo, davvero un'altra epoca. Rimando tutto a questa bella sintesi del 2 006 sul blog Leonardo. Comunque, massimo rispetto per Zamboni, Maroccolo (uno dei bassi più potenti mai ascoltati dal vivo) e gli altri componenti dei tre gruppi..




Michael Rother
 
Quasi da non crederci. Per quanti di noi, amanti della musica dal vivo, avevano sognato di poter vedere un live dei Neu! fu un’occasione imperdibile. Con solo quattro album pubblicati i due ex collaboratori dei Kraftwerk nei primi anni settanta, Michael Rother e Klaus Dinger, con i Neu! sono stati il fulcro del Krautrock, uno dei gruppi più avanguardistici, sperimentali e influenti non solo della musica elettronica ma di tutto il panorama rock. Da David Bowie ai P.i.l, dai Joy Division a Gary Newman a tutta la new wave e il post punk, tutti hanno tratto ispirazione e idee dal duo di Düsseldorf che dopo la rottura del sodalizio, tra scontri e incomprensioni, andarono a formare band separate, gli Harmonia per Rother e i L.A. Düsseldorf per Dinger. Forse proprio dopo la morte di quest'ultimo che Rother decide di proporre la musica dei Neu! in una serie di concerti in giro per il mondo, insieme al batterista dei Sonic Youth (fan accaniti dei Neu!) P. Shelley e il bassista Aaron Mullan, denominato Hallogallo da uno dei pezzi più famosi della band.  Cosi in una fresca serata d'ottobre attraversiamo come il solito tutta la tuscolana e arriviamo in anticipo al Circolo, già affollato e che si riempirà del tutto a inizio concerto. Rother semi-nascosto con la sua chitarra dietro mixer e computer, Shelley picchia duro sostenuto da Mullan, per settanta minuti senza fiato, ipnotici, con suoni che sembrano ripetitivi ma, per chi ama i Neu! e il kraut, ripetitive non sono. Nella scaletta manca qualcosa ma è tiratissima, con brani degli Harmonia (grandissima De Luxe) e un inedito, mi sembra. Un po’ di birra, il ritmo pulsante e potente di tre soli musicisti e un’acustica accettabile rendono bene l'idea di una serata "cosmica", da tanto attesa, troppo, e finalmente arrivata..

Nota di merito per..Jujuka: nonostante la birra e la bolgia non mi sviene tra le braccia, come al concerto dei God is an Astronaut e tutto va per il meglio.

Ian Gillan Band.

Forse..il mio primo vero live, poco tempo dopo aver acquistato Made in Japan dei Deep Purple, e fù davvero un impresa trovare i soldi per il biglietto, dato che i miei, visto la piega che stavo prendendo..chiusero il rubinetto. In un teatro tenda strapieno, sotto il palco ondeggiando all'unisono con la folta e la lunghissima capigliatura di Ian. Kids in delirio.

Alvin Lee.

Davvero tanti..ma tanti anni fà. Seduto tutto il tempo..ma che chitarra!

James Brown.

Autentiche prodezze sul palco, una macchina perfettamente in sincronia con il ritmo pulsante dell'orchestra. Nonostante l’età già avanzata, cantava, danzava, scattava e piroettava a velocità supersonica quasi a sfidare le leggi di gravità. Mister Dynamite pareva sempre sul punto di esplodere. Un post a parte meriterebbe le coriste, fasciate in vestiti fluorescenti, distraendo più di qualche spettatore..Sulla via del ritorno ci fermò una gazzella dei carabinieri, ma fu troppo anche per loro: eravano talmente stralunati che incasinammo cosi tanto la situazione, tra documenti che cadevano, caccia al libretto di circolazione, accuse tra di noi, che davanti a quello spettacolo decisero che dovevamo sparire.In fondo eravamo solo cinque ragazzi un pò allo sbando. E incensurati.

Eric Clapton

Il terribile viaggio verso Slowhand su di una Ford Escort bianca che sembrava reggersi con la colla fu compensato dall'ingresso gratuito al Palasport di Roma, grazie allo sfondamento dei cancelli da parte degli autonomi. Scavalcando mi bucai un piede e della conseguente infezione me ne accorsi solo due giorni dopo. Nonostante i casini Eric ci deliziò con più di due ore di musica mentre fuori ci aspettava la celere per vendicarsi..

