09/06/11

Il caso Battisti

IL BRASILE RESPINGE LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE
CESARE BATTISTI LIBERO


'Non é in gioco la simpatia o antipatia che si puó avere per il ministro brasiliano della Giustizia o per Berlusconi. Stiamo parlando della vita di una persona e dei suoi diritti. Non solo voglio dimostrare che la concessione dello status di rifugiato politico é legale, ma anche sollevare seri dubbi, attraverso prove obiettive, sulla partecipazione di Battisti ai quattro omicidi di cui é accusato'.
Luís Roberto Barroso - difensore dell'ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac), Cesare Battisti

Il ministro della giustizia brasiliano,Tarso Genro,  ha  ribattuto alla raffica di dichiarazioni sguaiate provenienti dall'Italia, accusando Roma di non rispettare la sovranitá brasiliana, e di voler trasformare Battisti in un «capro espiatorio».
A suo parere «veniamo trattati dall'Italia come un Paese di seconda categoria che non ha il diritto di applicare le sue leggi sovranamente. Siamo stati trattati come un Paese di secondo livello», e il governo italiano vuole «portare il signor Battisti in Italia, affinché divenga il capro espiatorio di un evento storico, drammatico, negativo».
Dall'Italia é continuato il florilegio di dichiarazioni sopra le righe, quando non volgari ed offensive: legittimando cosí la posizione di Genro, secondo cui «il Brasile é stato aggredito nella sua sovranitá per alcune dichiarazioni delle autoritá italiane. Hanno persino detto che il Brasile é un Paese di ballerine e non di giuristi. Noi abbiamo l'orgoglio di essere un Paese di ballerine e anche di grandi giuristi». 
Ignaziosauro La Russa : dopo un intervista della televisione franco-tedesca Arte allo stesso ex militante, ove questi dichiara la propria intenzione di suicidarsi, nel caso della sua estradizione in Italia: «avrebbe potuto pensarci dopo gli omicidi da lui commessi» 
Piergiorgio Stiffoni,lega nord:«farebbe la cosa migliore»
Indimenticabili, inoltre, i periodici show del senatore dell'Italia dei valori, Stefano Pedica, secondo cui «Lula difende i terroristi», come recitava il cartello che esibiva durante il grottesco sciopero della fame davanti all'Ambasciata brasiliana, e «la Bruni é amica dei terroristi».
Il Tempo: Lula è un alcolizzato.
Il Giornale: Tra le autorità brasiliane sembra essere scoppiato il carnevale»
Corriere della sera: (31.1.09, p. 6,non ci inventiamo niente) Genro nell’adolescenza si masturbava, e Dilma Rouseff è stata una rapinatrice.
Maurizio Costanzo interviene con immensa volgarità. Propone un baratto: il Brasile consegni Battisti e trattenga Fabrizio Corona. Cioè, suggerisce che in Italia sia detenuto Battisti, e in Brasile sia libero Corona. 
Il Giornale: Il bel mondo di Carla (Bruni!) che fa il girotondo per gli assassini
E via così..


La decisione di non estradizione del Governo brasiliano nei confronti di Cesare Battisti non è una decisone politica ma si tratta di una decisione prettamente giuridica basata sul fatto che il trattato di estradizione prevede che l’estradizione possa essere negata se si valuta il rischio di incolumità del soggetto. Nel caso Battisti il governo Brasiliano ha considerato le manifestazioni per la sua estradizione molto violente e sintomatiche di un atteggiamento di vendetta nei suoi confronti. Per questo sia il governo che le associazioni per i diritti umani consideriamo Battisti a rischio di violenze e torture se dovesse essere detenuto in un carcere italiano.
Le reazioni dei politici italiani ci sono sembrate fuori luogo ed esagerate, al di là della normale dialettica diplomatica. Abbiamo avuto l’impressione che il governo brasiliano sia stato insultato. Il governo italiano è legittimato a non essere d’accordo con la decisione brasiliana, ma l’atteggiamento e le scelte prese dal governo sono totalmente in linea con i trattati internazionali sull’estradizione.
 L’opinione pubblica brasiliana non si è interessata alla vicenda Battisti. Gli unici che hanno seguito la vicenda sono le associazioni sui diritti umani e gli intellettuali che hanno una posizione precisa sulla questione. Ricordano che in Italia sono state varate leggi straordinarie per rispondere in modo fermo al terrorismo di quegli anni.  Leggi ad hoc che però sono rimaste e hanno degradato la qualità della giustizia italiana. Degrado che viene in qualche modo denunciato dalle morti che ci sono state nelle caserme dei carabinieri.
Carlos Lungarzo, scrittore e giurista brasiliano, è attivista di Amnesty International.

Non si tratta più di giustizia ma di un desiderio di vendetta senza fine. Il ceto politico, da Violante a Castelli, passando per D’Alema e Pisanu, sostenuto da una stampa quasi unanime, vuole solo continuare a infierire sui corpi di quei pochi ex militanti della lotta armata degli anni ’70, ancora in galera o all’estero.
Cosa c’è di più facile per combattere il terrorismo internazionale, Al Quaeda, le bombe mortifere di Madrid, che arrestare uno scrittore di romanzi, un tranquillo portinaio?
Gli zelanti redattori del Giornale citano per incriminarle perfino delle frasi spulciate nel libro, L’ultimo sparo, scritto da Cesare, dimenticando ogni criterio di critica letteraria e scambiando un romanzo per un verbale di confessione. Seguendo questi giudizi e applicando le leggi americane, Quentin Tarantino dovrebbe essere condannato a morte.
In ultimo, veniamo alle accuse che gli vengono mosse, in base alle quali Cesare compare su tutta la stampa italiana come il mostro da abbattere.
Cesare è stato condannato in contumacia (elemento giuridico che impedisce, tra le altre motivazioni, l’estradizione di Cesare. Il processo non può essere eseguito in assenza dell’imputato, così in Francia come in Germania, ed è per questo che l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte Europea.) e sulla base di un codice di procedura penale d’eccezione che non dà nessuna garanzia, perché basato sulle sole dichiarazione dei pentiti. 

Se c'è una cosa che l'ultimo episodio della vicenda-Battisti rende palese, è quanto la provincializzazione dell'Europa - figuriamoci dell'Italia - proceda speditamente. Non siamo più al centro del mondo! Sarebbe bene che i nostri politici ne tengano conto. Quello che più stona, in tutta la vicenda, è infatti l'ostinata incapacità della classe dirigente nostrana di fare i conti con una geopolitica ben mutata dagli anni in cui le vicende si consumarono.
Il Brasile è oggi la 4a o 5a potenza mondiale cui ben poco preoccupano le minacce di ritorsioni brandite da una LaRussa o un Frattini, tanto presenti mediaticamente (in patria) come ministri della Difesa e degli Esteri quanto incapaci di contare alcunché appena al di fuori dei confini nazionali.
Probabilmente, oltre agli aspetti politico-giuridici ben più degni di nota, Lula non avrà scordato la visita di stato in Italia di qualche anno fa. Ad accoglierlo trovò Mara Carfagna e Kakà, gentilmente mandati dal presidente come dipendenti dell'azienda di famiglia.L'isteria e l'accanimento con cui un pezzo di classe politica del paese, con un bel po' di supporto trasversale di anti-berlusconisti giustizialisti da Repubblica a Il Fatto Quotidiano continua ad accanirsi su un processo zeppo di incongruenze, prove testimoniali basate su pentitismo e torture, incriminazione per due reati avvenuti in contemporaneità a quasi 400 km di distanza...etc, dà prova del basso profilo in cui è rinchiuso un intero ceto politico, culturale e intellettuale.


La parola all’espressione iperrealistica dell’ignoranza più totale.
CESARE BATTISTI, NON DEGNO DEL NOME
'Mi stupisco che, a proposito di Battisti, l'individuo spregevole, l'infame, il vigliacco, il maestro nell'arte della menzogna e della fuga, nessuno si sia ricordato dell'altro Cesare Battisti, il patriota, l'irredentista, l'eroe. Io vorrei dare un consiglio al signor (da notare la minuscola) Battisti e rivolgergli un invito. Se avesse una briciola di senso dell'onore dovrebbe fare una cosa sola, far cambiare il suo nome di battesimo, perché non è degno di chiamarsi come un uomo che è stato impiccato per non aver voluto tradire i suoi ideali e l'Italia'.
Roberto Giordano, Tende, Alpes Maritimes
Da il Manifesto (che vergogna! Senza nessun commento!) del 5 febbraio 2011


VALERIO EVANGELISTI

E’ forse il caso di ricordare, in maniera sintetica, i motivi per cui, nel 2004, divulgammo un appello contro l’estradizione di Cesare Battisti dalla Francia. E perché manteniamo, in circostanze cambiate (oggi è prigioniero in Brasile), il nostro sostegno.

