02/06/11

Antiproibizionismo? Il dub degli skatalites


Clamoroso cambiamento di strategia nel rapporto della Global Commission on Drug Policy dopo gli anni della repressione che hanno rappresentato un fallimento. "Va trattata come una questione sanitaria". Nell'organismo Kofi Annan, Paul Volcker, Mario Vargas Llosa, Richard Branson

Droga, la svolta dei grandi del mondo "E' il momento di legalizzarla"


NEW YORK - Cinquant'anni di guerra alla droga hanno fallito e all'Onu non resta che prenderne atto. Dicendo basta alla criminalizzazione e trattando l'emergenza mondiale per quello che è: una questione sanitaria. Di più: legalizzando il commercio delle sostanze stupefacenti - a partire magari dalla cannabis. Firmato: l'ex presidente dell'Onu che di questa politica fallimentare è stato uno dei responsabili, cioè Kofi Annan. Ma anche Ferdinando Cardoso, George Schultz, George Papandreu, Paul Volcker, Mario Varga Llosa, Branson. I grandi del mondo della politica, dell'economia e della cultura mondiale - che certo nessuno si sognerebbe mai di associare a un battagliero gruppo di fumati antiproibizionisti.

La clamorosa dichiarazione verrà resa nota oggi a New York in una conferenza stampa: il primo atto di una grande campagna mondiale che raccoglie e rilancia tante idee di buon senso che troppi governi (compresi quelli che loro amministravano) continuano a negare. Lo slogan è efficace: "Trattare i tossicodipendenti come pazienti e non criminali". E l'obiettivo è più che ambizioso: cambiare radicalmente i mezzi che Stati e organismi internazionali hanno fin qui inutilmente seguito per sradicare la tossicodipendenza. Il traguardo è una petizione da milioni di firme che verrà presentata proprio alle Nazioni Unite per adottare le clamorose conclusioni dei "saggi": su cui certamente si scatenerà adesso un dibattito internazionale.

La guerra mondiale alla droga ha fallito con devastanti conseguenze per gli individui e le comunità di tutto il mondo" si legge nel rapporto presentato dalla Global Commission on Drug Policy. "Le politiche di criminalizzazione e le misure repressive - rivolte ai produttori, ai trafficanti e ai consumatori - hanno chiaramente fallito nello sradicarla". Non basta. "Le apparenti vittorie nell'eliminazione di una fonte di traffico organizzato sono annullate quasi istantaneamente dall'emergenza di altre fonti e trafficanti". Basta dare un'occhiata alle statistiche raccolte dal rapporto. Nel 1998 il consumo di oppiacei riguardava 12.9 milioni di persone: nel 2008 17.35 milioni - per un incremento del 34.5 per cento. Nel 1998 il consumo di cocaina riguardava 13.4
milioni: dieci anni dopo 17 milioni - 27 per cento in più. Nel 1998 la cannabis era consumata da 147.4 milioni di persone: dieci anni dopo da 160 milioni - l'8.5 per cento in più. Sono i numeri di una disfatta.

A cui si accompagna un'altra debacle. "Le politiche repressive rivolte al consumatore impediscono misure di sanità pubblica per ridurre l'Hiv, le vittime dell'overdose e altre pericolose conseguenze dell'uso della droga". Da un'emergenza sanitaria a un'altra: un disastro che è anche un tragico spreco. "Le spese dei governi in futili strategie di riduzione dei consumi distraggono da investimenti più efficaci e più efficienti". L'elenco delle personalità coinvolte è impressionate. Il panel è l'organismo che a più alto livello si sia mai pronunciato sul fenomeno: tutti esponenti della società politica e civile internazionali che prima o poi si sono occupati ciascuno nel proprio campo dell'emergenza. Da Kofi Annan all'ex commissario Ue Javier Solana. Dall'ex segretario di Stato Usa George P. Schultz all'imprenditore miliardario e baronetto Richard Branson. Dal Nobel Vargas Llosa all'ex presidente della Fed Paul Volcker. Ci sono quattro ex presidenti: il messicano Ernesto Zedillo, il brasiliano Fernando Cardoso, il colombiano Cesar Gaviria, la svizzera Ruth Dreifuss. C'è l'ex premier greco George Papandreu. C'è lo scrittore messicano Carlos Fuentes. C'è il banchiere e presidente del Memoriale di Ground Zero John Whitehead. La loro voce sarà rilanciata adesso dall'organizzazione no profit Avaaz che conta già nove milioni di iscritti in tutto il mondo.

Non è solo la denuncia del fallimento della politica internazionale. E' anche la prima sistematica proposta di una risposta globale. Invitando i governi a sperimentare "forme di regolarizzazione che minino il potere delle organizzazione criminali e salvaguardino la salute e la sicurezza dei cittadini". Ma anche di quelle persone negli ultimi gradi del sistema criminale: "Coltivatori, corrieri e piccoli rivenditori: spesso vittime loro stessi della violenza e dell'intimidazione - oppure essi stessi tossicodipendenti". Il rapporto presenta e analizza una serie di "casi critici" dall'Inghilterra agli Usa passando per la Svizzera e i Paesi bassi. Evidenziando quattro principi.