Frank Zappa

Zappa a Napoli. foto di L. Capozzi
Il grande Frank e la sua ciurma allo stadio. Metà esibizione spalle alla curva dove eravamo assiepati, bacchetta in mano a dirigere precise geometrie sinfoniche da perfetto direttore d'orchestra; l'altra metà in un esplosivo esercizio di disumana maestria chitarristica. Incredibilmente alla fine venne sotto la curva osannante, strinse mani e conversò amabilmente con noi fan. "La nostra arte - amava ripetere e per nostra intendeva non solo i musicisti ma anche chi vi partecipa, cioè il pubblico - è speciale, in uno spazio negato ai sognatori". La sua scomparsa..una perdita immane, per tutta l’umanità.


Robert Plant

I pochi vigili urbani impazzirono, colonne di auto che come formiche impazzite non sapevano dove dirigersi e dove parcheggiare (zona largo lanciani, se ben ricordo) per un’esibizione molto penalizzata da uno dei più incredibili temporali estivi che la capitale ricordi. Nessuno rinunciò alla voce forse più popolare del rock anche se Plant, come aveva annunciato nelle interviste precedenti, concesse quasi niente dei vecchi Zeppelin.


Lou Reed

Anche Lou..allo stadio, che forse non era proprio la location adatta per un concerto che aveva bisogno di..intimità'. Acustica scarsa, una band poco affiatata e frettolosa per una delle delusioni più cocenti dopo anni d'attesa..

B.B.King

Ricordo una ressa incredibile, dovuta al fatto che il concerto era gratis. I lunghi gemiti acuti della sua chitarra blues mandarono in visibilio gente accorsa da angoli remoti e sperduti, gli occhi chiusi e il capo reclinato, il sudore che gli colava sul viso. Non si risparmiò di certo il chitarrista a cui Clapton e tanti chitarristi bianchi devono più di un ringraziamento. Esordi con .." il blues è la malattia di un vecchio cuore che duole"..

Ray Charles

Ho poco da ricordare se non un pubblico in giacca e cravatta e Martini con oliva, e la noia. Eravamo reduci dalla sua apparizione in The Blues Brother e le attese erano su quel genere di corda. Inoltre eravamo in quel periodo totalmente immersi in altri tipi di musica e stili di vita..Talmente tanta fu la noia che girammo le spalle poco dopo l'inizio e andammo via.

Litfiba

I primi Litfiba quando ancora si suonava nei..teatri tenda. Poco famosi, ancora con Magnelli e De Palma ricordo che fui io a trascinare gli altri, scettici,  a sentirli, una grande performance tra musica e teatro per pochi intimi, . Da lì a poco spiccarono il volo..Mai più visti.

Diaframma

Loro suonarono in un vero e proprio teatro. Devo ammettere di non essere mai stato un loro grande estimatore e la serata si rivelò un fiasco totale, con Federico Fiumani che iniziò a scagliarsi contro il pubblico perché' a suo dire, eravamo fermi e non ballavamo. Cosa c’è da ballare con la musica dei Diaframma ancora lo chiediamo, mentre ancora ricordiamo l'iniziale indifferenza e, dopo la sparata di Fiumani, la confusione, gli insulti e il tentativo di una parte del pubblico di salire sul palco. Un disastro di serata..insomma.

De Novo

In quel periodo li inseguivo e con me un piccolo gruppo di accaniti fans..I De Novo da Catania rappresentavano tutto il meglio della nuova ondata italiana, la musica tra il pop e gli Xtc e i testi in cui potevi facilmente immedesimarti. E dal vivo sapevano suonare. Disponibili e allegri con i ragazzi era strano trovare ai loro concerti gruppi di dark estremi. Mentre raggiungevamo il posto, da un cavalcavia una lattina di coca cola piena d'acqua atterrò sul parabrezza della macchina, fortunatamente senza conseguenze..

Vasco

Anni 80, stadio Cava de Tirreni. Con Massimo Riva e Salieri come primo chitarrista, fu un evento surreale: allo stadio, sul prato, con i carabinieri tra la folla a caccia di stupefacenti e con Vasco dal palco che li prendeva per il culo. E poi tutti a cantare.."Siamo solo noi..siamo solo noi.."

The Clash

Quelli di Cut the Crap, quindi con solo Joe Strummer e Paul Simonon della formazione originale. Non fu male comunque, la band suonò solo alcuni brani dell'album, che a posteriori non fà poi tanto  schifo come fu detto, con un grande singolo come This is England cantato da tutto lo stadio  e proponendo furbamente il vecchio repertorio con buona energia. La fotografia che mi rimane è di tanti ragazzi sdraiati per terra che vomitavano, gente stravolta, allucinata..




