18/07/14

Albino: Johnny Winter risponde alle domande

PARIGI - Johnny Winter risponde alle domande.

D: Ti reputi un chitarrista di blues o di rock and roll?
Johnny Winter: E’ difficile da dire. ll blues é al di sopra di tutto. Quando suono il rock, suono ancora il blues. Solo il ritmo cambia. Ma alla fine, rimango un chitarrista di blues.

D: Hai lavorato molto con Muddy Waters, recentemente.
J.W.: Oh, si. Faccio tutto quello che posso fare con Muddy. lncontrarlo, produrlo, suonare con lui o semplicemente stargli vicino. Lo amo profondamente. E’ sempre stato una mia fonte dl ispirazione, sia umana che musicalmente. Ha avuto una vita incredibile. Ma nonostante tutto, é sempre rimasto lo stesso uomo.

D: Hai prodotto (e hai anche suonato su) tre dischi suoi. Quello che ci ha colpito, è il ruolo discreto che vi hai ricoperto. Siamo abituati a un Johnny Winter che ha il ruolo di protagonista sulla scena.
J.W.: Certo! Ma con Muddy é differente. E’ la sua musica che voglio ascoltare, non la mia.

D: A proposito della tua musica, sono cosi tanti i tuoi albums che ci si potrebbe perdere.
J.W.: Lo so. Ci sono delle persone che comprano un disco di Jonny Winter e dicono: “Dio, e una merda!" Sai, sono andato in giro di città in città attraverso tutto il Sud per dieci anni, e ogni volta che avevo la possibilità di registrare un pezzo, ero entusiasta. Quando ho firmato con la CBS, ci sono stati quelli che si son detti: Ma, a proposito, abbiamo quei pezzi.. e se li facessimo uscire?" Per non parlare poi di quelli che avevano tre o quattro mie vecchie canzoni e facevano completare il disco da un imitatore. lnfatti, il solo disco non prodotto dalla CBS che é un mio autentico disco è “Progressive Blues Experiment” che in realtà non amo molto ma che é stato registrato effettivamente per esser stampato. A parte questo, io sono molto fiero dei miei albums. Specialmente del primo, dell‘ultimo e di “John Dawson Winter lll". Non mi piace molto invece “Johnny Winter Live And", che è stato comunque il più venduto.

D: Perché?
J.W.: Forse per i ricordi di quell’epoca. E’ il disco dal vivo della tournée con Rick Derringer. La tournée durò tre anni, tre anni folli. Alla fine mi sentivo come una puttana di juke-box. Metti una moneta e senti la musica.

D: Era anche l’epoca in cui prendevi l’eroina..
J.W.: Si.. non sono dei bei ricordi. L'America degli anni Sessanta era cosi. Ci accorgevamo che i nostri genitori ci raccontavano delle stupidaggini sulla droga, e immaginavamo che con un po’ di prudenza potevamo divertirci senza pericolo. lnfatti le droghe devono essere trattate con molto rispetto. All'inizio ne prendvo per divertirmi, poi perché ero troppo debole mentalmente e fisicamente per opporvi resistenza. Poi per continuare a suonare come una macchina. Ma l'eroina non ha mai permesso a nessuno di vivere meglio o di suonare meglio la chitarra. Forse é una cosa che bisogna dire. Sono contento di esserne uscito.

D: Quali sono i grandi ricordi della tua vita di musicista?
Ce ne sono due o tre. ll primo risale a avevo quindici anni. Per promuovere Go Johnny Go, un film con Chuck Berry, era organizzato un giro radiofonico; bisognava andare in studio con Ia chitarra. Vinsi ed entrai in studio con i miei compagni. Fu tutto talmente veloce che non ebbi neanche il tempo d‘avere paura e Il nostro disco divento il numero otto nella hit parade della nostra città. Accendere la radio e sentire la propria canzone è meraviglioso. ll secondo grande momento è stato quando un giornalista di Rolling Stone ha scritto un articolo su di me e dal giorno alla notte della gente che mi avrebbe sputato in faccia arrivò da tutte le parti degli Stati Uniti con i soldi e i contratti. In quel momento credetti di essere veramente arrivato.. E poi c’è stato il giorno in cui mi hanno annunciato che avrei prodotto Muddy Waters, che era anche il giorno in cui lo incontrai. Il sogno dei miei quindici anni si realizzava. Pensa che mio padre era il sindaco di una Città del Mississippi a pochi chilometri dalla piantagione dove lavorava Muddy.
(Popster)
Ma..Johnny, Live and è stato il primo tuo disco che ho comprato, e che ho amato..alla follia!! Rip.

John Dawson Winter III detto Johnny, Beaumont, 23 febbraio 1944 – Zurigo, 16 luglio 2014
Captured Live 1976






17/07/14

..Come si mantiene in forma nel nostro secolo l’odio

Guardate com’è sempre efficiente, come si mantiene in forma nel nostro secolo l’odio" 
Wisława Szymborska

Davvero, non si riesce, non si può (e non si deve ) restare in silenzio. La terribile punizione collettiva ( di hitleriana memoria ) che Israele sta infliggendo ai palestinesi in ritorsione all'uccisione di tre ragazzi ebrei da parte di scellerati terroristi isolati sta falciando, come sempre, la popolazione civile. Donne, anziani e ragazzi, bambini muoiono, senza colpa. Israele è consapevole, questi eccidi che in modo macabro si ripetono a distanza di qualche anno, servono per mantenere lo stato di guerra permanente che giova a Israele e al suo più stretto alleato, gli U.S.A. Per poi tornare allo status quo: continui nuovi insediamenti in territorio palestinese dei coloni, furto di acqua e diritti, la negazione di un entità autonoma. Chi dissente è anti semita, razzista, nazista. Mentre il nazismo ritorna lugubremente alla memoria quando si parla di "punizione collettiva". Israele unica democrazia nell'area mediorientale così poi reagisce alle critiche, a chi dissente, a chi si trova riluttante, imbarazzato e disgustato di fronte alle stragi compiute negli ultimi giorni. Questa volta tocca a Eddie Vedder dei Pearl Jam a finire nell'occhio del ciclone, colpevole di aver criticato  la guerra,  venerdì 11 luglio durante un concerto. Il Jerusalem Post ha bollato le sue dichiarazioni come una “Diatriba Anti-Israele” e le reazioni sono subito arrivate sia da parte dei fan Israeliani e sia da parte dei media radiofonici (Radio Rock DJ Ben Red), che sostenevano fino a quel momento la calata dei Pearl Jam in quella zona, salvo ora dichiarare: <<Finalmente Eddie Vedder si è rivelato per quello che è. Siete invitati a non venire. Non ti vogliamo: cancelleremo la pagina Facebook dedicata ai Pearl Jam e alla raccolta firma per invitarvi qui a Israele>>.

Il frontman dei Pearl Jam ha urlato tutto il suo disappunto nei confronti della guerra. Il suo proclama è avvenuto in riferimento ai recenti bombardamenti israeliani alla Striscia di Gaza, qualche giorno fa al Keynes National Bowl di Milton in Inghilterra. Eddie ha sorpreso tutti proprio durante l’esecuzione di Daughter: brano molto emotivo, che ha evidentemente spinto il singer dei Pearl Jam - bottiglia di vino alla mano – a iniziare il suo discorso volto a sensibilizzare il mondo e a mettere così fine alla violenza. <<Possiamo avere tutta la tecnologia moderna che vogliamo. Siamo in grado di raggiungere i nostri amici ovunque essi siano. Sappiamo cosa loro stiano pensando prima che ci pensino. Abbiamo una tecnologia incredibile e tutto sembra essere nelle nostre mani. Ma allo stesso tempo, mentre nel mondo accadono tante cose positive, allo stesso tempo nemmeno troppo lontano, qualcuno si sgancia bombe a vicenda. Ci sono persone, là fuori, alla ricerca di un motivo per uccidere. Cercano un pretesto per andare oltre confine e conquistare terre che non appartengono loro e da cui dovrebbero rimanere fuori. Perché andare in guerra? Fermiamoli, ora! Non vogliamo dare loro i nostri soldi. Utilizzano le nostre tasse per sganciare bombe sui bambini>> ha dichiarato Vedder, prima di sputare sul palco.
Interzone si associa alle parole di Eddie: Stop this fuck shit, now!
Qui sotto il video della protesta.
via Blabbermouth