Un processo dubbio

- Quando Battisti subì il primo processo, nel 1981, fu condannato a 12 anni di prigione per possesso di armi e associazione sovversiva. La pena risultò pesante perché aumentata da finalità terroristiche. Evase, riparò in America Latina.
- Le condanne successive all’ergastolo gli caddero addosso lui assente. Una serie di “pentiti” dei PAC, Proletari Armati per il Comunismo, gli attribuirono tutti i crimini compiuti dall’organizzazione. Solo poco a poco ammisero che certi delitti attribuiti a lui li avevano commessi loro.
- Il pentito principale, Pietro Mutti, smentì più volte se stesso. Ha di recente lasciato intuire che lo fece sotto tortura (vedi qui). Le sue rivelazioni sono tutte di seconda o di terza mano. Ha detto poco tempo fa che vide di persona Battisti uccidere il direttore del carcere di Udine, Santoro. Peccato che, dagli atti giudiziari (è raccomandabile leggere la sentenza completa), ciò non risulti possibile. Mutti avviò anche l’infausta “pista veneta”, che vedeva l’OLP di Yassir Arafat quale sponsor delle Brigate Rosse. Finì in nulla.
Noi preghiamo di leggere la sentenza del 1988 contro Battisti e i PAC. Sembra irreale, eppure è quella vera. A quel tempo le sentenze si scrivevano così, con catene di “sentito dire”. Oggi si spera – senza troppa convinzione – che sia diverso.
- Mutti fece arrestare tale Sisinnio Bitti. Lo aveva ascoltato, in un bar, dirsi d’accordo con l’omicidio del gioielliere Torregiani. Bitti fu arrestato e sottoposto a percosse che gli lesero l’udito. Successivamente fu catturato di nuovo e subì anni di prigione. Ciò per la frase al bar, udita da Mutti.
- A parte l’incrocio tra pentiti e dissociati, non esiste alcun riscontro ulteriore che accusi Battisti.

Battisti è innocente?

Non possiamo affermarlo. Di una serie di azioni armate, inclusi azzoppamenti e atti gravi, fu sicuramente responsabile, e non lo ha mai negato. Ci limitiamo a notare che:
- Il caso che gli viene più di frequente attribuito, l’omicidio Torregiani, è l’unico che sicuramente non lo vide presente. I colpevoli furono arrestati poco dopo il delitto. Battisti, accusato del simultaneo omicidio Sabbadin, fu tirato in ballo molto più tardi, per avere partecipato alla riunione che decise i due attentati.
- Battisti fu condannato in contumacia, e mai più potrà rispondere dei suoi presunti crimini. La legge italiana, unica in Europa, non prevede una ripetizione del processo, qualora il contumace sia catturato.
- Se estradato in Italia, verrebbe sottoposto al famigerato articolo 41 bis, riservato a terroristi e mafiosi. Avere contatti con lui diventerebbe difficilissimo.
- Fra i motivi di riluttanza delle autorità brasiliane all’estradizione, c’è il fatto che lì la colpa si estingue in vent’anni di buona condotta. Da noi in trenta, e non è detto (fonte: Amnesty International, Brasile).
- La legislazione brasiliana non contempla l’ergastolo, ritenuta sanzione disumana, al pari della pena di morte.

Era uno scrittore. Un’aggravante?

Si direbbe di sì.
- Commentatori come Mario Pirani hanno definito i romanzi di Battisti dei “gialletti”, e si sono vantati di non averli mai letti.
- Altri commentatori, partendo dal fatto che alcuni romanzi di Battisti sono stati pubblicati dalla collana Série Noire, appartenente alla casa editrice Gallimard, hanno ipotizzato che l’autore frequentasse i migliori salotti della società letteraria francese, e si nutrisse di ostriche e champagne.
- Comuni osterie e ristoranti economici sono stati descritti quali locali di lusso, in cui Battisti consumava le sue orge politico-letterarie.
- Umberto Eco, diventato - da quando si è tagliato la barba - la caricatura di ciò che era un tempo, sostiene che “ingenui” intellettuali francesi (di basso taglio, secondo lui) hanno influenzato gli ancor più ingenui brasiliani, Lula incluso. Bravo, cocco, vai a dormire. Hai già dato, è inutile che insisti.
Battisti pubblicava in edizioni prevalentemente tascabili, guadagnava il sufficiente per vivere appena. Il resto gli veniva dalla sua attività di portinaio. In uno stabile popolare sito in un quartiere popolare.
Le fantasie sull’argomento dimostrano le leggende, piene di rancore, che circondano il mestiere dello scrittore. Di volta in volta parassita o privilegiato.

Trenta anni dopo

- Battisti è imprigionato. Da anni, lasciata l’America Latina, si era stabilito in Francia, aveva messo su famiglia. Conduceva una vita modesta e tranquilla. Non era un pericolo per nessuno. Un governo di destra revoca d’un tratto la “dottrina Mitterrand”: l’accordo di fatto tra François Mitterrand e Bettino Craxi perché la Francia conceda asilo agli ex militanti italiani che hanno rinunciato alla lotta armata (quasi duecento).
- Battisti viene messo in prigione, nel 2004, con un pretesto. Quale portinaio, avrebbe aggredito l’inquilino di uno stabile vicino. Aggressione mai avvenuta. Una pura invenzione,
- Battisti fugge ancora, va in Brasile, finisce in carcere. Il ministro Tarso Genro gli concede un motivato asilo politico. Il presidente uscente Lula lo conferma l’ultimo giorno del suo mandato. La nuova presidentessa Dilma Roussef manda gentilmente a cagare Napolitano, che reclama l’estradizione del super-mega-terrorista. Un Carlos persino più letale
- Il vice-presidente del Supremo Tribunale brasiliano, César Peluso, rifiuta di ottemperare agli ordini di Lula e di liberare Battisti. Chiede che si riunisca il Supremo Tribunale, disperso dalle vacanze. Lo stesso tribunale che aveva demandato al presidente del Brasile ogni decisione finale sul prigioniero per antonomasia.
Intanto un uomo solo, spaventato e imprigionato, ogni tanto condannato e ogni tanto assolto, si vede indicare, in Italia e nelle parti più marce del mondo, quale pericolo universale. Sbavano contro di lui Napolitano, Umberto Eco, Barbara Spinelli, centinaia di intellettuali affamati delle sue carni. Fascisti, centrosinistri, post-comunisti, liberali del cazzo, scorreggioni televisivi. Tutta gente che ha avallato le guerre più orrende, o che è coinvolta in inchieste del tipo “organizzazione di prostituzione minorile”.
Tieni duro, Cesare. Con quella gente ci spazziamo il posteriore. Ti tireremo fuori.

VALERIO EVANGELISI - CARMILLA ON LINE

08/06/11

W.Burroughs e J.Kerouac a quattro mani

Non poteva non essere un piccolo evento,la pubblicazione di questo romanzo,scritto a quattro mani da William Burroughs e Jack Kerouac. 'E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche' viene terminato nel 1945 e il tentativo di pubblicarlo non ottiene successo. 1945 quindi,quando i due scrittori non avevano ancora pubblicato niente. 'Sulla strada' di Kerouac è del 1957 mentre 'Il pasto nudo' di Burroughs vedrà la luce solo nel 1959. Anche se la prima edizione è del 2008,questo manoscritto può considerarsi un vero e proprio esordio. La verità è che la storia che vi si narra era già stata accennata nel primo vero romanzo di Kerouac,'La città e la metropoli' nel 1950,come lo stesso autore conferma in un intervista del 1967 ed è solo per il rispetto verso i protagonisti che il libro rimarrà inedito fino ad oggi. I due esponenti della Beat Generation prendono spunto da un torbido fatto di cronaca che occupò le pagine dei giornali americani per un bel pò di tempo:Lucien Carr,giovane rampollo della buona borghesia del sud in una calda notte di agosto del 1944 accoltella con il suo temperino da boy scout David E. Kammerer,suo amico di infanzia ed eterno innamorato e lo getta nelle acque del fiume Hudson.

L'intricata relazione tra i due era iniziata nel '36 quando Lucien aveva undici anni e David venti cinque a St Louis,una lunga e tormentata relazione,tra infinite bevute e litigi,culminata in quelle notte dove, dopo l'ennessima sbronza e la scenata di gelosia di Kammerer che non accetta la decisione di Carr di imbarcarsi alla volta dell'Europa su di un mercantile,si consuma il drammatico assassinio. Questi i fatti. La particolarità che rende ancor più interessante il libro è che i due protagonisti conoscevano bene ed erano amici sia di Burroughs,sia di Kerouac,oltre che di Allen Ginsberg.Era stato proprio grazie a Lucien che Burroughs,Kerouac e Ginsberg si erano conosciuti alla Columbia University,mentre Kammerer era stato compagno di scuola di Burroughs a St Louis negli anni '20.

Lucien Carr prima di costituirsi si presentò a casa di Burroughs e gli confessò l'omicidio,poi passò il resto della giornata con Kerouac in giro,visitando prima il luogo dove si era consumata la tragedia,poi per musei e bar a bere e a parlare. Quest'amicizia costò ai due scrittori l'arresto come persone informate sui fatti,poi rilasciati su cauzione. Nel libro ognuno dei due scrittori si serve di un alter ego per scrivere:Burroughs è Will Dennnison,barista tossico che lavora anche per un agenzia di investigazioni,mentre Kerouac sceglie il nome di Mike Ryko,marinaio di origini francesi in attesa di imbarco. A Lucien Carr viene dato il nome di Phillip Tourian,diciassettenne per metà turco mentre Kammerer si chiama Ramsay Allen,descritto come un quarantenne brizzolato e possente perdutamente innamorato del suo futuro assassino. Lo scenario è una New York nell'immediato dopo guerra,piovosa e dove è sempre notte,zeppa di ubriachi,automobili,romanzi e titoli di giornali,'il ritratto del segmento perduto della nostra generazione',cinico,onesto,di una realtà strabiliante. Tutti i personaggi del libro,nonostante gli pseudonimi sono riconoscibili,Lucien Carr a sorpresa venne condannato a dieci anni di reclusione (i giudici respinsero la teoria dell'ossessivo molestatore omosessuale che non lascia alternativa alla sua vittima di difendersi con la violenza),visse fino al 2005 sempre tentando di mettere a tacere la vecchia storia che gli aveva bruciato la gioventù,storia che per anni ha ossessionato un gran numero di scrittori.
Infine,l'origine del titolo: "Una sera io (Kerouac) e Burroughs seduti in un bar abbiamo sentito un annunciatore radiofonico che diceva:'..e cosi gli egiziani hanno attaccato..e intanto allo zoo di Londra era scoppiato un incendio devastante,che poi è divampato nei campi e gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche! Buonanotte a tutti..'. Era stato Bill (Burroughs) a notarlo. Lui queste cose le nota sempre.."