Avion Travel

Due volte e non ci crederete, la prima per un festival dell’Unità da noi organizzato e dedicato a band emergenti italiane, gli Avion Travel fecero il loro debutto come gruppo..ska! Con Pepe Servillo in tenuta da clown che incitava a comprare un loro singolo e fargli pubblicità.

Nina Hagen

Teatro tenda..ma che divertimento. Che concerto! Tutta la carica e l'energia del punk e una band di cinque elementi potentissima e coinvolgente, lontani anni luce dall'atteggiamento da rock star un po' snob di tanti musicisti. Una sezione ritmica di basso e batteria a volume altissimo che faceva tremare tutto e tutti, le luci di scene cambiavano di colore in continuazione, tra gli spogliarelli di Nina, il cambio di parrucche, dando l'impressione di un concerto punk ai tempi della decadente Weimar.Ricordo il giorno dopo che anche i giornali non prettamente musicali intitolarono: "Terremoto a Napoli, Nina Hagen"..Che tempi.


Killing Joke

Chiamati dal comune di Mugnano per la..festa patronale!. Nella piazza del paese invasa da punkettoni e dark da ogni dove davanti ai paesani..esterrefatti. La band aveva al seguito un nutrito gruppo di supporto, pezzi di marcantoni borchiati dalla testa ai piedi con cui familiarizzammo subito. Sotto il palco pero, il pogo sfociò quasi in rissa con la complicità dell'alcol, giacché gli italici non volevano essere da meno. Consapevole del mio fisico non proprio imponente, nelle retrovie a godermi un live potente quanto strano e inusuale. Dopo qualche giorno, in quello che è stata la piazza e  il palco più improbabile per un concerto punk, si esibirono i Virgin Prunes di Gavin Friday, altro gruppo dark allora molto in voga

Sister of Mercy

Ero proprio sotto il palco, avvolto dal fumo bianco di scena, uno sparuto gruppo di deficienti non si sa il perché', iniziarono a sputare su Patricia Morrison, appena arrivata dai Gun Club, poi nei Damned per un breve periodo e attuale compagna di sua maestà Dave Vanian. Alta, statuaria, tutta vestita di nero, i lunghi capelli corvini. Patricia non resse a questo stupidissimo affronto e minacciò di fermarsi.. La madre degli stolti è perennemente incinta..

Sting

Per il tour promozionale di The Dream of Blue Turtles, subito dopo lo scioccante scioglimento dei Police. Sting era ancora un musicista all'avanguardia, sperimentale, e impegnato in temi sociali come la guerra, la schiavitù, il razzismo, lo sfruttamento dei bambini che ce lo rendevano più che simpatico. Una band di musicisti jazz stratosferici, con un  Wynton Marsalis strepitoso, che riformularono il repertorio del pungiglione in salsa reggae. Impianto perfetto, suono limpido, ogni nota al suo posto, più di due ore di musica e tutti a ballare. Poco dopo il nostro si trasformerà in un cantante da riunioni aziendali.A quel concerto, una delle mie cugine preferite conobbe il suo futuro marito.(sic!)

 
Wire

Tour di Send. Quando attaccarono nemmeno sembravano i Wire. Erano belli gasati per un live-act che lasciò poco all'elettronica, in pratica poco meno di due ore di autentico furore punk, a tutta velocità. Al bassista in versione mastrolindo super muscoloso il compito di fronteggiare e aizzare le prime file. L'Init Club è un locale piccolo, una bolgia infernale e sudore a litri


Siff Little Finger

Uno dei gruppi di..formazione. Chi è che non possiede Infiammable Material? Ringalluzziti da attestazioni di stima, provenienti da una miriade di nuove band e da un pezzo da novanta come Bono degli U2, Jack Burns si accompagna con nuovi giovani musicisti ma la carica e la voglia di suonare resta intatta. Una bella serata davvero, con un pubblico vario che va dai sedicenni fino ai cinquanta, che è anche l’età' di Burns. Si rivede anche qualche cresta colorata, ci sono quasi tutte le hit storiche incredibilmente cantate a memoria da buona parte dell'audience, con l'immancabile, sempiterna Alternative Ulster a chiusura. Dejà Vu che fa bene all'anima..