10/07/14

Rock Logo

Marchi, elaborazioni grafiche, simboli, immagini. Grazie al contenuto espressivo e alla capacità di sintesi sono in grado di scuotere, coinvolgere e mobilitare le masse. La cultura delle multinazionali impiega sempre più forze e denaro sul logo e sulla proposta di una serie di valori immateriali ed ideali da collegare ad esso, mentre le le tecniche di branding sono in continuo cambiamento: si cerca in tutti i modi di mettere in campo un immaginario simbolico per attrarre e sedurre, con lo scopo finale di rendere sempre più fedele i  clienti e creare così una propria fetta di monopolio. Intanto cultura del marketing si espande anche fuori dalle aziende, in luoghi un tempo protetti come le scuole, i musei e i parchi,  producendo gadget e false speranze.
Le aziende sembrano sfornare ormai marchi, e non prodotti. Molte aziende che prima producevano nelle loro fabbriche e avevano tanti dipendenti a tempo indeterminato   hanno chiuso le fabbriche, affidato la produzione a una rete di appaltatori e subappaltatori e hanno investito nel design e nel marketing necessari a diffondere il più possibile la loro grande idea, il loro brand. (modello Nike)  Altre aziende hanno scelto invece   di conservare un nucleo strettamente controllato di azionisti-dipendenti che gestiscono “l’attività centrale” dell’azienda ed esternalizzare tutto il resto, dalla gestione della posta alla scrittura del codice informatico, affidandolo a lavoratori precari. (modello Microsoft) Alcuni le hanno chiamate hollow Corporation, imprese vuote, perché queste aziende ristrutturate sembrano avere un unico obiettivo: trascendere il mondo fisico per trasformarsi in un marchio incorporeo. Come ha detto l’esperto di gestione aziendale Tom Peters: “È da stupidi possedere cose!”. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano, molto lontano, abbracciando non solo i settori  della pubblicità, (grafica, arte..), ma dell'economia, della politica, della morale..e che sicuramente affronteremo. Parliamo invece del mondo del pop e del rock, che vive si di musica ma anche di apparenza: la musica oggi non solo si ascolta, ma si vive e si indossa, e in molti casi contribuisce a creare un mondo parallelo in cui riconoscersi. Alcuni dei marchi di artisti rock sono diventati veri e propri brand mondiali, con un valore artistico e commerciale straordinario..


08/07/14

Yoko Ono..ah ah!

"Rock con la dentiera, Glastonbury come Cesano Boscone, uno dei peggiori live di sempre.." e si potrebbe continuare. Secondo noi, però, la palma del miglior commento và a rednap: "Piacevole come l'allarme dell'appartamento di sopra che suona a vuoto alle tre di notte.."! Mostro di simpatia di certo non lo è mai stata, ma va davvero oltre il disastro quello che è successo al Glastonbury Festival di Londra, con l'esibizione di Yoko Ono e la sua Plastic Ono Band. Ottantuno anni, vissuti sempre in prima linea, senza mai rinunciare alle sue idee, moglie di John Lennon, artista e musicista (?) giapponese naturalizzata statunitense non è riuscita a stare ferma neanche questa volta, sempre fedele al suo credo:
"Artista è chi crede nell'essere artista". In questa frase, nella sua semplicità c'è il segreto della della sua vita. "Essere" artista, per lei, ha sempre significato mescolare la vita e l'arte, e per molti versi fare della propria vita un'opera d'arte. Ma quello andato in onda al festival rock di Glastonbury 2014 va oltre il disastro, è cade molto di più sul versante del ridicolo.
Quello che segue sono alcuni dei 40 minuti di sperimentazione di cosa non si è capito, riff di chitarra rock, un farfugliamento di "affermazioni" e un canto che assomiglia a mini orgasmi alternati a urla primordiali di una lotta scimmiesca per il territorio. Le sue filosofie sociali e le angosce personali di tutta una vita si perdono nei lamenti atonali e anche Rising, che è una diatriba minacciosa contro il crescente potere delle corporazioni, è irriconoscibile e grottesca. Una performance da dimenticare e che non passerà certamente alla storia: peggio fanno solo quei pochi coraggiosi e intrepidi che sotto il palco si agitano e sembrano divertirsi davanti ai terrificanti gorgheggi di Yoko Ono. Ma far esibire una band di ragazzini scatenati non era più sensato? Una gigantesca pernacchia risuona in tutto il Web. Sparae sulla croce rossa? Si può, e in questo caso..si deve!





Il massacro dei ragazzi in Palestina

Israeliani, ebrei. Il popolo degli eletti..

Dice Ilan Pappe, storico israeliano,
"Se la comunità internazionale continua a garantire a Israele l'immunità sotto l'ombrello del cosiddetto "processo di pace", questo ciclo di violenza non smetterà."
E, parlando della resistenza palestinese, violenta e non violenta,
"continuerà finché il mondo non costringerà Israele a cambiare la propria strategia politica." 


Pappe suggerisce, anche, a cosa porterà il ritrovamento dei corpi dei tre giovani coloni: indebolire Hamas e accelerare l'annessione dell'Area C. Sarebbe stata raggiunta, comunque, ma in modo più lento. L'accordo tra Hamas e Fatah ha dato una forte spinta a questo progetto.

Non c'è traccia, nei reportage nostrani, degli almeno 7 Palestinesi uccisi, dopo il ritrovamento dei cadaveri dei tre coloni né delle centinaia di arresti, tra i quali 600 membri di Hamas, parlamentari compresi. Gli ultimi arresti, ieri, hanno colpito 11 bambini del campo di Shu'fat (foto di Jamil Al Mashani), né delle tantissime abitazioni palestinesi distrutte.

Ieri, 6 luglio, sono morti due lavoratori palestinesi, investiti da un'auto di coloni, a Haifa. Si chiamavano Anwar Sati, 55 anni, e Zahi Abu Hamed, 44 anni (QUI e QUI)
Per quanto riguarda i morti nei bombardamenti sulla Striscia di Gaza (a proposito: perché vengono sempre presentati come "risposta al lancio di razzi dalla Striscia su Israele"?), non c'è bisogno di "dare i numeri" (4, 5, 6); sono 9, una cifra giunta, subito, appena i corpi sono arrivati in ospedale. E non sono tutti miliziani di Hamas, come riportato. Tra di loro, per esempio, c'è un giovane calciatore, il cui unico sogno era giocare a calcio, nella Nazionale palestinese (QUI)

Sempre restando nella Striscia, è notizia di oggi che il Governo israeliano ha ridotto, ancora una volta, il limite nautico, entro il quale i pescatori possono spingersi, portandolo da 6 (che è già molto meno di quanto stabilito dagli accordi di Oslo) a 3, minacciando di sparare contro le imbarcazioni che violeranno tale limite.
Mancano all'appello dei nostri media, anche gli Israeliani contrari alla politica e ai metodi del loro Governo. Membri di Nautrei Karta, per esempio, si sono recati a casa di Mohamed Abu Khudeir, il giovane palestinese rapito e ucciso, a presentare le loro condoglianze (video: QUI) o lo scrittore Miko Peled, arrestato nel corso della manifestazione settimanale di Bi'lin, perché mostrava le foto di Mohamed (foto: QUI)

Neanche il ferimento del corrispondente della CNN, Ben Wedeman, colpito da un proiettile israeliano, rivestito di gomma, ha trovato spazio, almeno per solidarietà di categoria. Nellla video-intervista, Wedeman mostra il proiettile, uguale a quelli che i soldati israeliani sparano contro i civili palestinesi, tutti i giorni, durante i raid notturni o alle manifestazioni pacifiche di protesta:
QUI.

Infine, qualche volta, si potrebbe dire che non tutti gli Stati vogliono rendersi complici di Israele. La scorsa settimana, i delegati di Israele sono stati espulsi dal vertice dell'Unione Africana. Le motivazioni? Le leggi che disciplinano l'UA sono ostili ai Paesi coloniali e, in più, le condizioni di vita della comunità africana che vive in Israele sono state più volte denunciate dalle associazioni di difesa dei diritti umani (vedi QUI)
Non è poco.