07/06/11

MALCOM X E PUBLIC ENEMY

L'AMERICA ha dovuto aspettare un presidente nero che sa parlare all'Islam, cresciuto da bambino all'ombra dei minareti di Jakarta, poi star di Harvard, depurato di ogni "accento nero" linguistico e ideologico, lo statista che osa pensare una società pacificata e post-razziale. Solo nell'èra di Barack Obama diventa possibile riaprire un grande tabù, una pagina di storia lacerante. È la vicenda di Malcolm X. Oggi avrebbe 86 anni e morì che ne aveva 39, centrato dagli spari mentre arringava la folla nella Audubon Ballroom di Harlem. Quel 21 febbraio del 1965, nel giorno di una morte violenta che lui stesso aveva prevista e annunciata, Malcolm X si portò nella tomba tanti segreti: a cominciare dall'identità dei suoi assassini e dei mandanti.

Per più di quarant'anni un grande intellettuale nero, lo storico Manning Marable, ha lavorato per venire a capo del mistero. Marable, fondatore del dipartimento di studi afroamericani alla Columbia University, è morto due mesi fa. Uscita postuma, la sua opera monumentale Malcolm X: a Life of Reinvention, aiuta a capire i perché di tante reticenze e omertà. Un altro storico, Stephen Howe, ricorda cosa fece di Malcolm X l'eroe di una generazione: "Straordinario oratore, divenne lo schermo sul quale milioni di neri proiettarono le loro speranze. Aveva molto degli improvvisatori di musica jazz, anticipò i futuri rapper. Incarnava il mito del fuorilegge vendicatore, in una società di neri senza diritti". Artista della reinvenzione
di se stesso, Marable lo descrive come una costruzione di "maschere multiple": da zotico di provincia a delinquente, da uomo di spettacolo a intellettuale autodidatta, esponente radicale del nazionalismo nero, predicatore religioso, musulmano ortodosso. Acerrimo rivale di Martin Luther King, poi sul punto di riconciliarsi con lui: firmando così la propria condanna a morte.

Dopo l'assassinio di Malcolm X tre uomini vengono arrestati, processati, condannati velocemente. Due saranno messi in libertà negli anni Ottanta e mai hanno smesso di proclamarsi innocenti. Solo il terzo, Talmadge Hayer, rilasciato dal carcere l'anno scorso, è reo confesso. C'era solo lui quel giorno a sparare? La minuziosa indagine di Marable ricostruisce una verità diversa: fu un commando di cinque sicari a firmare l'esecuzione. Chi sparò il primo colpo, mortale, non è mai stato disturbato dalla giustizia. Ha 72 anni, oggi vive a Newark sotto il nome di William Bradley. È un ex campione di basket, celebrato nel Newark Athletic Wall of Fame. La pista dei mandanti si biforca in due direzioni, verso forze tra loro opposte ma ugualmente interessate a far fuori Malcolm X e poi a seppellirlo nell'oblìo. Da una parte c'è l'Fbi che intercettava sistematicamente le sue telefonate, ignorò le minacce di morte che si moltiplicavano, fece di tutto perché l'attentato procedesse indisturbato. Dall'altra c'è il radicalismo nero, a cominciare dalla Nation of Islam e un leader come Louis Farrakhan che a Marable ha confessato: "Potrebbero trascinarmi davanti a un gran giurì anche oggi, non esiste prescrizione per gli omicidi". Le prove accumulate dall'autore appena scomparso sono schiaccianti, Michael Eric Dyson della Georgetown University ne è convinto: "Questo libro impone di riaprire l'indagine". Peter Goldman, reporter che intervistò più volte Malcolm X, è altrettanto convinto che non succederà: "Fare giustizia oggi, risalendo lungo la catena di comando? Colpire chi diede l'ordine di ucciderlo? Nessuno lo vuole".

L'ultimo revival d'interesse risale alla fine degli anni Novanta: il fascino di Malcolm X conquista il regista Spike Lee che mette in scena la sua vita affinando la parte a Denzel Washington. Nel '99 le poste gli dedicano perfino un francobollo. Ma poi arriva l'11 settembre: nell'epoca della "guerra globale al terrorismo" proclamata da George Bush, guai a ricordare che un'Islam radicale e violento ha messo le radici da tempo nella società americana, tra i neri, non come fenomeno d'importazione dal mondo arabo.

All'Islam il giovane Malcolm Little di Omaha, Nebraska, arriva dopo numerose reincarnazioni, scandite da cambi d'identità: Jack Carlton, Detroit Red (quando si tinge i capelli), Satan, El-Hajj Malik El-Shabazz. Da ultimo quella X, simbolo di ribellione contro dei cognomi che erano stati affibbiati agli schiavi dai padroni bianchi. Figlio di un pastore battista forse lui stesso assassinato (da bianchi), Malcolm cresce in una famiglia così povera che spesso a cena la madre può cuocere solo erbacce di strada. Diventa spacciatore, poi capo di gang di ladri, a Detroit e a Harlem. In carcere per rapina dal 1946 al 1952, alla Norfolk Prison Colony del Massachusetts. Qui si converte all'Islam, abbandona il fumo e il gioco d'azzardo, studia la storia degli afroamericani e insieme Erodoto, Kant, Nietzsche. Lì avviene il passaggio fra due ruoli egualmente popolari nella mitologia dei neri: il bandito spregiudicato vendicatore degli oppressi, e il predicatore chiamato a salvare le loro anime. La reinvenzione della propria immagine continua fino alla celebre Autbiografia di Malcolm X: affidata a un ghost-writer ultramoderato, il giornalista nero di fede repubblicana Alex Haley che diventerà poi famoso con Radici. In quell'autobiografia, fonte del film di Spike Lee, viene esagerato il curriculum criminale di Malcolm X, per rendere ancora più spettacolare la sua redenzione religiosa.

All'apice della sua fama Malcolm diventa il portavoce della Nation of Islam e contribuisce ad allargarne i ranghi fino a 500.000 iscritti. È il periodo della sua radicalizzazione estrema. Quando in un incidente aereo muoiono 62 ricchi bianchi di Atlanta per lui è "la prova che Dio esiste". Reagisce all'assassinio di John Kennedy dicendo che se l'è meritato. Recluta nelle carceri, creando una commistione totale fra militanza politica e criminalità. Invoca la lotta armata, difende il terrorismo contro la polizia, diventa il precursore teorico delle Black Panther. Immagina una "nazione nera" che fa secessione dentro l'America, al punto da incontrarsi con esponenti del Ku Klux Klan per progettare assieme "la separazione tra le due razze". The Nation of Islam, spiega Howe, con Malcolm X diventa "una bizzarra mescolanza di teologia, fantascienza, fanatismo razziale. Teorizza la malvagità intrinseca della razza bianca e in particolare degli ebrei, l'inferiorità delle donne". Il divorzio matura all'improvviso. Per ragioni anche personali: il leader spirituale della Nation of Islam, Elijah Muhammad, mette incinta la donna con cui Malcolm aveva avuto una lunga relazione. E poi c'è il viaggio alla Mecca, l'incontro con un Islam moderato e multirazziale. Un'altra conversione: alla fede sunnita. È il "tradimento" che arma i suoi assassini. Proprio quando Malcolm comincia a recuperare il dialogo con Martin Luther King, fino allora dipinto come uno "zio Tom", servo sciocco dei bianchi. "Ci sono cose - aveva detto Malcolm in tono sprezzante contro King - più importanti del diritto a sedersi insieme coi bianchi in un ristorante".

Per il poeta nero Amiri Baraka non aveva torto, Malcolm X, e la sua eredità è meno negativa di quanto sembri: "Senso d'identità, indipendenza, con questi valori l'ala dura del movimento di liberazione dei neri ebbe un impatto enorme nella società americana, senza di lui non ci sarebbe Obama". Anche su questo i neri continuano a dividersi. Tra chi vede in Malcolm il paladino di un orgoglio di razza, e chi fa risalire a lui il vittimismo permanente: l'etichetta del "nero arrabbiato" che Obama è riuscito a togliersi con una fatica enorme, sopportando stoicamente le insulse accuse sulla sua nazionalità keniota o la sua religione islamica. E quando nel luglio 2009 questo presidente ha preso le difese di un professore nero di Harvard, Henry Louis Gates, vittima di un sopruso da parte della polizia, l'America bianca benpensante e conservatrice è saltata addosso a Obama. Sperando che reagisse coi nervi a fior di pelle. Sognando di ritrovare come avversario un Malcolm X: un Satana.