Principio numero uno: le politiche antidroga devono essere "improntate a criteri scientificamente dimostrati" e devono avere come obiettivo "la riduzione del danno". Principio numero due: le politiche antidroga devono essere "basate sul rispetto dei diritti umani" mettendo fine alla "marginalizzazione della gente che usa droghe" o è coinvolta nei livelli più bassi della "coltivazione, produzione e distribuzione". Principio numero tre: la lotta alla droga va portata avanti a livello internazionale ma "prendendo in considerazione le diverse realtà politiche, sociali e culturali". Non sorprende il coinvolgimento di tante personalità dell'America Latina: quell'enorme mercato che finora si è cercato di sradicare soltanto a colpi di criminalizzazione e che è invece - dice proprio l'ex presidente colombiano Gaviria "il risultato di politiche antidroga fallimentari". Principio numero quattro: la polizia non basta e le politiche antidroga devono coinvolgere dalla famiglia alla scuola. "Le politiche fin qui seguite hanno soltanto riempito le nostre celle - dice Branson, l'inventore del marchio Virgin - costando milioni di dollari ai contribuenti, rafforzando il crimine e facendo migliaia di morti".

E' una rivoluzione. Sostanziata dalle raccomandazioni contenute nei principi. Una su tutte: "Sostituire la criminalizzazione e la punizione della gente che usa droga con l'offerta di trattamento sanitario". Come? "Incoraggiando la sperimentazione di modelli di legalizzazione" a partire dalla cannabis. L'appello è secco. Bisogna "rompere il tabà sul dibattito e sulla riforma" dicono i saggi. Che concludono con uno degli slogan che hanno portato alla Casa Bianca Barack Obama: "The time is now". Il momento è questo. Non abbiamo già buttato cinquant'anni?

fonte: REPUBBLICA

E’ stata la droga a uccidere il giovane Gianluca Grillo o la paura di una legge che ne rende illegale il possesso? L’abbiamo chiesto a Mario Staderini, Segretario di Radicali Italiani, che con il suo partito si batte da sempre per la legalizzazione delle droghe e che ha tracciato un quadro inquietante degli effetti sociali ed economici di una politica sugli stupefacenti di stampo proibizionista, come quella in vigore nel nostro Paese.
Staderini, se la droga fosse legale, qui in Italia, crede che Gianluca sarebbe ancora vivo? “Sicuramente sarebbe stato soccorso più tempestivamente e avrebbe avuto maggiori possibilità di salvarsi, senza quel clima di paura che serpeggia tra chiunque faccia uso di droghe. La realtà è che in Italia il consumatore di droga è lasciato tre volte in balia di se stesso. La prima rispetto all’acquisto in un mercato illegale e quindi non controllato, poi rispetto alle forze dell’ordine, dalle quali deve guardarsi per evitare di essere bollato come criminale e magari finire come Stefano Cucchi, e infine rispetto alla propria salute messa in pericolo da sostanze di cui non si conosce composizione, né provenienza. Si può condividere o meno il consumo di droga, ma che i ragazzi debbano aver paura dei medici è una vera e propria follia. Il proibizionismo, di per sé, impedisce un consumo informato e consapevole. E la legge Fini-Giovanardi, equiparando droghe leggere e pesanti, confina nella clandestinità milioni di giovani italiani che fanno uso di marjiuana”.
Quali sono le conseguenze di questa politica? “In Italia consumatori di droghe sono quattro milioni, 550 mila coloro che sono stati oggetto di procedimenti amministrativi o penali legati agli stupefacenti. 250 mila sono gli spacciatori e 28 mila i detenuti per violazione della legge sulla droga, che contribuiscono in maniera determinante al sovraffollamento carcerario. Insomma, si tratta di una vera e propria questione sociale alla quale si sceglie di rispondere unicamente con una repressione miope e ottusa. Per non parlare dei venti miliardi di euro, ed una stima per difetto, che ogni anno finiscono in mano alle mafie. Una vera e propria manovra. Soldi che poi vengono reinvestiti inquinando anche l’economia legale”. 
Crede che una normativa meno repressiva sarebbe invece in grado di governare il fenomeno? “Certo! Intanto, in vista della legalizzazione di tutte le droghe, che per noi Radicali resta la priorità, già oggi sarebbe praticabile una politica di riduzione del danno. Si potrebbe, ad esempio, legalizzare la coltivazione di marijuana, sottraendo incassi alla criminalità e milioni di giovani alla tentazione costante di passare a sostanze più pericolose e più redditizie per le mafie”.
Poche settimane fa una quindicenne romana è finita in coma etilico dopo aver trascorso ore a bere a Campo de’ Fiori. Perché la droga spaventa più dell’alcol? “Veniamo da decenni in cui il consumo di stupefacenti è stato descritto e affrontato, soprattutto in televisione, esclusivamente come un problema etico, assimilando la droga al demonio e rappresentando chi la consuma come vittima spersonalizzata del male. Ne è la prova il sedicente spot antidroga voluto dal sottosegretario Giovanardi, che il mese scorso ha invaso emittenti nazionali e locali. Un monumento alla propaganda proibizionista nel quale la droga era rappresentata dal cliché di donna tentatrice che seduce e assale la sua giovane vittima. L’alcol invece è considerato come uno di famiglia, è stato metabolizzato dalla cultura e dalla società e ormai non fa paura. Anche questo è un problema di informazione e di trasparenza: due elementi che possono fare la differenza nei comportamenti e nelle scelte di ciascuno. Il proibizionismo invece non è mai trasparente, ma punta solo a seminare terrore nella società. Purtroppo se ne parla poco e solo quando ci scappa il morto, come nel caso del povero Gianluca”.



Fin dall'inizio, The Skatalites hanno cambiato la musica giamaicana.Tra i primi a suonare lo SKA, sono i padri del rocksteady e i nonni del reggae. Hanno regalato ritmi eterni che si infiltrano nel mondo e tutte le generazioni di ska revival attribuiscono al gruppo l'influenza primaria..

QUI sono IN DUB


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