04/07/14

Il Giardino del Suono: The Soundgarden

Ri - pubblichiamo il post dedicato ai Soundgarden in occasione del loro passaggio in Italia, con il tour
celebrativo del ventennale dell'uscita di Superunknown, caposaldo del grunge a stelle e strisce e senza dubbio pilastro della discografia della band di Chris Cornell e soci. Allo scioglimento del gruppo nel 1997 è seguita una reunion nel 2010 e quest’estate, più rinvigoriti che mai, sono tornati con il tour che vede un'altra band culto per Interzone accompagnarli in giro per l'Europa: i Wolfmother, australiani guidati da Andrew Stockdale. Il post era incentrato su Live on I5, disco live del 2011, ma questa è l'occasione per riascoltare la riedizione di Superunknown, rimasterizzato e mixato in Blu- Ray e che contiene demo, b-sides, registrazioni delle prove.

SEATTLE - 1991

"Correva voce che se giravi per strada con una chitarra riuscivi a trovare un contratto discografico prima di aver percorso cinque isolati"..



03/07/14

Aleister Crowley: Magick, Rock and Roll..

Aleister Crowley è stato durante tutto l’arco della sua vita, bollato come "l'uomo più perverso del mondo."Occultista, tossicodipendente, mago nero, grande credente della reincarnazione, pervertito sessuale, una vita vissuta all’insegna del "Fai tutto ciò che vuoi", il fondatore di una nuova religione, Thelema. E’ stato però anche pittore, poeta, grande alpinista, e in definitiva più un esteta che pazzoide, come molti lo definivano e persona molto divertente. Tanto che nel 2002, un sondaggio della BBC sulla Top 100 dei personaggi britannici più importanti e influenti Crowley arrivò al numero 73, battendo JR. R. Tolkien, Johnny Rotten, Chaucer, e Sir Walter Raleigh, tra gli altri.

In Aleister Crowley: Magick, Rock and Roll, and the Wickedest Man in the World Gary Lachman, conosciuto con il nome d'arte di Gary Valentine, membro fondatore dei Blondie , ormai esperto di misticismo, si propone di dimostrare la duratura influenza di Crowley e il suo impatto sulla cultura popolare, oltre alla sua connessione con moltissimi musicisti contemporanei, dai Led Zeppelin ai Rolling Stones , dai Black Sabbath ai Blondie fino a Jay Z e Nine Inch Nails. Nel 1967, i Beatles lo inserirono nella leggendaria copertina di Sgt. Lonely Hearts Club Band Pepper. I Rolling Stones furono per qualche tempo, gravi devoti, la loro musica e l'immagine furono governate da uno dei discepoli più influenti di Crowley, il regista avant-garde Kenneth Anger. Oggi, il suo volto è praticamente noto come quella di Elvis, Marilyn, o il Che. Le sue filosofie libertarie hanno influenzato generazioni di gruppi musicali e artistici, e queste stesse convinzioni sono oggetto di tesi accademiche. La sua immagine si ritrova in centinaia di bar e locali goth rock, templi occulti e allo stesso modo, nei dormitori dei college di tutto il mondo.

Da considerare che il ritratto di Crowley lo si può ammirare accanto a quelli Winston Churchill, Virginia Woolf e Ernest Rutherford nella British National Portrait Gallery di Londra. Il libro di Lachman offre l'opportunità di conoscere e capire meglio la vita e la metodologia dell’ un uomo dai molteplici soprannomi, tra cui "La Grande Bestia", dalla sua infanzia, all’ingresso come membro fino alla rapida ascesa nell’Ordine Ermetico della Golden Dawn, la pratica della magia, le presunte capacità telepatiche , la sua pretesa di diventare invisibile e di essere stato contattato dalla entità soprannaturale Aiwass. Inoltre, i suoi molti peccatucci, la sua presunta "guerra occulta" contro i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, fino al declino mentale e fisico. E’ un tomo “pesante”, 394 pagine stracolmo di informazioni approfondite, fatto di aneddoti e approfondimenti.
Comunque, da parte nostra è Crowley, e non la sua influenza, di gran lunga il soggetto più interessante del libro.

Ma Crowley era davvero il male, o era semplicemente consumato dai peccati della carne, e da qualsiasi altro peccato che poteva avvolgere la sua anima? Il libro di Lachman sembra indicarci la seconda ipotesi. Crowley non era male, era solo insensibile, egoista, traditore e guidato da una fame che sembrava incapace di soddisfare e da un bisogno incorreggibile di non stare fermo. Sembrava la realizzazione dell’ osservazione del pensatore religioso Blaise Pascal: "Tutto il male umano proviene da una sola causa, l'incapacità dell'uomo di stare fermo in una stanza".

"Io non voglio la vostra approvazione, voglio la bestemmia, l'omicidio, lo stupro, la rivoluzione, qualcosa di buono o cattivo, ma che sia forte". Si dice che aveva bisogno di molto sesso e doveva essere sesso selvaggio; le donne che ha avuto dovevano ribollire di "lussuria proibita", del genere associato al Marchese de Sade e a Baudelaire, e gli piaceva umiliare e piegare al proprio volere gli uomini che lo circondavano e che si fregiavano della sua amicizia.. Notoriamente usava moltissimi farmaci, anche se era l’eroina la sua droga preferita, che prendeva in dosi più che massicce.. Crowley non era il male, ma il suo bisogno di eccesso , il più delle volte, era fonte di sofferenza per coloro che lo circondavano. "L'eccesso in tutte le direzioni?" Suona come un buon titolo per un album. Non c'è da stupirsi che Aleister Crowley ha trovato un posto nel rock and roll.

 
Gary Lachman è autore di diversi libri sul legame tra coscienza, cultura e pensiero alternativo. Tra i suoi libri Turn Off Your Mind: I mistici anni Sessanta e il lato oscuro della Età dell'Acquario; Una storia segreta della conoscenza; Rudolf Steiner: Introduzione alla Vita e al pensiero; Jung e la mistica. Mentre col nome d’arte di Gary Valentine è stato membro fondatore del gruppo rock dei Blondie,  chitarrista di Iggy Pop e leader dei Know and Fire Escape. New York Rocker: My Life in the Blank Generation è un resoconto dei suoi anni a New York e Los Angeles nella scena musicale underground negli anni '70 e '80, e nel 2006 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. E’ un assiduo collaboratore di Fortean Times, Independent on Sunday, Strange Attractor e altre riviste negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Storico della controcultura, Gary è apparso in diversi documentari televisivi britannici e ha lavorato per la BBC.



 Crowley / Bowie


02/07/14

Fa' la cosa giusta (Do the Right Thing) di Spike Lee

Usciva nelle sale 25 anni fa. Alla base del film ci sono alcuni fatti realmente accaduti: una rivolta ad Harlem, avvenuta negli anni ’40, l'uccisione da parte di otto poliziotti bianchi di un uomo di colore e il pestaggio da parte di un gruppo di giovani italo-americani ai danni di tre ragazzi neri, davanti a una pizzeria. Uno di loro venne inseguito fino all'autostrada, dove morì investito da un'auto.

Fa la cosa giusta di Spike Lee fu un film molto atteso. Si festeggiano oggi i 25 anni dalla sua uscita e sono state organizzate diverse manifestazioni e proiezioni speciali, una delle quali al BAM Cinema Fest di Brooklyn, alla presenza, oltre di un foltissimo pubblico, di Spike Lee e di tutta la produzione del capolavoro del regista afroamericano. Anche il presidente Obama ha partecipato con un breve messaggio videoregistrato.