Fonte: FEDERICO RAMPINI (la Repubblica)

FEAR OF BLACK PLANET - PUBBLIC ENEMY


1990. Il gangsta rap iniziava a furoreggiare ,sulla West Coast e in tutto l'universo americano dell'hip hop,con i suoi temi di sesso, violenza e potere,e i Public Enemy escono con Fear of Black Planet,terzo lavoro per la band di Chuck D,Flavor Flav,Terminator X,(con la collaborazione di tutto il combo della Bomb Squad,collettivo di DJ che ruotavano nell'orbita del gruppo) presentando un messaggio totalmente diverso attraverso un vero e proprio uragano sonoro.Il disco si apre con sirene di raid aerei, frammenti di telegiornali e assordanti assoli di chitarra,mentre le rime definiscono la direzione dell'album: 'C'è qualcosa cambiando nel clima di coscienza su questo pianeta oggi'.Se una canzone può riassumere l'intero album,questa è 'Fight the Power', originariamente incluso nella colonna sonora del bellissimo film di Spike Lee Fà la cosa giusta, (Do the right thing) storia di tensioni razziali tra le diverse comunità,italoamericana e afroamaricanama,ma i temi dei testi non risparmiano niente e nessuno:si parla di razzismo,e di sessualità,di media,politica e di guerra.si attaccano senza rispetto icone americane come Elvis e J.Wayne,si incita alla rivolta verso la falsa integrazione razziale degli afroamericani.
Fear of Black Planet è un album duro di uno dei gruppi fondanti della musica nera moderna,con canzoni molto potenti,pieno di rock e di funky oltre che di rap ma è anche un disco a suo modo ballabile,con i tanti riferimenti a James Brown,Sly And The Family Stone e a tanti altri artisti soul che evidenziano le loro radici musicali più profonde..
'La maggior parte dei miei eroi non appaiono in alcun francobolli',recitano i Pubblic Enemy,e Fear of Black Planet è considerato uno dei capolavori del genere hip hop.


Fear of Black Planet

05/06/11

P. I. L.: Metal Box

Il Rock'nRoll è nella tua pancia,nella tua testa..un movimento d'anima,una lava che deve uscire..

Kim Gordon afferma che i Sonic Youth non sono più culturalmente rilevanti e c'è da credergli,riascoltando i loro vecchi dischi. Ma cosa significa essere culturalmente rilevanti? E quanto dura? E certe volte poi ritorna?

Ma da dove cavolo viene fuori,questa musica? Perplessità,fu la sensazione la prima volta che ascoltai Metal Box. Totalmente immerso nel mio progetto individualista, ancora legato alla rigidità inflessibile del punk che mi aveva affascinato per quella strana alleanza tra proletari furbi,dandy borghesi,teppisti veri e propri che combattevano contro lo stesso nemico (la noia),ascoltare quei suoni mi proiettarono in un universo nuovo,in cui le diverse tribù urbane (punk,mod,skin,rasta..) iniziarono ad aprirsi e a sperimentare: elettronica, dub, disco,rap si mischiano in nuovi significati e nuovi simboli.Un disco concepito senza la minima pretesa di riscuotere un successo commerciale,entrato di diritto nella storia della musica alternativa.'Public Image desidera ringraziare assolutamente nessuno'. Lo sberleffo punk di John Lydon non è del tutto svanito,i PIL non si preoccupavano di piacere e per me,che nonostante tutto non ho mai voluto contare niente nè per gli altri,nè per me stesso,un autentica folgorazione. Metal Box è uno di quei dischi che ti cambia la vita,non solo a livello musicale.Definito a più riprese "la prima musica degli anni 80",il disco che ha sepolto definitivamente il punk,l'album che è stato per la musica quello che l'Urlo di Munch è stato per l'arte,Apocalypse Now tradotto in musica.Ciò che non può essere messo in dubbio è l'influenza incredibile che Metal Box ha avuto negli anni a venire,su intere generazioni di musicisti (Massive Attack,Primal Scream;Tortoise,Radiohead..). Con Metal Box il punk diventa..post,ibridandosi con il dub,il reggae e l'elettronica,recupera reminiscenze kraut (i Can in primis),vecchia passione di Lydon,segna il definitivo superamento del rock,una 'cosa' davvero totale e completamente oltre.Per la sua influenza sullo sviluppo della musica nera fu definito (tra le tante definizioni) musica giamaicana senza sole.

L'industrialismo del packaging riflette la musica inquietante che conteneva:il basso martellante e circolare,rassicurante e caldo di Jah Wobble, (su cui poggiava l'intera struttura musicale del gruppo), la chitarra graffiante di Keith Levene,la voce potente e i testi funesti di Lydon che geme come un sonnambulo,e che ricorda il lamento della preghiera di un muezzin. Una ferocia pura,un mood di paranoia e di dismissioni,che dava un valore aggiunto e affilava le vibrazioni contenute nel disco. Metal Box' stato in gran parte concepito in studio,tra oscurità e pochi sprazzi di luce,pieno di angoscia e alienazione,tra molte tensioni e tante persone che orbitano nella sua realizzazione cosi come tante sono le droghe che circolano nello studio e che contribuirono alla fine del gruppo,ed è un disco ancora oggi,nell'era del download e dei file audio..'smaterializzati', fresco e potente. Il grande Lester Bangs dichiarò che durante l'incendio della sua casa,l'unica cosa che preferì afferrare fu la sua copia di Metal Box. Si..indubbiamente un disco che ti cambia la vita..












METAL BOX

Tracce di Futuro



Apre oggi alla Sapienza il convegno "Marshall McLuhan: Tracce del Futuro", dedicato al centenario della nascita del fondatore degli studi sulla comunicazione e i mass media. L'incontro, che si svolge presso il Centro congressi del Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale di Via Salaria, verrà trasmesso in streaming sul sito della rivista Mediaduemila, diretta da Maria Pia Rossignaud, fra i promotori dell’evento.

Al convegno parteciperanno fra gli altri Derrick de Kerckhove; James Fox, ambasciatore del Canada a Roma; Mario Morcellini, direttore del Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale; Francesco Passerini Glazel, presidente dell’Osservatorio TuttiMedia; Norman Doidge, ricercatore in psichiatria e psicanalisi alla Columbia University; Philippe Cahen, autore del libro “Segnali deboli”; Giulio Anselmi, presidente Ansa; Paolo Liguori, direttore TgCom.

Abbiamo colto l’occasione per fare un paio di domande a Derrick de Kerckhove, collaboratore per oltre dieci anni di McLuhan e da sempre considerato uno degli eredi più fedeli alla linea teorica del sociologo canadese.

03/06/11

Lo strano caso di Dominique Strauss Kahn

Lo strano caso del segretario generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Dominique Strauss-Kahn,accusato di tentato stupro e sequestro di persona nei confronti di una impiegata dell'hotel Sofitel di Manhattan. Rischia una condanna a 20 anni di carcere. In due articoli,uno di Attilio Folliero in cui si analizzano le dichiarazioni anti-dollaro dell'economista francese risalenti ai primi mesi del 2010,l'altro di Barbara Spinelli dalle pagine di Repubblica on-line dove al di là di ogni complottismo,si fornisce il ritratto più calzante di quel che DSK è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un uomo che ha sfidato il destino e che di fatto (politicamente) si è un suicidato. Qual'è il vero crimine di Strauss-Kahn? Quando si tratta di uomini così potenti e con così tanti nemici, ogni dubbio è lecito.

LE STRANE DICHIARAZIONI DI STRAUSS KAHN

Verso il tramonto del dollaro: anche Dominique Strauss-Kahn, segretario del FMI, chiese l’abbandono del dollaro - Oggi ha ricevuto la risposta a questo "azzardo"

12-2-2010 Dalla fine della seconda guerra mondiale il dollaro, la moneta degli Stati Uniti, è l’unica moneta di riferimento per gli scambi internazionali. Gli USA sono riusciti ad affermare il loro potere economico a livello mondiale anche grazie al fatto che la loro moneta è l’unica utilizzata per gli scambi commerciali mondiali; in particolare, è utilizzata per la comprevendita del petrolio Tutti i paesi del mondo per poter effettuare intercambi commerciali debbono comprare dollari, ovvero accumulare riserve internazionali in dollari.

Gli Stati Uniti, oggi, sono un paese in profonda crisi económica con un debito pubblico enorme equivalente praticamente al 100% del PIL. Il debito pubblico USA continua ad aumentare incessantemente, perchè di fatto spendono più di quanto incassano. Como coprono questo deficit? Circa un terzo è finanziato dalle banche centrali di Cina, Giappone, Regno Unito e di tutti gli altri paesi del mondo. Il restante 70% è finanziato dalla Federal Reserve, sotto forma di acquisto dei
titoli del debito pubblico del Tesoro USA. In sostanza la Federal reserve sta stampando dollari ed il mercato mondiale è sempre più inondato di dollari, cosa che mina il suo valore.
Per la legge economica della domanda e dell’offerta, quando l’offerta di un bene è superiore alla domanda il valore di quel bene tende a cadere. Ciò vale anche per il valore di una moneta. Malgrado ciò il valore del dollaro non è crollato; non si tratta di una eccezione alla legge economica suddetta e ciò è dovuto semplicemente al fatto che il dollaro continua ad essere praticamente l’unica moneta utilizzata per gli scambi commerciali a livello mondiale.

Inoltre, tutti i paesi del mondo hanno ingenti quantità di dollari nelle loro riserve, in particolare la Cina che conta con oltre 2.500 miliardi, per cui tutti stanno cercando di frenare la caduta del dollaro, perchè il girono che ciò accadesse le loro riserve varrebbero carta straccia. Da anni, la Cina ed altri paesi che hanno grandi riserve, stanno chiedendo agli USA di cambiare política, al fine di preservare il valore del dollaro e quindi delle loro riserve.