Rob Galliano

All'Avana Club alla fine dei '90, non so davvero quanti dei presenti conoscessero il gruppo. La parte maggioritaria era li pensando a una serata a tema caraibico e salsera. Ma io ho amato la musica di Galliano dal primo album, In Pursuit of the 13th Note..e con lui mi sono avvicinato al cosiddetto acid jazz. Nonostante il pubblico fu un buon concerto, Rob con il fedele Mick Talbot alle tastiere fece del suo meglio, anche se lo..spaesamento era evidente. Come si può intuire dal nome del locale..serata altamente alcolica. Nota curiosa: notai Edoardo Bennato defilato tra il pubblico, le mani in tasca e un espressione quasi disgustata. Dopo pochi minuti dall'inizio girò i tacchi e se ne andò. Bah..

Subsonica

Perché' andai a vederli?? Mi piaceva un pò il primo album, per il resto..mah.

Alma Megretta

Visti più di una volta prima dello scioglimento, sicuramente il combo di Raiz dava il meglio nelle esibizioni  live, con gli arrangiamenti dub che prendono il sopravvento. Una delle migliori formazioni italiane, apprezzate all'estero, molto amata dai Massive Attack, (in assoluto una delle mie band preferite) fino alla decisione di Raiz di intraprendere la carriera (totalmente anonima e fallimentare) solista, scoprirsi ebreo ed ergersi a difensore ultra ortodosso di Israele, con dichiarazioni a dir poco farneticanti (Israele è sotto assedio..!)

Black Angels

Psychofesta..Altro sold-out per uno dei nuovi gruppi più apprezzati quì nella capitale, di cui posseggo tutta la discografia e che consiglio caldamente. Preceduti da un gruppo di cui assolutamente non ricordo il nome ma di una simpatia disarmante (feci quattro chiacchiere con il chitarrista ..) entrarono in scena con Bad Vibration: avevo preparato una mia scaletta personale, e fortunatamente ci andai molto vicino: Entrance Song, The Sniper, Young men Dead..eseguite con continui scambi di strumenti tra i componenti della band texana. mi è dispiaciuto per Boat Song, ma tant'è. Con una batterista degna di Mo Tucker dei Velvet ma molto più bella, credo che il locale non abbia dato giustizia alla psichedelia dei Black Angels, troppo piccolo, un acustica che non permetteva ai suoni distorti e potenti di espandersi. Un paio di volte uscimmo per una boccata d'aria, e solo grazie a questo che viene assegnata a  Jujuka un altra nota di merito, sopravvissuta senza perdere i sensi alla calca urlante e danzante.Peccato che Roma non disponga di locali veramente appropriati per la musica rock, ma come dice il vecchio proverbio..meglio di niente.

Ivan Graziani

Andai perché'.. non avevo niente da fare. Mi aspettavo un live cantautorale, di routine, tremavo pensando a quando avrei ascoltato le prime note di Lugano Addio. Tutti i timori furono spazzati via subito. Ho visto rari concerti di musicisti italiani come quello che ci offri Ivan: rock'n'roll puro, veloce, allegro, coinvolgente, con tutto il repertorio riadattato da una band coesa e affiatata. E lui era anche un ottimo chitarrista.


Laurel Aitken
Il grande padrino dello Ska si esibì alla fine dei novanta in un locale di Fiumicino, supportato dai Radici del Cemento, cult band reggae laziale (proprio di Fiumicino la gran parte degli elementi, vista molte volte dal vivo nella capitale). Ancora tanta energia, voce potente e una carrellata di grandi classici. Pubblico incompetente e serata non brillante con fastidiosi pischelli continuamente in cerca di qualcosa da fumare..


The Damned (vedi post)

The Animals (vedi post)


SimpleMinds (vedi post) 

Sad Lovers And Giants (vedi post)

Linton Kwesi Johnson (vedi post)



Ai Rolling Stones, U2, David Sylvian verranno dedicati post a parte nel prossimo futuro.


Mentre  QUI  alcuni dei biglietti che sono riuscito a salvare dalla mia incuria.

Ps. Ad oggi,  non frequento molto le esibizioni dal vivo, solo qualche gruppo nuovo che mi piace davvero e qualche reunion di vecchie glorie di passaggio. I motivi: c'è poca roba nuova sulle scene che valga la pena, un pò di agorafobia (mai più concerti negli stadi), locali e club non all'altezza, troppi idioti in giro che non c'entrano niente con la musica, impegni di lavoro,  stanchezza. Ma devo ammettere che mi sono bastati quelli che ho visto.