Do the Right Thing, titolo originale, è la storia delle forti tensioni razziali a Bedford-Stuyvesant, uno dei quartieri più poveri di Brooklyn, a New York, un microcosmo dai confini ben delimitati, uno spazio urbano in cui la strada diventa luogo di scambio sociale e dove convivono afro-americani e portoricani, coreani e italiani , e con il Dipartimento di Polizia di New York che gioca sporco, in un turbinio di violenza e corruzione. Tutta l'azione esplode durante l’arco di un rovente giorno d'estate.
Il film si apre con Rosie Perez che danza sulle note di "Fight the Power" dei Public Enemy, in quella che alcuni hanno giudicato la più grande sequenza di titoli di apertura nella storia del cinema. A rivederlo oggi, il film mantiene tutto il suo potere di umorismo e di riflessione, e si è immediatamente trasportati nel 1989 con suoi orecchini d'oro, i pantaloncini biker, le scatole di boom, i radioni portatili.
Do the Right thing è uno dei grandi film del nostro tempo, un esame imparziale e intelligente sui rapporti tra le diverse razze, e il modo in cui il film le esplora e la brutalità della polizia risuonò immediatamente in tutto il paese. La cinepresa, in elegante movimento, cattura un quartiere pieno di vita e di inquietudine, che si popola più che di personaggi verosimili, di rappresentazioni verosimili di tipi sociali, il vecchio ubriacone, il santo del quartiere, i giovani Hotshots, l'attivista politico inefficace, il ragazzo difficile con lo stereo, strani "tipi" che potrebbero abitare in posti del tutto normali. Proprio per questo adoriamo questo film: i personaggi di Radio Raheem, Buggin’Out e Mookie, sono in prevalenza maschi disoccupati che definiscono la loro identità attraverso atteggiamenti, modi di vestire, gusti musicali, anche se tipici della cultura urbana black. L’abbigliamento e la musica in particolare contribuiscono a presentare i personaggi prima ancora che abbiano parlato o agito

"Dubito che un qualsiasi studio cinematografico, oggi, produrrebbe un film come Fa la cosa giusta”, dice Tom Pollock, che gestiva la Universal Pictures alla fine degli anni ‘80 e che diede l’ok per la produzione del film. Pollock afferma che gli studi oggi non sono disposti a produrre sceneggiature originali. Troppo rischioso, economicamente e politicamente. Spike Lee, che interpretò anche il ruolo di Mookie, dice che “rischio" era un eufemismo, all’epoca quando si trattò di girare il film.
"Tutto iniziò alla prima proiezione al festival di Cannes, quando i critici e un segmento della stampa che non voleva questo film, scrissero recensioni dicendo che istigava la gente di colore alla rivolta e alla violenza", dice Lee. Pollock aggiunge che vi era l’effettiva preoccupazione che il film potesse provocare scontri razziali.

Si, perché il film culmina ( come sanno anche quelli che non lo hanno visto, e qui, no spoiler! ) con una rivolta razziale, dopo che le tensioni che ribollivano durante tutto il giorno finalmente esplodono, dopo l'omicidio di un giovane nero da parte della polizia.
Un muro di immagini, e il saccheggio e l’incendio della tanto amata pizzeria italiana del quartiere:
la genialità del racconto di Spike Lee è che, nonostante il titolo, durante tutta la vicenda nessuno fa davvero la cosa giusta - o addirittura sembra di non cogliere nemmeno lontanamente, nella foga del momento, quale potrebbe essere la "cosa giusta" da fare. Alle dure accuse di sobillare i neri alla rivolta violenta contro le ingiustizie e i soprusi delle autorità, ( David Denby, uno dei critici bianchi più influenti di Hollywood recensì ferocemente la pellicola ) il regista ha risposto:<<In realtà, era vero il contrario. Abbiamo avuto la sfera di cristallo, abbiamo previsto quello che sarebbe successo, addirittura la rivolta, a seguito del pestaggio di Rodney King, e il verdetto che ne seguì. Il motivo per cui siamo qui oggi è perché abbiamo detto delle verità. Questo è tutto quello che era Fa la cosa giusta. Abbiamo detto verità. E se noi non avremmo detto la verità, oggi non saremmo qui a discutere ".
Con il crepitio dei diffusori che sparano le rime dei Public Enemy, Fight the Power, che risuona per tutta la durata del film, è una risentita dichiarazione politica, la rivendicazione più autentica dell’identità black.  
Do the Right Thing di Spike Lee è tra i best film di sempre di Interzone.. 

Fà la cosa giusta (Do the right thing)
Fight the Power Public Enemy mp3






30/06/14

Piccolo dizionario musicale Beat

ASPETTO affascinante di questo mucchio selvaggio di scrittori e poeti chiamati Beat è la loro capacita di <<parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza>>. Per questo è cosi facile amarli, malgrado tutti i loro difetti e il fastidio che si prova per chi oscilla fra mito e luogo comune. Clash, David Bowie, Bob Dylan, Willie Loco Alexander, R.E.M, Doors, Grateful Dead, Tom Waits, Bob Wilson, 10.000 Maniacs, King Crimson, Soft Machine, John Cage, Patti Smith, Laurie Anderson, Gus Van Sant, Susan Sontag, Norman Mailer, Francis Ford Coppola li hanno amati, li stanno amando. Perché Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Corso, Ferlinghetti e gli altri sono ribelli senza una causa, ma con una idea molto precisa in mente: guardare il mondo e le cose con il proprio sguardo. E senza fidarsi delle chiacchiere di quelli che vestono di flanella grigia comprata da Brooks Brothers. Quelli tramano per farti del bene senza che tu l’abbia chiesto. Stare ai margini, stare fuori, lontano dai vostri sporchi affari e dalle vostre sporche guerre. Fuori dai vostri trucchetti, ma pronti a tirarvi un uovo marcio sulla camicia candida. I beat hanno poche certezze perché sono poche le battaglie che meritano di esser combattute. Una esperienza da fare in gruppo: insieme per il piacere di stare insieme. <<Il marxismo – ha detto Tuli Kupferberg, poeta, editore e musicista dei Fugs - era troppo meccanico. Venne ipnotizzato dalla macchina. Nacque nell’era dell’acciaio e del carbone, Era pre-psicologico, pre-antropologico, pre-elettrico e pre-psichedelico.>>

<<La Beat generation non ha interesse nella politica, solo nel misticismo, questa la sua religione. L’apatia politica è di per sé un movimento politico..>> J. Kerouac

Quella che segue è una microguida per sapere cosa succedeva nel mondo dei suoni della beat generation.


28/06/14

Ciro, morto per mano fascista

<< "QUEL CHIATTONE DI MERDA MI HA SPARATO"..>>
Ciro Esposito

Gianluca Arcopinto è uno dei più noti produttori cinematografici italiani. Nato e cresciuto a Roma, è figlio di un napoletano, perciò intrattiene un rapporto privilegiato con la città di suo padre. Arcopinto è stato per alcuni mesi l’organizzatore generale della fiction “Gomorra”, ma il contatto con le associazioni di quartiere che contestavano la realizzazione della serie lo ha portato a condividerne il punto di vista, entrando così in rotta di collisione con il regista Stefano Sollima. Fino al suo allontanamento dalla produzione. Resta però a Napoli, dove dirige il laboratorio cinematografico “Mina”, dedicato alla memoria di Gelsomina Verde, una delle vittime innocenti della faida di Scampia. Ma non solo, dalla sua esperienza nasce il libro: “Un fiume in piena. Storie di un’altra Scampia”.