Molti, da anni avvertono che prima o poi il dollaro crollerà. Spesso, anche noi abbiamo trattato il tema, avvertendo che il tracollo del dollaro sembra inevitabile ed ormai è solo questione di tempo (Vedasi: articoli “Il destino del dollaro” e “Nuove monete” e le interviste).

Oggi c’è una grandissima novità su questo tema. Il segretario generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Dominique Strauss-Kahn, in un recente incontro a Washington ha apertamente parlato della necessità di abbandonare il dollaro ed ausipica la sua sostituzione con un paniere di monete da utilizzare negli scambi internazionali. L’unica via, secondo Dominique Strauss-Kahn, per calmare la crisi che viviamo è abbandonare il dollaro. Orbene questa notizia passata sostanzialmente innavertita dai grandi media, con l’eccezione del Guardian di Londra è di una importanza eccezionale. Il FMI, organismo voluto dagli USA e da sempre a totale disposizione del capitale statunitense, oggi sembra cambiare rotta, sembra voltare le spalle al padrone!

Abbandonare il dollaro, come moneta di riferimento mondiale, significa l’inevitabile tracollo degli USA. Le riserve internazionali degli Stati ammontano a migliaia di miliardi di dollari; solamente le banche centrali dei pincipali venti paesi del mondo hanno riserve per circa 10.000 miliardi, la stragrande maggioranza ovviamente in dollari. Che succede se il dollaro smette di essere la moneta di riferimento? Ossia, perchè diciamo che il giorno in cui il dollaro smette di essere la moneta di riferimento è la fine per gli USA?

Nel momento in cui il dollaro cesserà di essere la moneta di riserva mondiale, tutti gli stati saranno costretti a vendere i loro dollari ed acquistare la nuova moneta, che potrebbe essere anche più di una, ovvero un paniere di monete. L’immissione sul mercato di migliaia di miliardi di dollari farebbe crollare immediatamente il suo valore. Noi pensiamo che questo succederà sicuramente; è solo questione di tempo!
Quando questo succederà il riflesso sull’economia USA sarà inevitabile e disastroso. La svalutazione del dollaro sarà cosi grande che trascinerà l’economia USA in uno stato di iperinflazione.

Nella storia i casi di iperinflazione sono tanti, dall’antica Grecia, passando per l’impero Romano, alla rivoluzione francese. Nell’ultimo secolo i casi di iperinflazione sono tantissimi, partendo dalla Germania, della Repubblica di Weimar del primo dopoguerra, dove esattamente nel noviembre del 1923 un dollaro arrivò a valere 4.200 miliardi di marchi. Nell’Ungheria del 1946 si arrivò ad emettere una banconota con 20 zeri (lo százmillió B-pengo che valeva 100 000 000 000 000 000 000 di pengo). Negli ultimi trent’anni numerosi paesi dell’America latina hanno vissuto casi di iperinflazione, dalla Bolivia, al Brasile, all’Argentina.

E’ necesario ricordare anche i casi dell’iperinflazione della Russia nel 1991, della jugisolavia tra il 1992 ed il 1994. L’ultimo paese colpito da iperinflazione è stato lo Zimbabwe, che nel 2008 ha dovuto emettere una banconota da 100.000 miliardi di dollari dello Zimbabwe.
Banconota dello Zimbabwe da 100.000.000.000.000 miliardi di dollari dello Zimbabwe
Un caso di iperinflazione si è verificato anche negli Stati Uniti, nel 1790, dopo la rivoluzione americana, quando la moneta locale, il dollaro continentale, venne stampato senza alcun controllo.

Negli ultimi anni, molte voci si sono alzate contro il dollaro, ma tutti hanno fatto una brutta fine; con una scusa o un’altra sono stati liquidati. Basta pensare a Saddam Hussein, che propose all’Opec di abbandonare l’utilizzo del dollaro per la compravendita del petrolio. Saddam Hussein va oltre: non solo inizia ad accettare altre monete per la compravendita del suo petrolio, ma trasferisce in euro tutte le sue riserve. Tutti sappiamo la fine che ha fatto Saddam Hussein ed il suo paese, l’Iraq, che si è ritrovato occupato dalle truppe statunitesi. Scusa ufficiale per l’invasione: il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein, armi che non furono mai trovate.

Per molti la causa dell’invasione era da ricercare nella necessità degli USA di appropriarsi del petrolio iraqueno. Noi abbiamo sempre pensato che il motivo fosse un altro, come abbiamo scritto: Saddam Hussein aveva deciso di abbandonare il dollaro per la compravendita del petrolio iraqueno e stava trascinando nel suo progetto altri paesi Opec. Ciò avrebbe determinato il tracollo del dollaro e quindi degli USA (Vedasi nostro articolo: “Il dollaro, l'euro, il petrolio e l'invasione nordamericana”).

In Venezuela, il presidente Chávez abbracciò l’idea di Saddam Hussein di sostituire il dollaro e per poco non si ritrovò vittima di due colpi di stato. Riuscì a rimanere al potere, ma dovette fare marciare indietro sul suo progetto di abbandonare il dollaro e di fatto la sua più importante creatura a livello internazionale, il Banco del Sud, sta nascendo ma avendo come moneta di riferimento il dollaro.

La notizia di oggi è l’esternazione del segretario generale del FMI, Dominique Strauss-Kahn, il quale in un incontro a Washington ha detto quello che molti pensano, ma non osano pronunciare: è necesario abbandonare il dollaro!
La notizia, con l’eccezione del Guardian di Londra, ovviamente non trova spazio nei media ufficiali, controllati dal capitale USA. E’ alquanto strano che il segretario del FMI arrivi a pronunciare tali parole. Come mai? Che cosa c’è dietro? Tre sono le ipotesi plausibili: la prima è che dietro tale affermazione ci siano gli stessi Stati Uniti e quindi prenderebbe peso l’ipotesi che gli USA abbiano intenzione di sostituire il dollaro con una nuova moneta, l’amero, di cui tanto si è parlato in Internet (vedasi nostro articolo: “Il destino del dollaro”); la seconda ipotesi è che l’FMI diretta dal francese Dominique Strauss-Kahn è ormai sfuggiata al controllo degli USA e si stia schierando con i nuovi capitalismi in ascesa; la terza ipotesi è che ci troviamo di fronte ad una persona che esprime una libera opinione sulla realtà esistente. Tra l’altro, Strauss-Kahn in questo incontro ha aggiunto che è necessario agire con urgenza perchè i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero portare al caos nel mondo.

In ogni caso se la ragione di queste sue affermazioni fosse da ricercare in una delle ultime due ipotesi, è facile aspettarsi una reazione da parte degli USA, potenza in decandenza che non accetterà facilmente di farsi da parte. Gli Usa, in questo momento sono come le bestie ferite che lottano disperatamente fino alla fine. Dominique Strauss-Kahn, uno degli uomini più potenti del mondo, con questa sua esternazione potrebbe essersi giocato il suo futuro.

Attilio Folliero


02/06/11

Filippo Casaccia (Rolling Stones Magazine) si sfoga..

Di FILIPPO CASACCIA

C’entra su Rolling Stone, scritto da un cialtrone come me? Non lo so, ma per Hard Rock Cafone ho già delirato sulla mia città adottiva, Milano, più volte, ferocemente indignato per l’atroce violenza posteriore perpetratale da una signora che già ci aveva devastato l’istruzione (complici Berlinguer fratello e Gelmini non dico cosa). Fatto sta che mentre scrivo, la signora col capello color Mirigliani che ha imposto la dittatura culturale del non fare un beato cazzo, se non affidare qualche consulenza lucrosa (come a Red Ronnie, forse per affinità tricotica), bene, quella lì, la mamma di Batman con la faccia da Stanlio, non è più sindaco da qualche minuto. Non sono serviti gli eleganti appelli contro il ladro d’auto, amico di centri sociali, zingari e writers (VIVA!), né l’apertura di cantieri finti della metro né inaugurazioni di giardini pubblici già esistenti da decenni ma semplicemente ribattezzati. No, Lady Mestizia oggi non ce l’ha fatta. Ho aspettato a scrivere fino all’ultimo seggio scrutinato, perché in vita mia ho perso sempre (pure 9 mondiali di calcio!), ma è stata sconfitta lei e la compagine governativa, che – da Napoli fino a Sucate – ha preso quella che tecnicamente viene definita una sequoia secolare nel culo.
Ora, bisogna ridare dignità culturale a una città su cui sembra sia passato Pol Pot. Non si suona a San Siro (ci hanno schifato Springsteen, McCartney e Ac/Dc) ma neanche in club da 200 posti, perché ultimamente son state chiuse diverse Arci e anche la vivace Casa 139: il problema è serio (e Manuel Agnelli non sa più dove passare le serate!). Manca la musica e c’è da ricostruire una rete tra società civile, mondo della cultura, imprenditoria e potere politico, perché Formentini (lo ricordate, quello col sorriso deflagrato?), Albertini e Moratti hanno fatto il deserto e l’han chiamato pace, emarginando le periferie e anestetizzando il centro con gli aperitivi della stramaledetta Fiera del mobile. E poi servono dieci, cento, mille Cattelan che mettano un dito medio nel grasso culo degli speculatori che hanno glassato con cumshot di cemento la metropoli. C’è da lavorare, insomma, e tanto. Per cui: forza, diamoci dentro tutti! (Ah: e se Red Ronnie me lo fate interrogare sul rock come dico io, piange e confessa in 5 minuti, ve lo assicuro). Ciao, bella gioia


Antiproibizionismo? Il dub degli skatalites


Clamoroso cambiamento di strategia nel rapporto della Global Commission on Drug Policy dopo gli anni della repressione che hanno rappresentato un fallimento. "Va trattata come una questione sanitaria". Nell'organismo Kofi Annan, Paul Volcker, Mario Vargas Llosa, Richard Branson

Droga, la svolta dei grandi del mondo "E' il momento di legalizzarla"


NEW YORK - Cinquant'anni di guerra alla droga hanno fallito e all'Onu non resta che prenderne atto. Dicendo basta alla criminalizzazione e trattando l'emergenza mondiale per quello che è: una questione sanitaria. Di più: legalizzando il commercio delle sostanze stupefacenti - a partire magari dalla cannabis. Firmato: l'ex presidente dell'Onu che di questa politica fallimentare è stato uno dei responsabili, cioè Kofi Annan. Ma anche Ferdinando Cardoso, George Schultz, George Papandreu, Paul Volcker, Mario Varga Llosa, Branson. I grandi del mondo della politica, dell'economia e della cultura mondiale - che certo nessuno si sognerebbe mai di associare a un battagliero gruppo di fumati antiproibizionisti.

La clamorosa dichiarazione verrà resa nota oggi a New York in una conferenza stampa: il primo atto di una grande campagna mondiale che raccoglie e rilancia tante idee di buon senso che troppi governi (compresi quelli che loro amministravano) continuano a negare. Lo slogan è efficace: "Trattare i tossicodipendenti come pazienti e non criminali". E l'obiettivo è più che ambizioso: cambiare radicalmente i mezzi che Stati e organismi internazionali hanno fin qui inutilmente seguito per sradicare la tossicodipendenza. Il traguardo è una petizione da milioni di firme che verrà presentata proprio alle Nazioni Unite per adottare le clamorose conclusioni dei "saggi": su cui certamente si scatenerà adesso un dibattito internazionale.

La guerra mondiale alla droga ha fallito con devastanti conseguenze per gli individui e le comunità di tutto il mondo" si legge nel rapporto presentato dalla Global Commission on Drug Policy. "Le politiche di criminalizzazione e le misure repressive - rivolte ai produttori, ai trafficanti e ai consumatori - hanno chiaramente fallito nello sradicarla". Non basta. "Le apparenti vittorie nell'eliminazione di una fonte di traffico organizzato sono annullate quasi istantaneamente dall'emergenza di altre fonti e trafficanti". Basta dare un'occhiata alle statistiche raccolte dal rapporto. Nel 1998 il consumo di oppiacei riguardava 12.9 milioni di persone: nel 2008 17.35 milioni - per un incremento del 34.5 per cento. Nel 1998 il consumo di cocaina riguardava 13.4
milioni: dieci anni dopo 17 milioni - 27 per cento in più. Nel 1998 la cannabis era consumata da 147.4 milioni di persone: dieci anni dopo da 160 milioni - l'8.5 per cento in più. Sono i numeri di una disfatta.

A cui si accompagna un'altra debacle. "Le politiche repressive rivolte al consumatore impediscono misure di sanità pubblica per ridurre l'Hiv, le vittime dell'overdose e altre pericolose conseguenze dell'uso della droga". Da un'emergenza sanitaria a un'altra: un disastro che è anche un tragico spreco. "Le spese dei governi in futili strategie di riduzione dei consumi distraggono da investimenti più efficaci e più efficienti". L'elenco delle personalità coinvolte è impressionate. Il panel è l'organismo che a più alto livello si sia mai pronunciato sul fenomeno: tutti esponenti della società politica e civile internazionali che prima o poi si sono occupati ciascuno nel proprio campo dell'emergenza. Da Kofi Annan all'ex commissario Ue Javier Solana. Dall'ex segretario di Stato Usa George P. Schultz all'imprenditore miliardario e baronetto Richard Branson. Dal Nobel Vargas Llosa all'ex presidente della Fed Paul Volcker. Ci sono quattro ex presidenti: il messicano Ernesto Zedillo, il brasiliano Fernando Cardoso, il colombiano Cesar Gaviria, la svizzera Ruth Dreifuss. C'è l'ex premier greco George Papandreu. C'è lo scrittore messicano Carlos Fuentes. C'è il banchiere e presidente del Memoriale di Ground Zero John Whitehead. La loro voce sarà rilanciata adesso dall'organizzazione no profit Avaaz che conta già nove milioni di iscritti in tutto il mondo.

Non è solo la denuncia del fallimento della politica internazionale. E' anche la prima sistematica proposta di una risposta globale. Invitando i governi a sperimentare "forme di regolarizzazione che minino il potere delle organizzazione criminali e salvaguardino la salute e la sicurezza dei cittadini". Ma anche di quelle persone negli ultimi gradi del sistema criminale: "Coltivatori, corrieri e piccoli rivenditori: spesso vittime loro stessi della violenza e dell'intimidazione - oppure essi stessi tossicodipendenti". Il rapporto presenta e analizza una serie di "casi critici" dall'Inghilterra agli Usa passando per la Svizzera e i Paesi bassi. Evidenziando quattro principi.

Principio numero uno: le politiche antidroga devono essere "improntate a criteri scientificamente dimostrati" e devono avere come obiettivo "la riduzione del danno". Principio numero due: le politiche antidroga devono essere "basate sul rispetto dei diritti umani" mettendo fine alla "marginalizzazione della gente che usa droghe" o è coinvolta nei livelli più bassi della "coltivazione, produzione e distribuzione". Principio numero tre: la lotta alla droga va portata avanti a livello internazionale ma "prendendo in considerazione le diverse realtà politiche, sociali e culturali". Non sorprende il coinvolgimento di tante personalità dell'America Latina: quell'enorme mercato che finora si è cercato di sradicare soltanto a colpi di criminalizzazione e che è invece - dice proprio l'ex presidente colombiano Gaviria "il risultato di politiche antidroga fallimentari". Principio numero quattro: la polizia non basta e le politiche antidroga devono coinvolgere dalla famiglia alla scuola. "Le politiche fin qui seguite hanno soltanto riempito le nostre celle - dice Branson, l'inventore del marchio Virgin - costando milioni di dollari ai contribuenti, rafforzando il crimine e facendo migliaia di morti".

E' una rivoluzione. Sostanziata dalle raccomandazioni contenute nei principi. Una su tutte: "Sostituire la criminalizzazione e la punizione della gente che usa droga con l'offerta di trattamento sanitario". Come? "Incoraggiando la sperimentazione di modelli di legalizzazione" a partire dalla cannabis. L'appello è secco. Bisogna "rompere il tabà sul dibattito e sulla riforma" dicono i saggi. Che concludono con uno degli slogan che hanno portato alla Casa Bianca Barack Obama: "The time is now". Il momento è questo. Non abbiamo già buttato cinquant'anni?

fonte: REPUBBLICA

E’ stata la droga a uccidere il giovane Gianluca Grillo o la paura di una legge che ne rende illegale il possesso? L’abbiamo chiesto a Mario Staderini, Segretario di Radicali Italiani, che con il suo partito si batte da sempre per la legalizzazione delle droghe e che ha tracciato un quadro inquietante degli effetti sociali ed economici di una politica sugli stupefacenti di stampo proibizionista, come quella in vigore nel nostro Paese.
Staderini, se la droga fosse legale, qui in Italia, crede che Gianluca sarebbe ancora vivo? “Sicuramente sarebbe stato soccorso più tempestivamente e avrebbe avuto maggiori possibilità di salvarsi, senza quel clima di paura che serpeggia tra chiunque faccia uso di droghe. La realtà è che in Italia il consumatore di droga è lasciato tre volte in balia di se stesso. La prima rispetto all’acquisto in un mercato illegale e quindi non controllato, poi rispetto alle forze dell’ordine, dalle quali deve guardarsi per evitare di essere bollato come criminale e magari finire come Stefano Cucchi, e infine rispetto alla propria salute messa in pericolo da sostanze di cui non si conosce composizione, né provenienza. Si può condividere o meno il consumo di droga, ma che i ragazzi debbano aver paura dei medici è una vera e propria follia. Il proibizionismo, di per sé, impedisce un consumo informato e consapevole. E la legge Fini-Giovanardi, equiparando droghe leggere e pesanti, confina nella clandestinità milioni di giovani italiani che fanno uso di marjiuana”.
Quali sono le conseguenze di questa politica? “In Italia consumatori di droghe sono quattro milioni, 550 mila coloro che sono stati oggetto di procedimenti amministrativi o penali legati agli stupefacenti. 250 mila sono gli spacciatori e 28 mila i detenuti per violazione della legge sulla droga, che contribuiscono in maniera determinante al sovraffollamento carcerario. Insomma, si tratta di una vera e propria questione sociale alla quale si sceglie di rispondere unicamente con una repressione miope e ottusa. Per non parlare dei venti miliardi di euro, ed una stima per difetto, che ogni anno finiscono in mano alle mafie. Una vera e propria manovra. Soldi che poi vengono reinvestiti inquinando anche l’economia legale”. 
Crede che una normativa meno repressiva sarebbe invece in grado di governare il fenomeno? “Certo! Intanto, in vista della legalizzazione di tutte le droghe, che per noi Radicali resta la priorità, già oggi sarebbe praticabile una politica di riduzione del danno. Si potrebbe, ad esempio, legalizzare la coltivazione di marijuana, sottraendo incassi alla criminalità e milioni di giovani alla tentazione costante di passare a sostanze più pericolose e più redditizie per le mafie”.
Poche settimane fa una quindicenne romana è finita in coma etilico dopo aver trascorso ore a bere a Campo de’ Fiori. Perché la droga spaventa più dell’alcol? “Veniamo da decenni in cui il consumo di stupefacenti è stato descritto e affrontato, soprattutto in televisione, esclusivamente come un problema etico, assimilando la droga al demonio e rappresentando chi la consuma come vittima spersonalizzata del male. Ne è la prova il sedicente spot antidroga voluto dal sottosegretario Giovanardi, che il mese scorso ha invaso emittenti nazionali e locali. Un monumento alla propaganda proibizionista nel quale la droga era rappresentata dal cliché di donna tentatrice che seduce e assale la sua giovane vittima. L’alcol invece è considerato come uno di famiglia, è stato metabolizzato dalla cultura e dalla società e ormai non fa paura. Anche questo è un problema di informazione e di trasparenza: due elementi che possono fare la differenza nei comportamenti e nelle scelte di ciascuno. Il proibizionismo invece non è mai trasparente, ma punta solo a seminare terrore nella società. Purtroppo se ne parla poco e solo quando ci scappa il morto, come nel caso del povero Gianluca”.