26/06/14

Calcio: La più patetica delle partite nello stadio dell'infamia

In Cile sono passati appena due mesi dal tragico golpe di Augusto Pinochet e dalla morte di Salvador Allende. L’Estadio Nacional per un giorno cessa di essere un lager, si sospendono gli "interrogatori" e le torture sui "nemici" del regime e si pensa al calcio. La Roja entra in Campo, dagli spalti - invero pieni solo a metà - giunge qualche applauso e viene suonato l’inno nazionale. Tutto è pronto per il calcio di inizio, che tocca ai ragazzotti in maglia rossa e pantaloncini blu. Una serie di rapidi passaggi e la palla finisce in porta. Che però è incustodita. Si, perché gli avversari dei cileni non si sono presentati, ma il regime ha voluto lo, stesso che si tenesse questa farsa. <<Il match più patetico di sempre>>, ebbe a definirlo Eduardo Galeano. Come dargli torto. Per l’ennesima volta, il football si era scontrato con la politica, uscendone con le ossa rotte. Quella partita da teatro dell’assurdo valeva addirittura la qualificazione ai Mondiali di Germania (allora solo Ovest) del 1974. Per uno strano scherzo del destino lo spareggio tra un’esponente europea e una sudamericana mise di fronte l’Urss e il Cile, dall’11 settembre del 1973 in mano a Pinochet e ai suoi sgherri. La gara d'andata, in programma a Mosca il 26 settembre, si disputò nonostante i dubbi della giunta cilena. Nessuno doveva lasciare il Paese, ma per la nazionale si fece un’eccezione. Certo, ai giocatori, in particolare a Carlos Caszely e Leonardo Veliz, di dichiarate simpatie socialiste, fu intimato di tenere la bocca chiusa. Altrimenti i loro familiari ne avrebbero pagato le conseguenze in patria. In una freddissima serata di settembre, allo stadio Lenin la Roja riuscì a strappare un pareggio a reti inviolate grazie alla fantastica prestazione dei due centrali difensivi Alberto Quintano e Elias Figueroa. Tutto era così rimandato alla partita di ritorno, la cui sede designata era il Nacional. Un’arena realizzata nel 1938 sul modello dello stadio Olimpico di Berlino di hitleriana memoria e che nel 1962 aveva addirittura ospitato la finale del mondiale vinto dal Brasile di Garrincha. Quali fossero le attività extra-calcistiche che si svolgevano nell’impianto era cosa ormai risaputa, tanto che la stampa internazionale iniziava a diffondere resoconti al proposito. Non a caso la federazione cilena provò timidamente a proporre di spostare l'incontro a Vina del Mar. Ma Pinochet fu irremovibile. La reazione dei sovietici non si fece attendere. <<Chiediamo alla Fifa di organizzare il match in un Paese terzo, dal momento che non intendiamo giocare in uno stadio macchiato dal sangue del popolo cileno>>. Il massimo organismo calcistico internazionale tenne un sopralluogo e finì per rigettare la richiesta dei russi, poiché aveva riscontrato che la situazione a Santiago <<era del tutto calma>>. Se si siano fatti influenzare dalle operazioni di "cosmesi" momentanea apportate dalla giunta militare, oppure se le motivazioni furono ancor più profonde (e forse inconfessabili), non è dato sapere. Fatto sta che su decisione dello stesso Leonid Bréznev l’Urss si rifiutò di volare in Cile, lasciando strada agli avversari per l’approdo alla fase finale della Coppa del Mondo. In realtà quel giorno di novembre, esauritasi la commedia iniziale, la Roja una partita di calcio la disputò. Fu però umiliata dal grande Santos per ben 5-0. Quanto al Mondiale, terminò con una ingloriosa eliminazione al primo turno per mano delle due Germanie.
I. M. 





Best Musical Film

I film musicali di Interzone, non necessariamente musical, e non  necessariamente biografici...

American Graffiti di George Lucas (1973)
Anche se il film di George Lucas racconta un'ultima notte d'estate, di innocenza adolescenziale, questo è per me il film musicale natalizio per eccellenza. Perché lo vidi per la prima volta proprio durante il periodo natalizio di tanti.. anni fa. American Graffiti non è poi in effetti un musical, le canzoni servono come accompagnamento e contrappunto, e promettono una libertà e una facilità nella vita che i suoi protagonisti (e noi che vediamo il film) ansiosi sanno già che non potranno mai raggiungere. Malinconico e autobiografico è una lezione sui dubbi e le paure per ciò che ci attende da grandi e dei rischi che bisogna correre per trovare la propria strada e inseguire i propri sogni. Colonna sonora indimenticabile e formativa: Sixteen Candles (The Crests), That'll Be the Day (Buddy Holly), She's So Fine (Flash Cadillac & The Continental Kids), Surfin' Safari (The Beach Boys), Almost Grown (Chuck Berry), Ain't That a Shame (Fats Domino), Johnny B. Goode (Chuck Berry), Since I Don't Have You (The Skyliners).. Basta, no?

Almost Famous, di Cameron Crowe (2000)
Storia autobiografica di Cameron Crowe, che prima di diventare regista affermato fu negli anni ’70 giornalista rock adolescente per riviste come Rolling Stone e Creem. Nel 2000, Crowe trasforma quel periodo in un ambiente caldo, coinvolgente, pieno di personaggi memorabili e relazioni complicate, e Almost Famous brucia ancora più luminoso quando il grande e compianto Philip Seymour Hoffman appare sullo schermo, riportando il leggendario critico musicale Lester Bangs in vita, e così facendo parlare l'assioma del vero appassionato di musica: “Stai andando forte, lo sai? L'unica moneta valida in questo mondo in bancarotta è ciò che scambi con un altro quando sei uno sfigato. Senti, il mio consiglio... lo so che li consideri tuoi amici, ma se tu vuoi essere un vero amico sii onesto. E sii spietato. ".


20/06/14

Rock Flop: dischi per fiaschi

Molte grandi star hanno rischiato la reputazione e il loro futuro per album sbagliati o che non sono stati capiti e accettati. A tradire, la voglia di strafare, stanchezza, la sensazione ingannevole di dover stare a passo con i tempi. In alcuni casi, l'arroganza di chi pensa che essere invincibile. Molti musicisti capito lo sbaglio si sono risollevati e il ritorno è stato più spettacolare della rovinosa caduta, altri hanno pagato a caro prezzo gli errori.. Questi alcuni esempi. Da parte nostra c'è da dire che spesso non siamo d'accordo con i gusti del pubblico e della critica: Trans di N. Young è stato rivalutato dopo anni, ma per noi resta una schifezza di disco. In Their Satanic Majesties Request degli Stones qualcosa di buono ce lo troviamo mentre Dirty Works lo nominiamo senza dubbio il disco più brutto della band inglese, davvero orribile e flop poderoso negli anni '80. E anche Human Touch del boss in fondo non ci dispiace..


ROLLING STONES: Their Satanic Majesties Request

Dopo l’uscita di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band il rock non era più quello di prima. L’ opera dei Beatles, uscita nel giugno del 1967, aveva alzato l'asticella. I dischi rock erano diventati album, la creatività non aveva piu confini, le vecchie canzoni tre minuti sembrava ormai destinate a diventare modernariato. Fu un terremoto culturale sotto le cui macerie rischiarono di finire nientemeno che i Rolling Stones. Jagger, Richards e soci provarono maldestramente a rispondere al colpo dei Fab Four lavorando su un album che oggi é ricordato come il loro più clamoroso passo falso. Their Satanic Majesties Request usci nel dicembre del 1967 e cercava di cavalcare l'onda della psichedelia e delle sperimentazioni sonore. Le canzoni dell'album erano nate da un lavoro in studio frammentario e disorganizzato, i Glimmer Twins stavano affrontando una serie di vicissitudini legali dovute a un loro arresto per detenzione di droga. Non fu incaricato nessun produttore, le session di incisione furono anarchiche e spesso popolate di ospiti variopinti. <<Ogni giorno nello studio era una lotteria capire chi sarebbe venuto e a fare cosa>>, disse Bill Wyman. Il disco fu un modesto successo commerciale e un completo fallimento artistico. Rischiò di mandare in bancarotta la credibilità artistica della band che venne additata come un gruppo di imitatori. <<C’è un sacco di spazzatura su Satanic Majesties. Troppe droghe, nessun produttore a dirci "Adesso basta">> ha confessato Jagger. <<Un ammasso di schifezze>> ha chiosato Richards. Il disco non ha neppure subito la classica rivalutazione che il tempo regala a molti sbagli artistici. Dodici mesi dopo gli Stones pubblicarono il classico Beggars Banquet. Si dimenticarono le mode, i Beatles e dimostrarono di non dover vivere nell’ombra di nessuno: Sympathy for the Devil, Street Fighting Man, Stray Cat Blues. C’é altro da aggiungere?

19/06/14

Animalism: Mondo Cane



Ripensando a The Grey e ai lupi..Tra tutti i vertebrati, i nostri amici a quattro zampe sono la specie più diversificata del pianeta. Almeno 160 razze, oltre alle innumerevoli varietà di bastardini, ma per i genetisti sono tutti Canis lupus familiaris, discendenti dei lupi grigi. Il segreto di tutte le loro differenze e in una manciata di geni - WIRED

@ DA 30.000 A 15.000 ANNI FA

I primi esemplari di lupi grigi abbandonano il proprio branco per seguire I ‘uomo (e i suoi appetitosi avanzi di cena). Seguendo I ‘uomo nei suoi spostamenti, questi animali si accoppiano sempre meno con gli esemplari selvatici. Risultato: lupi che assomigliano sempre meno a dei lupi, come mostrano i fossili.

@ DA 15.000 A 200 ANNI FA

Con lo sviluppo dell’agricoltura i “proto-cani" prendono forma. La mutazione genetica che induce le ossa corte dà origine a bassotti, corgi e altre razze piccole. Cani della taglia dei terrier appaiono 10-12mila anni fa tutti portatori di manifestazioni diverse della stessa variazione sul `15mo cromosoma.

@ DA 200 A 20 ANNI FA

Iniziano gli incroci mirati a ottenere le razze e compaiono caratteri tipici come il muso schiacciato del bulldog e il pelo soffice dello Spitz di Pomerania. Il barboncino si ritrova così tre geni, rispettivamente per il pelo lungo, i ricci e i baffi, mentre il beagle conserva il pelo corto e dritto come l’antenato lupo.

@ DA 20 ANNI FA A OGGI

Si diffondono le “razze design", incroci pensati a tavolino per ottenere la personalità e il mantello desiderato. Alcuni come il Iabradoodle (labrador e barboncino) o il puggle (carlino e beagle) non danno figli che conservano gli stessi tratti e non hanno la storia tanto apprezzata dai puristi nelle competizioni.





17/06/14

John Peel

John Robert Peel Ravenscroft (Heswall, 30 agosto 1939 – Cuzco, 25 ottobre 2004),  giornalista e conduttore radiofonico britannico.
È stato una delle voci storiche della radio inglese: ha lavorato per la BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporanea (specie alternative rock, punk e reggae) è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le "John Peel Sessions", in cui ospitava una band per un'esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti di questi mini-concerti vennero poi pubblicati su disco.
(Wiki)

Conversazione con S. Reynolds

Capita che la gente parli dei gruppi di John Peel come scorciatoia per indicare un certo tipo di bizzarra formazione post-punk do-it-yourself volutamente eccentrica. Tu sei stato il grande campione della musica su etichetta indipendente o autopubblicata di qualunque sorta. Ma ben prima del punk gestivi la tua etichetta indie, Dandelion, facendo uscire gruppi come Tracton, Siackawaddy e Medicine Head.
Eravamo meno indipendenti di alcune delle etichette indipendenti. Inizialmente eravamo stati finanziati dalla CBS. Poi dalla Warner Bros, e in seguito dalla Polydor. E non facemmo guadagnare praticamente nulla a nessuna! Un gesto rivoluzionario involontario. Iniziammo nel 1969 con una donna di nome Bridget St John. Avevamo una grande passione per la sua musica e nessuno era interessato a registrarla. Le etichette major spesso vengono bastonate ma a quell’epoca facevano della sperimentazione. Avevano queste sigle a fondo perduto per i prodotti di nicchia su cui di tanto in tanto appariva qualche disco interessante.

Quindi fosti molto eccitato quando dopo il punk ci fu un eruzione di piccole etichette indie e gruppi che facevano uscire in proprio i dischi?
Immagino di si. E credo che mi capiti ancora. Sono un ammiratore spassionato dell’amatorialità allegra. Inoltre più che LP erano singoli. Negli anni settanta i gruppi avevano smesso di pubblicare singoli - gente come i Led Zeppelin pensava che fosse indegno. Quindi fu davvero meraviglioso. Ti ritrovavi dei tizi riottosi, che venivano da posti nel Lincolnshire che dovevi andare a cercare sulla cartina, che ti mandavano dischi. Sembra peggiorativo essere descritti come <<provinciali>>, ma io sono provinciale e decisamente fiero di esserlo. Mi piaceva l’idea per cui se convincevi il bassista a vendere la motocicletta e scassinavi un paio di cabine del telefono potevi mettere insieme abbastanza soldi da fare un disco. La gente lo faceva, e un numero incredibile di loro erano davvero bravi. Un’altra cosa che apprezzavo è che la maggior pane delle persone erano quasi completamente prive di ambizione. 'Una Volta che avevano fatto un disco, erano arrivati dove volevano andare. Una Volta chiamammo un gruppo che aveva fatto una Peel session e gli dicemmo <<Che ne dite di farne un’altra?>>. Ci risposero che tutto quel che avevano desiderato era una esibizione da noi - bastava una.

Era come se un’ondata di creatività si fosse liberata, e oltre a essa, un ondata ancora più grande di semplice attività - non necessariamente cosi creativa o originale musicalmente, ma che faceva sentire capaci le persone coinvolte.
Allora, come oggi, riuscivi a suonare solo una percentuale di quello che avresti voluto far sentire, mentre nei primi anni settanta come dj suonavi praticamente tutto quello che avevi. Il punk fece aprire le chiuse; già il puro volume di materiale aumentò in maniera drammatica, e da allora non ha ancora smesso.

Nel periodo 1979-82 ci sono molte formazioni e molti dischi del tuo programma che risaltano particolarmente nella memoria. Come i Cravats.
I Cravats semplicernente mi piacevano perché - e questo genere di cose in realtà non dovrebbe influenzarti, ma lo fa - mi piaceva questo tipo, chiamato The Shend, che era nel gruppo. Oggi fa l’attore, ed era un tipo cosi carino. Anzi, il suo biglietto da visita diceva <<The Shend - un tipo a posto>>. Dopo i Cravats entrò in questo gruppo, i Very Things, che facevano quel vecchio classico del varietà When Father Papered the Parlour e una canzone intitolata The Bushes Scream When My Daddy Prunes.

Un altro singolo che passava davvero spesso nel tuo programme era There Goes Concord Again dei Native Hipsters.
Era uno di quei dischi che mettevi su e pensavi <<Tra una settimana questo darà un fastidio tremendo. .. ma fino a quel momento, suoniamolo fino alla morte>>. E’ un disco molto richiesto nei programmi che faccio in Germania.

Poi c’era l’m in Love With Margaret Thatcher dei Notsensibles.
Quello che sfugge a un sacco di gente che scrive del punk e del post-punk e che buona parte del materiale era davvero divertente. Uso sempre quella canzone dei Notsensibles come esempio del perché non potevi prendere tutto drammaticamente sul serio. La storia viene riscritta praticamente quando è appena accaduta, e il punk è diventato un affare davvero serio e con la faccia scura. Noi andavamo ai concerti e ridevamo come matti dall’inizio alla fine. Potevi farti una serata genuinamente divertente andando al Roxy e al Vortex. E non solo con i tipi che cercavano deliberatamente di essere divertenti, ma anche se andavi a qualcosa come un concerto delle Slits. Mi verrebbe da dire che le due session che le Slits fecero per noi furono tra le migliori delle migliaia che sono state registrate. Un concerto delle Slits era un evento gioioso. Era palese che non sapessero suonare, ma si lasciavano trascinare dall’entusiasmo del pubblico e dalla loro fredda determinazione ad arrivare alla fine dell’esibizione, costi quel che costi. Era quel genere di amatorialità ispirata che trovavo attraente.

Attenzione, c’era in giro del materiale davvero dannatamente tetro in quel periodo e nel tuo programma: per esernpio Final Day degli Young Marble Giants.
Si, non tutto era da una risata al minuto. ln effetti era gradevolmente bilanciato.

Pssyche dei Killing Joke la passasti molto. Come canzone è davvero apocalittica: Jaz Coleman, che ha quasi letteralmente la bava alla bocca, canta del sinistro Controllore e di suore che vengono scopate. Poi sono diventati una sorta di gruppo gothic metal, non trovi?
Le persone hanno il diritto di cambiare, e se il mio gusto non li segue. . be’, sarebbe vergognoso se suggerissi che le persone restino povere e in miseria solo per soddisfare un qualche mio desiderio artistico. Ma le prime cose dei Killing Joke mi piacevano davvero.