Fin dall'inizio, The Skatalites hanno cambiato la musica giamaicana.Tra i primi a suonare lo SKA, sono i padri del rocksteady e i nonni del reggae. Hanno regalato ritmi eterni che si infiltrano nel mondo e tutte le generazioni di ska revival attribuiscono al gruppo l'influenza primaria..

QUI sono IN DUB


Jules Bonnot e via Fracchia

'Ribellione', mormorò Jules adagiandosi sulla branda.
Ribellione, non rivoluzione. Qualsiasi tentativo di sostituire un governo reazionario con uno rivoluzionario, rifletté, avrebbe comunque lasciato al loro posto, se non gli stessi sfruttatori, sicuramente i metodi di sfruttamento in quanto funzione, rifletteva Jules. Lo stato poteva cambiare i fini, ma non i mezzi. Stirner lo aveva capito. E Nietzsche definiva Stirner « l’intelletto più fertile della sua epoca »... Jules sorrise, scuotendo la testa, e le labbra gli si piegarono in una smorfia amara: l’intelletto più fertile, certo, che però era morto in miseria e solitudine, ignorato dai borghesi, disprezzato e ridicolizzato dai socialisti, abbandonato alla fame che aveva accompagnato buona parte della sua esistenza... A che era servito tanto intelletto, se poi nulla era riuscito a cambiare? La società, lo stato, il mondo intero erano disposti a riconoscergli la qualifica di filosofo, adesso che Stirner era un mucchietto di ossa dimenticate in qualche cimitero del paese più socialista di ogni altro. Già, i socialdemocratici tedeschi, pensò Jules grattandosi con violenza fra i capelli; fu distratto dall’idea che in quella lurida soffitta ci fossero le cimici... Ma no, era solo sporcizia, non si faceva un bagno da troppi giorni, e la polvere ferrosa della fabbrica era peggio delle cimici. Riprese il filo dei suoi pensieri. Dunque, i socialdemocratici erano quel fior di rivoluzionari che, una volta entrati in parlamento, avevano detto chiaro e tondo: « L’operaio tedesco è ormai un cittadino rappresentato al Reichstag, e da adesso ha dei doveri verso la Germania che vanno anteposti a quelli verso la propria classe»... Jules sospirò e subito fu preso da un attacco di tosse. Quella maledetta polvere. Che importava se veniva respirata in nome di Bismarck o della socialdemocrazia, quando l’unico scopo era costruire cannoni per poi sottomettere popoli in Africa o in Asia, o mostrare i muscoli ai vicini europei... E quel vecchio rimbambito di Engels, ricordò Jules, si era persino rimangiato il Manifesto Comunista, dichiarando che i socialdemocratici tedeschi dovevano approvare le spese militari, per difendersi da un attacco della Russia zarista... La solita storia. In quanto alla Russia, poi... Jules gettò uno sguardo ai vecchi giornali accatastati, ai fogli anarchici sparsi un po’ dappertutto nell’angusto spazio della soffitta. Due anni prima, c’era stato l’ammutinamento dell’incrociatore Potëmkin. Una bella cosa, senza dubbio. Magari li avesse avuti lui, i cannoni a lunga gittata da puntare su Lione... Be’, Lione era un po’ troppo distante dal mare. Forse, avrebbe cannoneggiato la Costa Azzurra, giusto per dare una ripulita... Stavolta si mise a ridere, fermandosi però in tempo, prima che i bronchi tornassero a tormentarlo. L’incrociatore Potëmkin, gli ufficiali e i soldati insorti... Ma che accidente di rivoluzione sarebbe mai stata, se a cominciarla erano i militari? Conosceva bene il mondo chiuso e miope dei militari: qualsiasi idea avessero, qualunque fosse il motivo che li spingeva ad ammutinarsi, si sarebbero portati dietro le tare tipiche della mentalità da caserma. No, non c’era speranza. Non nella rivoluzione, almeno. La ribellione era un’altra cosa. Certo, Stirner non aveva mutato nulla. Ma, neppure ci era riuscito quel calzolaio parigino, anarchico pure lui, tale Léon Léauthier, che era entrato in un lussuoso ristorante dell’avenue de l’Opéra e aveva piantato il suo trincetto nella pancia del primo simbolo che gli era capitato a tiro, cioè la faccia da carogna più carogna che aveva visto: casualmente, apparteneva al signor Georgewitch, ministro della Serbia. Roba da incidente internazionale. E a che cosa era servito? Il calzolaio, addio. Il ministro, sostituito da un’altra carogna suo pari. «Se avessi avuto della dinamite, avrei fatto di meglio», era stata la dichiarazione del calzolaio, prima che lo portassero via e cominciassero a massacrarlo di botte. Sì, come no, la dinamite...
L’ultimo barlume si spense, e la candela spirò. Jules accese un fiammifero, in cerca delle sigarette. Ne era rimasta una. La prima boccata lo fece tossire, ma già alla seconda avvertì una piacevole sensazione di stordimento nei polmoni.
Jouin l’aveva lasciato sfogare. E a quel punto riprese con voce sommessa:
«La conosco troppo bene, per chiederle una cosa simile. Io volevo soltanto metterla in guardia. Tentare di spiegarle che l’illegalismo porterà tutti alla rovina, anche quelli come lei che non lo condividono, o addirittura lo avversano. E che personaggi come Platano possono raccontare in giro di essere anarchici, ma sono soltanto delinquenti. Come ormai lo sono Raymond Callemin e Edouard Carouy, per la giustizia. Non si possono svaligiare case e uffici postali e pretendere di sbandierare ideali di amore e fratellanza...

O forse non è d’accordo con me, lei che dedica ogni giorno della sua vita a un’utopia che sta sprofondando nel fango? » Le mani di Victor, posando la tazza del caffè, tradirono il nervosismo.
« I delinquenti servono a mantenere i poliziotti. Senza i delinquenti, nessuno vi pagherebbe uno stipendio », sibilò con le labbra bianche per la tensione. « Lei tende a semplificare troppo le cose, signor Kibalcic. »
« Commissario Jouin, il vero motivo per cui non trovo pace, in questa mia vita, è che non riesco mai a vedere le cose semplicemente. Magari potessi accontentarmi di certe facili parole d’ordine, di ragionamenti elementari... Tutto è così maledettamente complesso, da aggiungere costantemente dubbi ai dubbi. C’è una sola cosa semplice, in questa realtà che ci hanno costretto a vivere: lei e io siamo nemici naturali. »
Il volto di Jouin riassunse quell’espressione dolente che aveva all’inizio del colloquio.
« È libero di non credermi, ma io non mi sento suo nemico. » « Il mestiere che si è scelto la obbliga a esserlo, commissario. » Jouin assunse un’espressione rassegnata. Guardò Rirette, che era rimasta in piedi, appoggiata al ripiano di marmo del lavandino, e distolse quasi subito gli occhi da quelli di lei. Aveva letto una sfumatura di pietà che si mescolava al disprezzo manifestato fino a quel momento. E non riuscì a sopportarlo. Preferì rivolgersi a Victor, che aspettava la sua risposta.
«Perché... perché non esiste una società che possa fare a meno dei poliziotti. Anche dopo una rivoluzione, la prima cosa da fare è riorganizzare la polizia. Lei questo lo sa, signor Kibalcic. È la sua intelligenza che le impedisce di essere del tutto utopista.»
«Ma è la mia sensibilità che mi farà vivere sempre e comunque contro una società che ha bisogno dei poliziotti per conservare il potere. Anche a dispetto dell’intelligenza, commissario. A dispetto di tutto e di tutti. Se il mio destino è di restare eternamente un eretico... tanto peggio. Vorrà dire che morirò senza rimpianti, con tutti i miei dubbi, ma con una sola certezza: di non essere mai stato complice dell’orrore, del sopruso, degli oppressori d’ogni sorta, qualunque sia il colore e l’ideologia che li anima.»
Jules se ne stava seduto sul pavimento in fondo alla stanza. Si era messo a scrivere su un foglio a quadretti, con là matita che aveva trovato nel cassetto del tavolo. Non chiedevo granché. Camminavo con lei al chiaro di luna nel cimitero di Lione, illudendomi che non vi fosse bisogno d’altro per vivere...
Una pioggia di colpi staccò pezzi di intonaco e schegge di legno. Jules chinò il capo e attese pazientemente che si sfogassero. Tornato il silenzio, riprese a scrivere. Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L’avevo trovata, e scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era stata sempre negata... Uno squillo di tromba annunciò l’ennesima bordata di proiettili. Jules imprecò, mentre una nube di calcinacci e polvere ricopriva il foglio a quadretti. Appena cessarono gli spari, afferrò le due Browning e andò a scaricarle fuori della finestra.
Gli assedianti risposero, e passarono altri 17 minuti d’inferno. Alla fine, Jules, nel suo angolo, scrisse le ultime righe. Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti..Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso.