15/06/14

The Grey e i film che forse non vedremo mai

 VISIONI..
 Dispersi, cioè persi e sparsi nelle secche di un mercato sempre più pavido e asfittico, o galleggianti nella bonaccia infinita di un immaginario che ha rinunciato perfino a sognare di avere il vento in poppa. Così Gianni Canova definisce cos’è un Disperso, nella prefazione di Dispersi – Guida ai film che non vi fanno vedere edito da Falsopiano e realizzato dalla redazione di Hideout.it.
Ma quali sono le motivazioni per cui un film viene distribuito e un altro no? Se nel mondo vengono prodotti oltre 25 mila titoli e da noi ne arrivano a malapena 500, risulta evidente che la probabilità di perdersi tanto buon cinema sia altissima. Con Dispersival, Hideout.it e l’associazione culturale La Scheggia hanno ripescato dal mare magnum dei film dispersi, titoli e autori ignorati dalla nostra distribuzione, ma che meritano di essere visti. Commedie grottesche, drammi sociali, stranieri, italiani, ma anche documentari e cartoni animati. E in più dibattiti, incontri, una tavola rotonda, sondaggi e aperitivi per condividere un’esperienza comune, godersi buoni film e interrogarsi sulle nuove forme della distribuzione cinematografica.
Hideout


THE GREY
Che Liam Neeson fosse un attore fuori dal comune già lo sospettavamo. Il suo particolarissimo stile attoriale era già emerso in Schinder’s List, con quella nomination ad un Oscar che alla fine dei giochi andò al Tom Hanks di Philadelphia. Uno stile basato sulla straordinaria capacità di intensificare la recitazione, di condurla al massimo dell’esasperazione emotiva eppure, nello stesso tempo, mantenendo una sorta di realismo, di efficace equilibrio fra la tensione del “divenire” con quella dell’“essere”. Ed è proprio in questo The Grey che Neeson raggiunge il massimo del suo linguaggio espressivo. Intorno a lui lo spazio asettico del nulla innevato gli concede la possibilità di ri-generarsi interamente, di disseppellire la sua identità per vestire quella di John Ottawy, vedovo giunto alla fine delle proprie ragioni di vita, costretto a guidare verso la salvezza un gruppo di operai coinvolti con lui in un incidente aereo. Una rigenerazione che in realtà è molto meno posticcia di quello che ci appare. Perché Liam Neeson ha realmente perso sua moglie, Natasha Richardson, morta tre anni fa in Quebec per un incidente (ironia della sorte) sulla neve. Quello della scomparsa della propria compagna di vita è dunque un fantasma che insegue il Neeson attore in un set che incrocia i drammi della sua vita reale. Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione? Questo non possiamo saperlo, ma nei lunghi silenzi dell’attore, nei suoi primi piani spezzati, nello sguardo rivolto al passato perduto di Ottawy/Neeson, è impossibile non percepire la materializzazione di quella solitudine e di quella disperazione che fa da traino per tutta la storia. La capacità di Liam Neeson, tutta europea, di “piantare le radici” ai propri personaggi qui diventa davvero impressionante, spiazzante. E senza più limiti.

Tutto ciò vale l’intero film. E sul resto possiamo anche chiudere un occhio: dal non riuscito eco bergmaniano del “silenzio di Dio”, alla stilizzazione eccessiva di lupi famelici che poco hanno in comune con dei veri animali (e questo ha fatto arrabbiare non poco molti animalisti che hanno lanciato un appello per boicottar e il fim). Eppure, se ignoriamo i rimandi al machismo che ogni tanto sembra incarnare il protagonista di The Grey, il richiamo alla “legge del più forte” avanzata dal regista Joe Carnahan, assume un altro senso, più profondo ed attuale. Perché per la prima volta in mezzo alla foresta – quella infestata dai predatori-che-danno-la caccia-agli-uomini – non finiscono i pavidi collegiali di Frozen o il ricco esperto di caccia di L’urlo dell’odio. Ma un gruppo di semplici e genuini proletari, padri di famiglia e lavoratori instancabili. Ecco insomma che l’impianto thrilleristico di The Grey si tinge di sociale, non facendosi mancare sullo sfondo sia la guerra in Iraq (e conseguente ”invasione” di un territorio ostile), sia la Crisi economica. Proprio lei, la stessa che fa precipitare (come l’aereo in avaria) la civiltà in un luogo selvaggio dove il Capitale in declino, sotto forma di lupo affamato, divora le classi meno abbienti e più vulnerabili. «Homo homini lupus» disse Hobbes. «We’re the animals!» dirà Ottawy/Neeson. E tanto basta.
Curiosità: Il film va guardato tutto, incluso i titoli di coda. Quello che infatti sembra un finale “aperto” si risolve appena dopo i credits, in un clip “chiarificatore”. Di più non si può dire.
Hideout


Alcuni  film che non vi hanno fatto vedere

Ogni anno, nel mondo, vengono prodotti circa 25mila film. Di questi, meno di 500 vengono distribuiti in Italia. Che fine fanno gli altri 24.500? 


10/06/14

The Moon

Ci scrivono i The Moon, giovane quartetto di Udine, e ci propongono il nuovo singolo "Make It In The Easy Way You Know",  tratto dall'album "Waiting For Yourself". Chi segue Interzone sa che non siamo estimatori della nuova musica italica. Pensiamo che tutto sia fermo alla metà degli anni novanta, ed è inutile stare qui a ripetere cose che potete leggere in molti post precedenti. Ci sono  eccezioni, ma è davvero  snervante: bisogna essere attenti, cercare, scavare.. Waiting For Yourself ci ricorda cose di qualche tempo fa, ci fa tornare al tempo in cui  la musica  contribuiva a cambiare il mondo e le nostre vite. Il motivetto è accattivante, forse perchè.. è solo divertimento, ed è perfetto per addentrarci in questa estate già caldissima.
Il video è simpatico, mancano solo Twiggy o Jane Birkin, mentre i suoni ci sono tutti, rock & roll  grezzo, pop garage morbido e raffinato quanto basta.. 






06/06/14

Nick Ut e la foto che fece finire una guerra

La foto che fece finire la guerra. Incontro con Nick Ut 

(premio Pulitzer, autore dell’immagine della bambina ustionata dal napalm in Vietnam)
Corriere.it - @GianluigiColin
<<Ho visto gli aerei, li ho visti sganciare le bombe. Poi le fiamme, un immenso fuoco. Ero a un centinaio di metri dalle case, sulla strada, con alcuni soldati, qualche reporter. Guardavo, fotografavo. Poi, come fantasmi, dal fumo vedo arrivare della gente: cercavano di salvarsi come potevano, piangevano, correvano senza sapere dove. Un bimbo è morto sotto i miei occhi, un ragazzino piangeva disperato ferito all’occhio, una bambina con il fratellino per mano. Guardavo attraverso la macchina fotografica, scattavo. E attraverso il mirino vedo una bimba completamente nuda, mi veniva incontro, le braccia aperte, sembrava Gesù, piangeva: i vestiti le si erano incendiati addosso, urlava di dolore, urlava di paura. La schiena, le braccia, le gambe erano completamente ustionate. “Brucia, brucia, brucia”, ripeteva terrorizzata. Ho fotografato, ma non volevo fotografare. L’abbiamo soccorsa lì, come potevamo. Un soldato le ha bagnato il corpo con l’acqua. Le ho messo addosso un impermeabile, l’ho abbracciata. In quel momento ho pensato che non potevo continuare a fotografare. Che non avrei fotografato mai più. Ho pensato che se quella bimba fosse morta, mi sarei ucciso. E cominciai a piangere>>.

Nick Ut parla e ha gli occhi lucidi: quante volte avrà ricordato la storia della piccola Kim Phúc, martoriata dal napalm? Eppure, se davvero il tempo lenisce le ferite, alcuni ricordi lasciano una traccia indelebile. Per tutti è Nick, ma il suo vero nome è Huynh Công Út: è nato in Vietnam nel 1951, ha 10 fratelli, fotografa da quando aveva 16 anni e, suo malgrado, è un mito. Con la sua immagine, conosciuta come Napalm Girl (ma lui la chiama Horrible War), ha vinto un premio Pulitzer ed è entrato nella storia della fotografia. Il potere di un’immagine può fare molto: quella bambina disperata di nove anni, che evoca L’urlo di Munch, ha scosso in modo così potente la coscienza degli Stati Uniti da contribuire a fermare la tragedia del Vietnam. Quell’urlo di dolore, fissato sulla pellicola l’8 giugno del 1972, nel villaggio di Trang Bang, è diventato l’urlo di rabbia del mondo. E pensare che nella sede di Saigon dell’Associated Press i redattori, vedendo i negativi, dissero: «È impubblicabile, c’è troppo nudo». Poi, per fortuna, arrivò il capo e urlò: «Voglio una didascalia, mandate immediatamente le foto a New York!». Anche chi sceglie, conta.

Ma la storia di Nick Ut non è solo racchiusa nello scatto: dopo quelle fotografie, Nick Ut carica i bambini sulla sua macchina e li porta al Cu Chi Hospital, a 40 minuti dal villaggio. Non li vogliono curare e Nick fa vedere la tessera stampa dicendo: «Se non li curate domani siete nei guai». Da quel momento il destino di quella bimba ferita e di quel fotografo che incarna i valori più nobili del reportage sono stati una cosa sola: sin da subito lui si impegna a proteggerla, la va a trovare nel suo villaggio, poi, negli anni si frequentano, tengono conferenze insieme, sono come parte della stessa famiglia: «La considero come mia figlia, la chiamo spesso per sapere come sta. Mi chiama zio Nick». Ora lei vive felicemente in Canada, lui a Los Angeles. Lei è mamma, ha due figli, lui continua a fare il fotografo per l’Ap. 