Un ritratto romantico e disperato di un eroe senza voce, un personaggio profondamente legato ai suoi ideali, risucchiato dal dolore e proiettato alla velocità dei suoi sogni verso un mondo migliore. “In ogni caso nessun rimorso” è l’urlo di una bestia ferita, un libro dedicato a chi ha fatto della coerenza, la sua unica ragione di vita.
'Un romanzo che non può essere neppure definito "storico", perché la Storia la scrivono sempre i vincitori, e i protagonisti delle pagine che seguono hanno invece perso tutto: battaglie, lavoro, amici, ideali, la loro stessa vita. L'unica cosa che sono riusciti a non perdere è la dignità. Ma hanno avuto la sfortuna di vivere in un'epoca in cui la dignità era l'ultima delle qualità necessarie per passare alla Storia'. (P.Cacucci)

Solo un racconto quindi; una storia con la "S" minuscola, tragica e coinvolgente, di un gruppo di donne e di uomini condannati dal destino a trasformare la loro sensibilità in violenza.





VIA FRACCHIA

A Via Fracchia ci fu uno scontro a fuoco come dichiarato ufficialmente dai Carabinieri del Generale Dalla Chiesa o venne eseguita la condanna a morte di quattro brigatisti?


28 marzo 1980. Ore 2.42. All’interno 1 del civico 12 di via Fracchia Riccardo Dura, Annamaria Ludman, Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli stanno dormendo. La colonna genovese delle BR sta per essere annientata.
Da giorni i carabinieri sono sulle loro tracce grazie alle rivelazioni del pentito Patrizio Peci. Dalla Chiesa non vuole più attendere e ordina il blitz.
Una trentina tra uomini del reparto antiterrorismo, carabinieri e personale del Nucleo operativo irrompe nell'appartamento. Giù la porta, i primi spari. Il maresciallo Rinaldo Benà viene ferito alla testa, colpito forse da fuoco amico. Ai brigatisti, sorpresi nel sonno, non viene dato il tempo per pensare.
Molta parte dell'opinione pubblica ebbe l'impressione si fosse trattata di una esecuzione. Giuliano Zincone, editoralista del “Corriere della sera”, direttore nel 1980 del quotidiano genovese “Il Lavoro”: "Quel giorno il giornale titolò: “Non è una vittoria”. Sostenevo la teoria che lo Stato non doveva rispondere sullo stesso piano dei terroristi.
Giorgio Bocca: "Intervistai il generale Dalla Chiesa alcuni mesi dopo il blitz. Gli chiesi se ai quattro brigatisti fu data la possibilità di arrendersi o furono uccisi subito. Non mi disse chiaramente che li avevano ammazzati ma il tono usato per parlare rivelava intransigenza, durezza. Per me, al di la delle parole, non andò come era stato raccontato nella versione ufficiale".
Nei mesi precedenti a Genova le BR avevano ucciso quattro carabinieri. Forse Via Fracchia fu la risposta decisa dal Generale Dalla Chiesa. Lo Stato gridava: "Ora in guerra ci siamo anche noi".
Ringrazio il Corriere Mercantile per avermi concesso di pubblicare l'inchiesta di Andrea Ferro sui fatti di Via Fracchia. Documenti straordinari e interviste che lasciano al lettore il compito di formarsi una libera interpretazione dei fatti.


Prima puntata Il mistero della bomba a mano. L’orologio fermo alle 2,42, l’ora del conflitto a fuoco

Seconda puntata Una fila di cadaveri a terra. L’immagine choc che riassume l’orrore di un’epoca

Terza puntata Via Fracchia, ricordi indelebili. Adriano Duglio: «Ecco cosa sapevano i carabinieri»

Quarta puntata Dura, il “capo” in prima linea. Bocca: «Dalla Chiesa mi fece capire...»

Quinta puntata Quelle pistole accanto ai cadaveri. Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli, i “bierre” venuti da Torino

Sesta puntata Riccio: «Spararono per primi. Rispondemmo al fuoco, per tre minuti fu l’inferno».

Settima puntata Ecco i covi della colonna Br.

Ottava puntata L’ultima cena dei quattro brigatisti. Una partita a scacchi iniziata, brandine e tanto disordine




01/06/11

Neuromante al cinema e i Gang Starr

Pur essendo un prodotto degli anni '80,liberando la fantascienza dall'influenza della letteratura popolare degli anni '60 il Cyberpunk è in qualche modo un ritorno alle origini,proprio come la musica punk,che spogliò il rock'n'roll dalle influenze progressive e dei virtuosismi degli anni '70. Essendo cresciuti in un vero e proprio mondo 'fantascientifico' e non solo nella letteratura tradizionale del genere i cyberpunk sovrappongono due mondi fino ad allora nettamente separati:quello High Tech e il mondo underground della cultura pop. Il Cyberpunk crea un alleanza tra il mondo della tecnologia (che cresce e si rafforza) e la controcultura del dissenso organizzato. Diventa cosi il territorio dove si incociano hacker,musica elettronica,la realizzazione di video musicali,la nascita dello scratch e dell'hip hop,con il quale gli innovatori dei ghetti trasformano il giradischi in uno strumento la cui musica si sposa con il cut-up di W.Burroughs. C'è chi trova questo mix bizzarro e mostruoso e c'è chi invece..trova questa integrazione una formidabile speranza.

Neuromante è la quintessenza del Cyberpunk. Ambientato tra Tokio, Parigi, Instambul ha avuto il merito di descrivere il futuro in modo convincente e preciso. Il romanzo,dell'84,vince i tre maggiri premi nel campo della fantascienza (Hugo, Nebula e il P. K.Dick) descrive un futuro non molto lontano dove non esiste più un potere politico e il pianeta è dominato da un regime economico delle multinazionali,fondato sulla dimensione materiale delle comunicazioni all'interno di una gigantesca rete mondiale di computer:la matrice o il cyberspazio. Case è il protagonisti, cow-boy della consolle,emarginato e fuorilegge che riesce a collegarsi alla rete direttamente per via neurale,muovendosi all'interno delle banche dati protette, rubando per poi rivendere importanti informazioni, che sono il bene più prezioso, organizzate in banche dati protette da identità informatiche, le cui funzioni sono simili al sistema immunitario del corpo umano.

Neuromante faceva riferimento ad un insieme di temi e a un immaginario ben presente agli appassionati di cinema: Mad Max, Blade Runner, Videodrome, Terminator e ora dopo vari tentativi nel corso degli anni di portare sul grande schermo il romanzo, il progetto Neuromancer entra in pre-produzione, con il regista designato Vincenzo Natali, noto per aver diretto Cube e per la recente regia della trasposizione de Il Condominio (High Rise) di J.Ballard.
Il rischio è quello di pensare che sia troppo tardi,che dopo Matrix tutto sia già stato scritto e visto e che il film appartenga ad un genere che tanti considerano già superato. A questo proposito afferma Gibson:

"In termini di approccio a Neuromante oggi, in epoca post Matrix e post tutti gli altri film che sono seguiti, penso che sia un grande vantaggio poter utilizzare tutte queste cose. Oggi si può fare Neuromante in una cultura che sa già, grazie a Matrix, che cos'è la Matrice: la stessa parola si trova nel libro, e venne presa in prestito dai fratelli Wachowski per la loro trilogia. Penso che tutto questo sia positivo, perché non riesco a immaginare come si sarebbe potuto fare un film del genere dieci o quindici anni fa, essendo così astratto. Nel 1984, quando il libro uscì, era veramente molto avanti.."






I Gang Starr, Dj Premiere e Guru, sono stati uno dei pilastri del Hip-Hop fin dalla nascita del genere. Hanno illuminato l'arte del campionare musica e suoni e metterli insieme.Lontanissimi dai canoni stereotipati dei rappers più famosi,dall'istigazione alla violenza,all'omofobia,dal sessismo alla passione per le armi fino all'ostentazione cafona delle ricchezze acquisite, i Gangstarr hanno prodotto musica geniale e innovativa,collaborato con moltissimi artisti senza mai tradire lo spirito iniziale e underground del rap delle origini.

"Step In The Arena" è il secondo disco,e fà seguito al bellissimo e osannato "Jazz Thing",(dichiarazione d'amore verso le radici jazz) contenuta nella colonna sonora di Mo' Better Blues di Spike Lee e resta uno dei dischi simboli di un genere che è andato negli anni in una direzione totalmente opposta a quella proposta dal duo.
Nel 2007 Step in the Arena,pubblicato nel dicembre del 1990 solo su LP in vinile è stato nominato il più grande album hip hop di tutti i tempi da alcuni dei maggiori siti web specializzati,è uno dei miei album rap preferiti di sempre insieme a quelli di Pubblic Enemy,A Tribe Called Quest,De La Soul,Naughty by Nature..

Step in the Arena
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