05/06/14

Roba imbarazzante

KURT COBAIN: “SMELLS LIKE TEEN SPIRIT” È UNA ROBA IMBARAZZANTE.
Cominciamo con le ovvietà. Parlando a Rolling Stone nel 1993, Kurt Cobain dichiarò :“E' veramente imbarazzante suonare “Smells Like Teen Spirit”. Stanno tutti così in fissa con quella canzone e la ragione per la quale ha così tanto seguito, è che l'hanno vista tutti un milione di volte su MTV. Gli è stata inculcata nel cervello... Io riesco a malapena, specialmente nel caso di una brutta serata, a sopravvivere a 'Teen Spirit'. Vorrei letteralmente buttare la chitarra per terra e andarmene”.



“FIGHT FOR YOUR RIGHT” È SEMPRE STATA UNO SCHERZO.
“Fight For Your Right (To Party)” è stata definita, la canzone più importante dei Beastie Boys, praticamente perché tutti gli studenti del mondo la mettono ai loro festini, cercando di assaporare la vita da DJ con un iPod e due casse di merda. I Beastie Boys lo sanno e infatti Mike D ha affermato che tutti gli stronzi che si sono fomentati con quella canzone “sono inconsapevoli del fatto che è una presa per il culo a quelli come loro”. Le note a margine della raccolta Sounds of Science affermano anche che la canzone “fa schifo”.


BOB GELDOF È VERAMENTE DISPIACIUTO DI AVER FATTO “DO THEY KNOW IT'S CHRISTMAS”
La Band Aid ha raccolto una somma importante da destinare in beneficenza, e ha creato una delle più indimenticabili canzoni di Natale. Ora, però, Bob Geldof ha deciso che la odia. Nel 2011 infatti, ha detto al Daily Mail: “Sono responsabile delle due peggior canzoni della storia, una è 'Do They Know It's Christmas?' e l'altra è 'We Are The World'. Un giorno qualsiasi, sotto natale, andrò al supermercato e mentre mi dirigerò al bancone della carne la staranno passando in radio. Ogni cazzo di Natale”. Giusta dichiarazione ma, ad essere sinceri, preferirei che fosse “I Don't Like Mondays” a venire radiata nell'iperspazio.

JOHN LENNON ODIAVA ALMENO DICIOTTO CANZONI DEI BEATLES
Ecco a voi una piccola selezione.
-"When I’m Sixty Four": è "musica da nonne".
-"Good Morning, Good Morning": "spazzatura".
-"Let It Be": "Non c'entra niente con i Beatles. Sarebbe potuta essere una canzone dei Wings. Non so a cosa stesse pensando Paul mentre scriveva 'Let It Be.'”


04/06/14

Arrivano i Vikings

Non sono proprio un appassionato di serie televisive. Quelle che ho seguito con assiduità ed interesse sono state The Walking Dead  e I Soprano, quest’ultima soprattutto per la presenza del grande James Gandolfini, uno dei miei attori feticci. Ma ora che arriva nel nostro paese, e in chiaro, (Rai 4) mi sento di poter fare un piccolo endorsment a favore di..Vikings, di cui ho già seguito le prime due serie in lingua originale, e in streaming qui. Intendiamoci: Vikings è puro intrattenimento, senza pretese intellettualoidi. Creata e scritta da Michael Hirst, la serie è prodotta da History e racconta le gesta del leggendario Ragnarr Loðbrók, figura mitica della cultura nordica, sulla cui reale esistenza non vi sono fonti certe. In chiave romanzata, certo. Vikings ha ambientazioni veramente interessanti, la ricostruzione storica degli usi, dei costumi e delle vicende del popolo vichingo, affidata alla storia singola di Ragnar Lothbrok, personaggio a metà fra lo storico e il leggendario, e che si fa parabola del popolo tutto, sono molto bene analizzati nei dettagli: l’organizzazione dei villaggi, la descrizione dei piccoli rituali dei vichinghi, la mitologia norrena presentissima e di fondamentale importanza, sempre ben dosata per apparire il più naturale possibile. Piace quest’attenzione per la credibilità storica che altrove – avevo provato a vedere Spartacus, ma proprio non ce l’ho fatta.. – è totalmente assente. E’ il peso di History che si fa sentire, senza irritare.

Una storia ricca di avventura, eroismo e scontri (fra culture e fra personalità), le scene di battaglia sono potentissime, violenza e sangue non ci vengono risparmiate, non ci sono scene mielose per pareggiare la brutalità del popolo vichingo (la scena del Blood Eagle è veramente..impressionante) mentre si evitano nudità e sesso gratuiti senza però farsele mancare, nei momenti giusti. La storia è avvincente: intrighi, tradimenti, crisi di fedeltà, nel potere, nelle relazioni, gli amici si trasformano in nemici, si formeranno e si romperanno alleanze nel nome della supremazia e del potere.. Gli attori sono tutti in parte, e risultano convincenti. Il protagonista è carismatico quanto basta, anche se Fimmel/Ragnar viene dalla moda, e l'immedesimazione nell'uno o nell'altro personaggio è inevitabile: su tutti Lagnar, personaggio fondamentalmente eroico ( avventuriero, sognatore, assetato di conoscenza e progresso), suo fratello Rollo, e un fantastico Floki genio pratico, costruttore di navi moderne e fedele amico.. Oltre al fascino esercitato dai vichinghi in sé, credo che fondamentale sia stata anche la componente mistico religiosa, che oltremodo invita ad approfondire i numerosi riferimenti ed eventi storici. Vikings non è certo una serie mainstream o superseguita, e probabilmente non è per tutti i gusti: ma è una serie riuscita, specie se considerato la doppia prospettiva, di intrattenimento seriale, e di prodotto di diffusione culturale. In definitiva, Ragnar ed i suoi costituiscono una metafora del mondo moderno, in evoluzione ed insofferente di fronte alla staticità di chi vuole preservare gli interessi di pochi ai danni di molti. I vichinghi di History sono pronti a sbattere in faccia ai potenti in crisi la loro mole di idee e nuove visioni del mondo..Già in lavorazione la terza serie, che arriverà nel 2015..



03/06/14

Io e Bowie sull'isola deserta

Ci abbiamo sicuramente pensato, almeno una volta: gli album della nostra vita, e quelli che non potrebbero essere ascoltati decine di volte senza stancarci. Dischi da avere sempre con sè e che porteremmo sulla famigerata isola deserta. Qui la mia discografia di David Bowie, i miei dischi preferiti, che hanno avuto fondamentale importanza nella mia formazione, dal punto di vista artistico/musicale ma anche emozional. Bowie ha svolto la sua carriera sempre all'insegna del cambiamento, con l'innata capacità di anticipare tempi e mode, musica e movimenti. Un artista che, terminate le sue creazioni, pensa che queste non gli appartengono più, lasciando la possibilità agl'altri di poterne fare quello che vogliono.. C'è "quasi tutto Bowie",  dagli inizi, fino a  gli anni '80; manca quello degli ultimi decenni, in cui si è rigirato senza troppo costrutto tra pop, rock, e blandi ritorni alla sperimentazione. Per me, questi album sono tutti fondamentali in egual misura. La differenza la fanno, come sempre, i gusti personali.


Dopo l’esordio, l’ego prende il sopravvento. lnsieme a una forma dura ed esasperata di rock. L`uomo che ha venduto il mondo é una creatura alienata e folle. Ha trasferito a una macchina il suo potere (Saviour Machine). Vaga assente e imperturbabile in un paesaggio eterno. Senza lacrime. Personaggio dell’universo, sempre più lontano dalla dimensione terrestre. (The Superman). Attraverso le prestazioni di un mimo ha imparato l’arte di venerare se stesso. Di muoversi con la violenza di Iggy, con la sciarpa di lsadora intorno al collo. The Man Who Sold the WorId é forse uno dei pochi casi nella storia della nostra musica, in cui la poesia entra in un album di hard rock. La band del futuro è quasi pronta: Trevor Bolder (basso), Woody Woodmansey (batteria) e Mick Ronson (chitarra).